L'isola di Tenerife in una scena del film Everytime

Cannes 79 – Everytime, un’estate di normale inquietudine

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7 minuti di lettura

Il lutto rappresenta il modo distorto e deformato del mondo rimasto di manifestarsi ai nostri occhi, la persistenza di qualcosa che continua ad abitare compulsivamente lo sguardo anche se ha smesso di vivere per sempre all’interno del proprio campo visivo. Con Everytime, vincitore del Premio Miglior Film Un Certain Regard a Cannes 79, Sandra Wollner realizza un’opera straordinaria e radicale sui fantasmi della percezione, su tutti i modi vertiginosi della macchina da presa di contaminare di dolore il proprio reale, dando forma a immagini infestanti che la memoria non è riuscita (e non riuscirà mai) a cristallizzare.

Everytime, i ricordi di un’estate che non esiste

L’adolescente Jessie (Carla Hüttermann) ha in programma per l’estate una vacanza a Tenerife con la madre Ella (Birgit Minichmayr) e la sorellina Melli (Lotte Shirin Keiling). Prima della partenza, Jessie va a una festa con il suo fidanzato Lux (Tristán López), ma quando decidono di vedere insieme l’alba dalla sommità di un grattacielo, nell’ebbrezza mischiata a pillole che «fanno sentire l’odore dell’oceano», Jessie cade giù e, prima che chiunque altro si sia svegliato, muore sul colpo. In un breve salto temporale, tutto sembra essersi assestato, ma Ella cova dentro di sé un profondo risentimento per Lux, che ritiene colpevole, mentre lui aspetta ancora disperatamente il perdono. 

Carla Hüttermann interpreta l'adolescente Jessie sulla sommità di un grattacielo in una scena del film Everytime

Everytime racconta di memorie ripetitive e ossessive, fittizie quanto impossibili, un processo – come in Anatomia di una caduta – ai ricordi stessi, alla loro affidabilità, tra ciò che si sente dentro e ciò che si mostra imperturbabile al di fuori, per non cercare soltanto un colpevole (lo sono Lux e quella luce di un’alba mortale che, da nome, rappresenta?), ma valutando l’impunibilità di ogni trauma troppo doloroso per essere accettato. Sandra Wollner vede in quella tragedia una normalità stagionale che avanza sempre uguale (i fiori sulla tomba ogni settimana), un dolore comune e inspiegabile (le foto appese, i messaggi audio di Jessie con la voce squillante), al massimo nascosto in qualche stranezza progressivamente più inquietante (un drone che pedina e scompare).

L’estate che nel precedente The Trouble With Being Born era appena iniziata, e che qui invece non esisterà mai – perché sarà ogni volta – everytime da titolo – quella mancata, interrotta un attimo prima di avverarsi – richiama da subito anche quella azzurra e limpida di Aftersun (con cui, non a caso, condivide anche lo stesso direttore della fotografia Gregory Oke): il sole che scotta, un analogo tempo della fine che avanza, un padre e una figlia che esistono per una prima e ultima volta insieme, in paesaggi trasformativi deformati di dolore, con i fantasmi del cinema che cercano di risolvere la discrepanza tra sensazione e percezione, in immagini registrate anche quando non esiste (più) nulla al di là del proprio campo visivo.

Everytime, rompere la percezione del reale

Everytime fa di questa memoria di sguardo una questione tecnica imprescindibile: i campi e i controcampi che scavalcano il tempo più che lo spazio, i paradossi emotivi – come quelli di Petite Maman – in cui ritrovarsi accanto a familiari bambini, i messaggi di morti che tornano a rispondere come fossero ancora vivi. Lunghissimi teleobiettivi perlustrativi e invadenti accorciano da lontano distanze siderali, quasi divine, onniscienti, annullano le prospettive, mettono tutto su uno stesso piano diffrattivo in cui si può solo osservare, mai intervenire. Come in The Trouble With Being Born, Wollner usa punti di vista stranianti, l’incertezza che siano effettive soggettive, una presenza dentro la macchina da presa – come quella nell’omonimo film di Soderbergh – che rompe l’incantesimo impassibile della neutralità.

Il sole cubico nella scena del finale del film Everytime

Così a un certo punto la madre di Jessie decide comunque di ripartire con Melli e Lux per Tenerife, un’altra volta, in una rivisitazione dello stesso titolo Everytime, più tragica e fantasmatica, ritornando sulle tracce della propria memoria, nello stesso mare di quando Jessie era appena una bambina, immortalata sui filmini di famiglia in MiniDV. In senso anche tecnico i tre cercano infatti un nuovo posizionamento geografico nei loro stessi ricordi, ritornando corpi che abitano le loro immagini e non viceversa – come, di nuovo in Aftersun, quell’estate era proprio il tentativo di Calum di rimanere, almeno nelle riprese da cartolina di quella vacanza, vivo per sempre, facendole bastare alla figlia Sophie per il resto della sua vita.

Se un trauma toglie presenza fisica dalla realtà, la sposta come ingombro nel proprio inconscio, quegli spazi virtuali di memoria – a cui Everytime abbina una colonna sonora 8-bit e ipnotiche sequenze su un videogioco sandbox simil-Minecraft, entro cui Jessie, Melli e Lux si muovono liberamente a tutto schermo – possono crearne un simulacro, un avatar immaginifico e parallelo, un luogo sicuro, con il sole cubico, come gli schermi realistici e materici del cinema di Jane Schoenbrun, in cui ritrovarsi ancora tutti assieme. Per ogni scomparsa, ci dice Everytime, esisterà un ricordo agibile e giocabile che non ha mai smesso di essere vissuto negli occhi, l’irrealtà di poterlo credere ancora possibile, vivo come allora, prima di trasformarsi irreversibilmente in trauma.


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Classe 1998, piemontese, passo costantemente dal buio della sala a quello della camera oscura, sognando sempre un mondo in bianco e nero stampato a mano con la grana fine. Sospeso tra l'immaginazione visionaria di Leos Carax e il realismo magico di Alice Rohrwacher, quando non scrivo di cinema (e per il cinema), studio medicina.

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