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Stephen King, storia bipolare del suo difficile rapporto con il cinema

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8 minuti di lettura

Stephen King compie 75 anni, ed è quasi cinquant’anni che milita nell’industria del cinema. Una frase simile potrebbe già spiegare la mastodontica produzione letteraria che, a volte attraverso l’adattamento e altre volte attraverso un vero e proprio ripensamento della storia (vedi Shining di Kubrick), hanno donato linfa narrativa alla cultura neo-pop di Hollywood.

Gli albori di Stephen King: un inizio tutt’altro che scontato

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Una scena dal film Carrie (1976) diretto da Brian De Palma sul soggetto

Nel disastro della guerra fredda, nell’angosciante riarmo nucleare, nella drammatica eredità lasciata dalla guerra del Vietnam, l’America in cui iniziò a operare il buon King era tutt’altro che scontata. Andava ripensato integralmente il modo di fare cinema, il contesto lo richiedeva. Il cinema aveva la necessità di proporsi molto più ai giovani, meno alla classe borghese dei saxon-white (gli anglosassoni americani bianchi). I vecchi generi andavano svecchiandosi, e nel contorno maccartiano della caccia alle streghe il cinema – come tutte le arti – diventò inevitabilmente più politicizzato.

Al cinema generalista e commerciale serviva insomma una resurrezione. Ai generi nuovi (splatter-horror, noir ecc.) e ai giovani autori, avventurosi nel modo di narrare e virtuosi nel modo di dirigere, spettava l’importante compito di svecchiare il contesto. Per il momento bastavano i numerosi autori che tuttora conosciamo molto bene: Steven Spielberg in testa, Brian De Palma, Woody Allen, Roman Polanski, Miloš Forman, Martin Scorsese e altri geni includendo, se si vuole, anche il caso tutto italiano degli spaghetti western.

Stephen King non ebbe però il vanto di farne parte. Due i motivi principali: il primo è che, banalmente, era (e ancora è) essenzialmente un autore letterario, non cinematografico. Il secondo è la scarsa riconoscenza che ebbe nei primi anni ’70-’80 da parte del complesso della critica. Il suo ruolo come grande autore di cinema lo ebbe, paradossalmente, con due film cult più tardivi negli anni ’90 e per niente vicini al genere horror. Ovviamente stiamo parlando dei film diretti da Frank Darabont: Il Miglio Verde con Tom Hanks e Michael Clarke Duncan e Le Ali della Libertà con Morgan Freeman e Tim Robbins.

E la critica che fa?

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Una scena dal film La Zona Morta (1983) diretto da David Cronenberg

Ma prima ancora degli importantissimi successi con Darabont, Stephen King era notoriamente inserito nella produzione hollywoodiana. Prima di molti ha avviato collaborazioni con il già citato Brian De Palma, e per nominarne un altro paio: David Cronenberg e John Carpenter. Nonostante oggigiorno registi di questo calibro hanno un loro riconosciuto talento, è anche vero che nella loro gioventù – chi più chi meno – non hanno avuto subito la riconoscenza dalla critica.

Ma ciò non toglie che Stephen King era a tutti gli effetti sulla bocca di molti registi e produttori: con i suoi romanzi ha ispirato menti, con il suo occhio puntato verso il cinema e la fiction ha dato dimostrazione di poter essere una valida alternativa all’horror classico di allora. Non bastava dunque Shining nel 1980 per consacrare un maestro dell’horror come King?

In modo più provocatorio viene da chiedersi: perché la critica del tempo non sopportava Stephen King?

Stephen King: una mente tutta letteraria e poco cinematografica

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Sul set di The Shining (1980) diretto da Stanley Kubrick

È in effetti ancora famosa la disputa che si creò tra Stephen King e Stanley Kubrick, per le ingenti modifiche apportate dal secondo nella sceneggiatura di Shining; cosa che ha completamente cambiato la trama, l’allegoria, i personaggi della storia. In realtà, come sappiamo tutti, Shining (film) è un autentico capolavoro, punta di diamante della produzione kubrickiana e piedistallo di marmo bianco dell’horror contemporaneo. L’impatto visivo è immediato: l’horror non è solo narrativo; è anche, e soprattutto, tecnica cinematografica.

Ma a questo Stephen King non pensò mai, il concetto di racconto paranormale è troppo ancorato alle descrizioni visionarie della pratica romanzesca. L’horror è una questione di immagini, in particolare della mente, ma – i maestri insegnano – non vale lo stesso per il cinema, che invece è una macchina in cui ogni ingranaggio (fotografia, regia, scenografia, costumi, musica ecc.) deve incastrarsi alla perfezione se vuole funzionare. Le immagini suggestive non bastano.

Ribaltata la questione, a questo punto, sembra che la critica c’entri poco o niente con lo svilimento del Re dell’horror su carta. La sua invadenza nella pratica cinematografica lo rilegò in un angolino destinato a un pubblico massificato. Sapeva vendere, bisogna ammetterlo. Ma da quel mondo che aveva appena imparato ad amare la bomba atomica non fu mai (e non lo è tuttora) in sintonia.

Date a Stephen King quello che è di Stephen King

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Una scena dal film IT (2017) diretto da Andy Muschietti

Nonostante ciò, è improbabile pensare a un regista o a un film degli anni ’80-’90 (non per forza horror) senza giungere direttamente, o indirettamente, a Stephen King. La genialità d’inventiva che lo caratterizza porta a storie dalla profondità strutturale imprevedibile. Il seducente fascino per il paranormale, che strizza l’occhio anche agli amanti dello splatter, viene iniettato nella realtà quotidiana provinciale dell’America ai suoi confini. King flirta sempre con il pubblico: li fa sprofondare nella poltrona di casa la notte quando sono immersi nei suoi racconti, come li fa saltare sulla poltroncina del cinema quando vedono un suo adattamento.

Come si fa quindi a sottovalutare il suo amore per il cinema? Il suo dopotutto è un tentativo, forse in parte riuscito, di creare un canale mediatico tra letteratura e settima arte. Come un po’ abbiamo potuto dire al riguardo dei suoi albori: è una cosa tutt’altro che scontata.

Sono queste d’altronde le grandi eredità – tutt’ora in corso – lasciate da Stephen King: un maestro bipolare, dalla frizzante produzione artistica che nel cinema ha conosciuto molti scivoloni, cadute di stile, fallimenti commerciali. Ma in fondo tutto viene (quasi) perdonato dalla vulcanica esplosione di idee intramontabili.


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Studente alla Statale di Milano ma cresciuto e formato a Lecco. Il suo luogo preferito è il Monte Resegone anche se non ci è mai andato. Ama i luoghi freddi e odia quelli caldi, ama però le persone calde e odia quelle fredde. Ripete almeno due volte al giorno "questo *inserire film* è la morte del cinema". Studia comunicazione ma in fondo sa che era meglio ingegneria.

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