Diretto dal regista premio Oscar Gore Verbinski (Pirati dei Caraibi, The Ring, Rango), Good Luck, Have Fun, Don’t Die è un’avventura comica con un costume di fantascienza che critica l’abuso moderno della tecnologia da parte della società. Le premesse ci sono, il divertimento pure; peccato, però, che la critica risulti vecchia e approssimativa.

Good Luck, Have Fun, Don’t Die, gli errori del passato
Good Luck, Have Fun, Don’t Die inizia dentro un Norm’s, il tipico diner statunitense, con lo splendido monologo di un uomo bizzarro (Sam Rockwell), sporco e sfatto, vestito con strane protuberanze meccaniche, un catetere che gli sbuca dal cappotto. L’uomo spiega ai clienti di venire dal futuro e di avere una missione importante. È la 117ª volta che prova ad assemblare una squadra per salvare il mondo.
Il gruppo si forma e parte all’avventura. L’obiettivo è entrare nella casa in cui un bambino è sul punto di creare la prima vera intelligenza artificiale, quella senziente. Bisognerà poi inserire la classica pennetta USB che fornisce i protocolli di controllo per l’IA, e salvare così l’umanità. Semplice, se non fosse che nel percorso i nostri eroi sono inseguiti e assaliti da mercenari assoldati da una figura imprecisata, da adolescenti zombificati dai social network, e da gatti-centauro giganti creati da un prompt. Riusciranno a salvare l’umanità dalla schiavitù di un’intelligenza artificiale fuori controllo?

Good Luck, Have Fun, Don’t Die, una visione già vecchia del mondo
Il pregio maggiore di Good Luck, Have Fun, Don’t Die è quello di configurarsi come film di puro intrattenimento, quindi non c’è da stupirsi che la sceneggiatura sia uno scolapasta. I buchi di trama sono evidenti, molte volte contribuiscono perfino all’ilarità generale. Ma non si guarda Good Luck, Have Fun, Don’t Die per la coerenza narrativa. Lo si guarda per passare due ore di svago, per divertirsi. La scrittura delle scene è spassosa, brillante, peccato che la loro successione non porti a una storia convincente.
I personaggi sono credibili perché diretti bene. Si vede la mano di Verbinski, la stessa che ha portato alla luce il pirata più riconoscibile del cinema, il capitano Jack Sparrow. Il protagonista del futuro di Good Luck, Have Fun, Don’t Die ha la potenzialità di essere riconoscibile, di diventare un nuovo tropo dell’eroe fantascientifico. È uno degli ultimi, nel vero senso della parola perché nella sua epoca l’umanità è a un passo dall’estinzione completa della specie. Il viaggiatore del tempo è folle, isterico, è un figlio della nostra epoca, un’epoca in cui la gente abusa di un umorismo perenne per schermarsi dall’orrore della realtà. La scena iniziale lo dimostra.
Il meraviglioso monologo di Sam Rockwell è talmente bello da togliere il fiato. Sembra di stare a teatro. Verbinski fa sentire la sua presenza in ogni passo dell’attore, in tutte le sue interazioni in scena, nella sicurezza dei suoi movimenti. L’uomo del futuro concentra su di sé l’attenzione dei clienti del diner, e Sam Rockwell ipnotizza gli spettatori di Good Luck, Have Fun, Don’t Die con la bravura di un attore navigato, diretto da un esperto che ha una visione chiara della caratterizzazione del personaggio.

I personaggi del gruppo interagiscono in modo spontaneo, creando una bellissima alchimia che fa respirare allo spettatore una leggerezza tale da rendere il film dinamico e divertente da guardare. Sono credibili, anche se a tratti cristallizzati in tipi estremamente riconoscibili: la mamma che farebbe di tutto per il figlio, la coppia-non coppia di amici trentenni, chi muore per primo, chi muore alla fine, la ragazzina contro il sistema.
C’è qualcosa di rassicurante nella prevedibilità della scrittura di Good Luck, Have Fun, Don’t Die, ma quel qualcosa lascia anche intravedere un’incapacità di raccontare una storia al passo con i tempi. Il gruppo di protagonisti funziona bene perché è la conseguenza di una ricetta, ma nel panorama cinematografico contemporaneo seguire una ricetta non basta più se il tuo immaginario è già vecchio prima dell’uscita del film, come in Disclosure Day di Steven Spielberg. Le scene clou di Good Luck, Have Fun, Don’t Die sono approssimative e generaliste, pensate e approvate da qualcuno che non comprende, o non vuole considerare, il mondo nella sua complessità.
Così, gli adolescenti a scuola diventano degli zombie senza cervello, pronti ad aggredire chiunque li allontani dai loro telefoni; gli inseguitori mascherati sono la macchietta di trentenni con il desiderio del viaggio in Giappone; l’intelligenza artificiale ha le fattezze di un bambino bianchissimo senza capelli; le sparatorie di massa nelle scuole sono talmente frequenti da permettere la creazione di un servizio di clonazione grazie a cui i genitori possono riavere i loro figli scomparsi a patto di sopportare qualche minuto di pubblicità ogni tanto (immagine peraltro già presente nella serie Black Mirror).

Good Luck, Have Fun, Don’t Die, l’assenza dei colpevoli
La poca originalità nell’immaginario, che dovrebbe contribuire a una critica più ampia dell’uso odierno della tecnologia, fa perdere in un bicchier d’acqua il cuore del problema. Good Luck, Have Fun, Don’t Die punta il dito contro le nuove generazioni. Solo loro hanno il cervello atrofizzato, solo loro sono in balia della tecnologia dell’IA; i professori sono invece delle vittime, e i genitori cercano solo di affrontare come possono il dramma di una generazione che non riescono più a comprendere. È una visione estremamente vecchia e riduttiva della questione, e, addirittura, problematica.
Additare le nuove generazioni significa non vedere da dove parte il problema, lavarsene le mani. Il problema non sono le nuove generazioni come Good Luck, Have Fun, Don’t Die vuole farci credere. Il problema sono quei ricchi uomini bianchi di mezza età che si credono padroni del mondo e che nel film non esistono. Certo, l’uso che un individuo fa della tecnologia è personale, ma la disponibilità del prodotto – insieme alla sua necessità sociale, all’interconnessione con il mondo del lavoro e all’avanzamento sempre più sregolato dell’IA a danno del progresso e benessere popolare ed esclusivamente a favore del profitto – è colpa di chi quel prodotto lo tiene in pugno.
Good Luck, Have Fun, Don’t Die perde il diritto alla critica nel momento in cui ignora i veri colpevoli, riducendosi a un divertissement passeggero e, nel farlo, diventa ciò che critica: un modo per spegnere il cervello e immergersi in due ore di avventura che distrae e fa ridere. Se lo si considera una metafora, allora per l’umanità non c’è davvero più speranza.
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