Con la sua straordinaria opera terza Everytime, la regista austriaca Sandra Wollner vince meritatamente il Premio Miglior Film Un Certain Regard a Cannes 79: una riflessione lucidissima e implacabile sui traumi, sul modo vertiginoso con cui il cinema può inventare nuove immagini, contenerne il dolore, compensarne i vuoti, dando forma a quei fantasmi dello sguardo infestanti che la memoria non è riuscita (e non riuscirà mai) a cristallizzare.
Everytime, i ricordi di un’estate che non esiste
L’adolescente Jessie (Carla Hüttermann) ha in programma per l’estate una vacanza a Tenerife con la madre Ella (Birgit Minichmayr) e la sorellina Melli (Lotte Shirin Keiling). Prima della partenza, Jessie va a una festa con il suo fidanzato Lux (Tristán López), ma quando decidono di vedere insieme l’alba dalla sommità di un grattacielo, nell’ebbrezza mischiata a pillole che «fanno sentire l’odore dell’oceano», Jessie cade giù e, prima che chiunque altro si sia svegliato, muore sul colpo. In un breve salto temporale, tutto sembra essersi assestato, ma Ella cova dentro di sé un profondo risentimento per Lux, che ritiene colpevole, mentre lui aspetta ancora disperatamente il perdono.

Everytime racconta di memorie ripetitive e ossessive, fittizie quanto impossibili, un processo – come in Anatomia di una caduta – ai ricordi stessi, alla loro affidabilità, per non cercare soltanto un colpevole (lo sono forse Lux e quella luce di un’alba mortale che, da nome, rappresenta?), ma valutando l’impunibilità di ognuno di quei traumi perché troppo dolorosi, l’alibi emotivo che permetta di accettarli. Sandra Wollner vede in quella tragedia, inspiegabile di fronte alla morte, una normalità stagionale che avanza sempre uguale (i fiori sulla tomba ogni settimana), un dolore comune e ignorato (le stesse foto appese, i messaggi audio di Jessie con la voce ancora squillante), al massimo nascosto in qualche stranezza progressivamente più inquietante (un drone che pedina e scompare).
L’estate che nel precedente The Trouble With Being Born era appena iniziata, e che qui invece non esisterà mai – perché sarà ogni volta – everytime da titolo – quella mancata, interrotta un attimo prima di avverarsi – richiama da subito anche quella azzurra e limpida di Aftersun: il sole che scotta, un analogo tempo della fine che avanza, un padre e una figlia che esistono per una prima e ultima volta insieme, con i fantasmi del cinema che cercano di congelarne il senso, di immortalarne una sensazione più che una percezione, in immagini registrate anche quando non esiste (più) nulla al di là del proprio campo visivo.
Everytime, abitare una memoria fittizia
Everytime fa di questa memoria di sguardo una questione tecnica imprescindibile: i campi e i controcampi che scavalcano il tempo più che lo spazio, i paradossi emotivi – come quelli di Petite Maman – in cui ritrovarsi accanto a familiari bambini, i messaggi di morti che tornano a rispondere come fossero ancora vivi. Lunghissimi teleobiettivi perlustrativi accorciano da lontano le distanze, annullano le prospettive, mettono tutto sullo stesso piano – di valenza, di memoria. Proprio come nel già citato The Trouble With Being Born, Wollner usa punti di vista stranianti, l’incertezza che siano effettive soggettive, una presenza dentro la macchina da presa – come quella nell’omonimo film di Soderbergh – che rompe l’incantesimo della neutralità.

Così a un certo punto la madre di Jessie decide comunque di ripartire con Melli e Lux per Tenerife, un’altra volta, in una rivisitazione dello stesso titolo, più tragica e fantasmatica, ritornando sulle tracce della propria memoria, nella stessa Tenerife di quando Jessie era appena una bambina, immortalata sui filmini di famiglia in MiniDV. In senso anche tecnico i tre cercano infatti un nuovo posizionamento geografico nei loro stessi ricordi, ritornando corpi che abitano le loro immagini e non viceversa – come, di nuovo in Aftersun, quell’estate era proprio il tentativo di Calum di rimanere, almeno nelle riprese da cartolina di quella vacanza, vivo per sempre, facendole bastare alla figlia Sophie per il resto della sua vita.
Se un trauma toglie presenza fisica dalla realtà, la sposta come ingombro nel proprio inconscio, quegli spazi virtuali di memoria – a cui Everytime abbina una colonna sonora 8-bit e ipnotiche sequenze su Minecraft, a cui Jessie, Melli e Lux giocano a tutto schermo – possono crearne un simulacro, un avatar immaginifico e parallelo, un luogo sicuro, con il sole cubico, come gli schermi realistici e materici del cinema di Jane Schoenbrun, in cui ritrovarsi ancora tutti assieme. Per ogni scomparsa, ci dice Everytime, esisterà un ricordo che non ha mai smesso di essere vissuto negli occhi, l’irrealtà di poterlo credere ancora possibile, vivo come allora, prima di trasformarsi irreversibilmente in trauma.
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