Il 7 ottobre 2026 è arrivata su Prime Video Carrie, miniserie dello showrunner Mike Flanagan e quarta trasposizione dell’omonimo romanzo di Stephen King, dopo il Carrie – Lo sguardo di Satana di Brian De Palma (1976) (quinta, se consideriamo anche il suo sequel Carrie 2 – La furia, del 1999), il film tv Carrie (2002) e il remake Lo sguardo di Satana – Carrie di Kimberly Peirce (2013). Dopo mezzo secolo, il film di De Palma è rimasto ancora nella memoria collettiva come l’adattamento per eccellenza di Carrie: l’inedita forma seriale sarà riuscita a fare giustizia al primo libro di Stephen King? Il risultato ci ha lasciati sospesi a metà.
Cosa funziona in Carrie, un nuovo vecchio mondo

Chamberlain, Maine. L’adolescente Carietta “Carrie” White (Summer H. Howell) cresce segregata in casa da parte dei genitori, i fanatici religiosi Ralph e Margaret White. Quando suo padre rimane tragicamente ucciso in un incidente al cantiere, Carrie è costretta ad iscriversi al liceo locale: l’incontro con il mondo sarà traumatico, e il bullismo che subisce fuori e dentro le mura domestiche porterà al risveglio drammatico dei suoi poteri telecinetici.
Nel parlare di Carrie bisogna necessariamente partire da una premessa: stiamo parlando di un libro che non arriva a 200 pagine. Trasporlo in quasi otto ore di stagione, quindi, implica per forza di cose l’aggiunta e l’ampliamento di vaste sezioni. Mike Flanagan sceglie di ambientare la storia ai giorni nostri, e si rivela una scelta più che riuscita: gli abusi subiti dalla povera Carrie trovano quindi una moderna applicazione talmente estesa che neanche King stesso, probabilmente, avrebbe potuto immaginare cinquant’anni fa. Inoltre, l’ingenuità di Carrie e il suo essere così fuori dal mondo sono in questo modo amplificati a dismisura, nel suo ingresso in una sfera sociale sempre più omologata e interconnessa.
Il cyberbullismo diventa una tematica preponderante, nell’epoca di grandi preoccupazioni riguardo all’impatto dei social network sulla salute mentale degli adolescenti in particolare, tra profili fake, anonimato e una vita costantemente esposta alla pubblica piazza. Flanagan infatti punta apertamente il dito contro i peggiori risvolti che tutti conosciamo dei social – parte importante della stagione è un finto account creato per bullizzare Carrie dopo il celeberrimo episodio delle prime mestruazioni, che diventa il terrore della scuola nel momento in cui comincia a violare la privacy di tutti, studenti e professori – e lo usa per aprire un dibattito più ampio sulla situazione americana.
La critica va spesso infatti anche ai genitori stessi (non se ne salva mezzo), ammantati da un velo di ipocrisia e colpevoli di viziare o trascurare i figli, o semplicemente di ignorare il mondo in cui essi vivono; un sistema scolastico inadeguato e non al passo coi tempi, così preoccupato di salvare la faccia (rappresentato dal preside Grayle del buon Matthew Lillard) da non accorgersi di adolescenti che si distruggono a vicenda sotto il suo naso; la pornografia del dolore dell’era dei social, in cui tutto diventa spettacolo con un semplice reel verticale, e perfino alla condizione delle armi negli Stati Uniti e al complottismo.
C’è tanta carne al fuoco (no pun intended) in Carrie, che si trasforma in uno spaccato di una società tesa e divisa ogni giorno di più.

Altra nota lietissima sono gli interpreti, a cominciare dalla protagonista. Summer H. Howell – che ad appena 22 anni ha già un curriculum nell’horror, in cui figurano La Maledizione di Chucky (2013), The Midnight Man (2016), Wolf Hunter (2020) e All Fun and Games (2021) – è semplicemente eccezionale nel portare su schermo l’ingenuità e l’innocenza di Carrie nel momento in cui viene catapultata in questa baraonda di mondo al di fuori delle quattro mura di casa White.
Fa male vederle la meraviglia negli occhi nella prima puntata, per chi conosce la storia; purezza che Carrie cerca disperatamente di mantenere fin proprio alla fine, ma che viene presto sporcata, umiliata e soppressa, affiancata da un confuso dolore, prima, e da una cieca furia, poi.

