The Long Walk (

The Long Walk, su HBO Max l’adattamento del romanzo omonimo di Stephen King

7 minuti di lettura

Le opere del maestro Stephen King continuano ad ispirare prolificamente il grande e piccolo schermo, anche dopo cinquant’anni di carriera. L’anno scorso si era concluso con il ritorno nell’immaginario di It, l’ottima serie HBO Welcome to Derry, e con la riproposizione di The running man firmata Edgar Wright; in questo 2026 è ora il turno di The Long Walk, diretto da Francis Lawrence (Hunger Games) ed ispirato all’omonimo romanzo datato 1979, uscito nelle nostre sale ad aprile 2026 e ora disponibile su HBO Max.
Una lunga, martoriante strada, 50 giovani uomini e un solo vincitore.

The Long Walk, odi et amo di King tra pagine e schermo

The Long Walk

Distopici Stati Uniti, fine XX secolo. Una non meglio precisata devastante guerra ha lacerato il Paese e l’ha trasformato in una dittatura militare, che ogni anno istituisce un evento, la long walk del titolo, a cui devono partecipare 50 volontari adolescenti, uno per ogni Stato, per forgiare il morale, il patriottismo e l’etica del lavoro di una nazione boccheggiante nella depressione economica.

L’obiettivo è, semplicemente, camminare il più a lungo possibile senza mai scendere sotto le tre miglia orarie (circa 4.5 km/h), pena la fucilazione seduta stante dopo tre avvertimenti. Il vincitore, l’ultimo rimasto in piedi, riceverà un grande premio in denaro o potrà esprimere un qualunque desiderio a piacere.
Seguiamo quindi i concorrenti provenienti da ogni angolo del Paese, in particolare Ray (Cooper Hoffman, figlio del compianto Philip Seymour), che lega subito con il carismatico Pete (David Jonsson), mentre i ragazzi vengono spronati dal crudele maggiore senza nome, interpretato da Mark Hamill.

I romanzi di King, si sa, hanno da sempre un rapporto ondivago con le proprie trasposizioni, iniziato praticamente subito dopo l’esplosione di popolarità dello scrittore del Maine. Si spazia da nomi come Carrie, La zona morta, Stand by me, Misery non deve morire, Il miglio verde, Le ali della libertà e il sempiterno It, a buchi nell’acqua colossali come La torre nera, The running man (1987), Pet sematary (2019) e Le notti di Salem (2024), per non parlare di casi particolari come, ovviamente, Shining, tanto amato da pubblico e critica quanto odiato dallo stesso King.

Ogni annuncio di un nuovo adattamento, originale o remake, di una sua storia è un lancio di una moneta, che spesso si conclude molto bene o molto male, a quanto pare: The Long Walk, invece, si inserisce in una via di mezzo che può tutto sommato lasciare soddisfatti.

The Long Walk porta a casa il compito (a piedi)

The Long Walk: Cooper Hoffman e David Jonsson durante la camminata

The Long Walk segue pedissequamente quella strada carnefice che diventa anch’essa personaggio. Siamo incollati a quell’asfalto sporco, grigio e intriso di sangue che, come un moderno fiume Stige, segna il confine tra i due mondi per 49 ragazzi. Adolescenti che, come se fossero le selezioni per la squadra del college e non una competizione mortale, finiscono inevitabilmente per legare e fare gruppo, cercando di sostenersi a vicenda pur consapevoli che la propria sopravvivenza dipenda necessariamente dalla sconfitta degli altri.

The Long Walk è tutto nei suoi personaggi – quasi totalmente maschili, eccezion fatta per Judy Greer nei panni della mamma di Ray – ed in particolare in Pete e Ray, che formano un legame inossidabile nelle condizioni peggiori. Non c’è riposo, per dolore, sonno o per andare in bagno: Hoffman (Licorice Pizza) è sicuramente la nota più lieta del film con la sua interpretazione, insieme a quella di Jonsson (già apprezzato due anni fa in Alien: Romulus), che, per la verità, porta in scena un personaggio quasi superumano dall’inizio alla fine, fin troppo.

Intorno a loro si muovono giovani spaventati, silenziosi o agguerriti, tra cui il Curley di quel Roman Griffin Davis che fu protagonista di Jojo Rabbit ed il viscido, instabile Barkovitch di Charlie Plummer, che rappresenta una buona quota villain insieme ad un Mark Hamill col pilota automatico nell’interpretare un soldato che potremmo definire anni Ottanta: semplicemente, cattivo perché sì.

The Long Walk: Mark Hamill

L’interminabile marcia dei protagonisti, all’epoca della stesura del romanzo, simboleggiava una generazione mandata a morire in Vietnam con tanta propaganda e nessuna vera motivazione. Oggi The Long Walk è solo l’ultima rappresentazione delle preoccupazioni di Stati Uniti – e di un mondo – che vivono nell’incertezza e nell’instabilità sociopolitica (basti pensare al Civil War di due anni fa), mentre al comando c’è una figura talmente (tragicamente) caricaturale che probabilmente neanche King stesso avrebbe ritenuto attuabile come villain.

Come il film di Garland, anche The Long Walk non si dilunga nella costruzione e spiegazione del mondo in cui è ambientato: qui, però, per quanto seguire sempre la strada con i protagonisti sia suggestivo, del worldbuilding più approfondito avrebbe giovato. Vedere davvero cosa spingerebbe degli adolescenti ad offrirsi per una sfida mortale (Francis Lawrence ci ha preso gusto dopo Hunger Games, anche se lì i tributi non erano volontari) ed esplorare le disperate condizioni in cui versano gli Stati Uniti avrebbe arricchito il racconto, che invece così risulta monco.

La scelta di concentrarsi sulle relazioni tra i personaggi potrebbe deludere chi si aspetta il racconto di una lotta per la vita all’ultimo sangue: pur mancando l’appuntamento con l’opportunità di diventare qualcosa di più, The Long Walk si conferma però comunque una visione piacevole per chi cerca un buon thriller-horror, che si inserisce educatamente nel pantheon degli adattamenti di Stephen King (qui produttore, vale la pena ricordarlo).


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Classe 2000, marchigiano ma studio Comunicazione all'Università di Padova. Mi piacciono la pallacanestro, i cani e tanto tanto cinema. Oh, e casomai non ci rivedessimo, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!

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