Marco Bechis presenta in Concorso all’83esima Mostra del Cinema di Venezia Ritorno a Buenos Aires, un film sui desaparecidos negli anni della dittatura in Argentina. Un prodotto non del tutto riuscito in cui la testimonianza di sofferenza viene depotenziata da scene a tratti didascaliche.
Ritorno a Buenos Aires sarà distribuito nelle sale italiane dal 17 settembre 2026 grazie a Fandango.
Ritorno a Buenos Aires, la testimonianza decisiva
Nel 2008, Mariano Guerra (Adriano Giannini) è un medico italiano che riceve una chiamata che lo invita a testimoniare al processo contro gli ex militari responsabili di crimini contro l’umanità durante il periodo della dittatura argentina, tra il 1976 e il 1983. In Ritorno a Buenos Aires si scopre quindi che Mariano è stato internato insieme ad alcuni suoi compagni argentini nel campo di concentramento “Garage Olimpo”, luogo di tortura, violenza e morte.
Mariano torna, per la prima volta dopo trentatré anni, a Buenos Aires. È ospite negli alloggi del Ministero della Giustizia, come altri sopravvissuti con cui ha condiviso la prigionia, mentre aspetta di essere convocato a processo. Il ritorno a Buenos Aires, la presenza di vecchi compagni e l’incontro con i suoi aguzzini riportano alla luce una ferita troppo profonda che non si è mai sanata.

Ritorno a Buenos Aires, il luogo come simulacro di memoria
In Ritorno a Buenos Aires, il regista Marco Bechis ritorna a sua volta in Argentina. Non è il primo film in cui il regista racconta la storia dei desaparecidos argentini: nel 1999 infatti presenta Garage Olimpo al Festival di Cannes. Anche in questo film la storia è in parte autobiografica. Il regista è stato sequestrato nel 1977 e detenuto per quattro mesi nel centro clandestino Club Atlético, prima di essere espulso dall’Argentina per motivi politici.
La sofferenza e il trauma di Mariano sono indubbiamente reali. Con una buona performance attoriale di Adriano Giannini (già presente in questa edizione del Festival in L’estranea di Paolo Strippoli), Ritorno a Buenos Aires non riesce purtroppo a dare spessore emotivo a una storia straziante. La sceneggiatura scricchiola in più punti, svuotata dal modo in cui il regista mostra il trauma in scena. Di conseguenza, le scene che dovrebbero rappresentare il cuore emotivo del film risultano caotiche nella loro successione, con i personaggi che si comportano in modo erratico.
Il passato che Mariano si trova costretto ad affrontare in Ritorno a Buenos Aires compare sullo schermo in un susseguirsi di scene didascaliche che gli fanno rivivere i fantasmi del passato. Mariano concretizza i suoi stessi ricordi mentre passeggia per Buenos Aires, mentre segue il suo aguzzino – il terribile Dottor K – o mentre rivisita per la prima volta il campo di concentramento in cui è stato imprigionato. La fisicità del ricordo, però, non riesce a eguagliare la sofferenza che Giannini mostra nel presente, finendo per sgonfiare di emotività le scene.

Il film, però, presenta un’interessante riflessione sul luogo inteso come simulacro di memoria. È solo rivisitando i luoghi del suo passato che Mariano riesce a trovare la forza per testimoniare. Il luogo contiene in sé i ricordi di chi lo attraversa, anche per chi non l’ha mai attraversato. Per questo motivo Evelyn (Veronica Gerez), la figlia di Muñeca (Olivia Nuss), una donna internata nel campo di concentramento a causa di Mariano e gettata viva nell’oceano durante i voli della morte, prova un senso di catarsi quando Mariano le indica la cella della madre.
Ritorno a Buenos Aires è il punto di arrivo per il regista. È il modo in cui prova a chiudere il cerchio di una vicenda terribile, facendo chiarezza sul senso di colpa provato da chi è riuscito a sopravvivere.
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