Suo contrappunto è la madre Margaret (Samantha Sloyan). Se finora, la padrona di casa White è sempre stata la malvagità in persona, Flanagan sfrutta il maggior tempo a disposizione per renderla più sfaccettata: la sua insita crudeltà non sparisce, ma è meno manifesta, più sottile, resa perfettamente dalla Sloyan. Margaret ha un rapporto stavolta più materno con sua figlia, tanto da diventare attivista social per difenderla, ma rimanendo al suo nucleo estremamente bigotta e manipolatoria, tentando in tutti i modi di controllare e schermare la figlia da ogni influenza esterna.
Menzione d’onore, infine, va alla Chris Hargensen di Alison Thornton, che, per quanto anch’essa più tridimensionale, rimane fondamentalmente il diavolo incarnato.
Carrie, ecco che cosa non ci è piaciuto

Il rovescio della medaglia di adattare 176 pagine in otto episodi tra i 50 e i 60 minuti l’uno è inevitabilmente proprio l’allungamento del brodo. Carrie, come detto, affronta svariate tematiche, al punto tuttavia da arrivare verso metà stagione a chiedersi se si stia guardando, effettivamente, ancora Carrie o un teen drama molto ben fatto sui licei statunitensi nel 2026. Flanagan, apprezzatissimo showrunner e regista horror tra grande e piccolo schermo (Ouija, Il gioco di Gerald, The Haunting, Midnight Mass, La caduta della casa degli Usher…), decide stavolta di centellinare la componente orrorifica, limitandola a qualche apparizione del padre di Carrie e al finale, andando più verso lo scenario fantascientifico.
È proprio questa la parte più divisiva, che può essere apprezzata per il suo tentativo di innovazione o rifiutata per il suo essere fuori posto. Chi vi scrive, purtroppo, propende per la seconda opzione. Non è una questione di attinenza al romanzo, perché senza cambi o innovazioni non avrebbe senso riproporre nuove versioni di una storia conosciuta, ed un film o serie che siano vanno valutati in primis per ciò che sono: il punto è fare aggiunte che non tradiscano il significato della storia. Flanagan sceglie di ampliare l’immaginario di Carrie attingendo a elementi della più ampia mitologia kinghiana, che nel romanzo erano unicamente accennati o lasciati volutamente aperti, o che sarebbero arrivati dopo (come il concetto di luccicanza).
Privilegiare alcuni elementi, però, come la comparsa risolutiva di altri telecineti (che non possono non far pensare a certi X-Men, in alcuni punti), o la spiegazione scientifica dei poteri di Carrie (lasciata aperta nel romanzo, qui si avvicina più alla zona midichlorian), possono risultare un’aggiunta troppo ingombrante (vedi il personaggio di Emaline), che va a privare la storia di magia e unicità e sembra più diretta ad un proseguimento della serie o del suo universo.

La ricostruzione frammentata degli avvenimenti di Chamberlaine viene riproposta in forma di interviste ai superstiti nei primi episodi, salvo poi ricomparire solamente nell’ultimo; infine, un ultimo appunto. Sappiamo tutti che Stranger Things ha pescato a piene mani da Stephen King, non lo si scopre oggi: ma a livello puramente visivo, mostrare il dispiegamento di certi poteri in un certo modo, in un periodo immediatamente post ST, rischia di risultare a suo volta derivativo.
Quel che è certo è che il multiverso di Stephen King continua a stimolare la creatività di cineasti da più di cinquant’anni: solo nell’ultimo anno abbiamo avuto la serie HBO It – Welcome to Derry e i film The Running Man e The Long Walk, come è costante il rapporto ondivago tra l’autore e le trasposizioni delle sue opere, da sempre di qualità altalenante. Carrie è da considerarsi quindi comunque un buon prodotto, che si perde però nei dettagli cercando di mettere troppo sul piatto.
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