Odissea

Odissea, così Nolan ci regala il suo più grande kolossal

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Come ci si può anche solo approcciare ad uno dei poemi fondanti di millenni di cultura occidentale, costantemente in bilico tra realtà e mito a cominciare dal suo autore (o autrice, o autori)? Un’epopea talmente vasta e leggendaria da essere diventata un termine d’uso comune? La si mette in mano all’uomo che, insieme a Denis Villenueve, detiene le chiavi dei grandi kolossal d’intrattenimento moderni: Christopher Nolan.

Odissea: Ulisse interpretato da Matt Damon nel film di Nolan.

Amato e odiato, il regista inglese cementifica il successo di Oppenheimer regalandoci un lavoro monumentale, con un cast All-Star, che fin dal suo annuncio ha generato un livello di hype, anticipazioni e polemiche difficilmente individuabile nel recente passato e replicabile nell’immediato futuro solo grazie ad una fine del 2026 che si preannuncia bollente.
Matt Damon è Odisseo, Christopher Nolan dirige Odissea: il cinema ringrazia. Dal 16 luglio 2026 in tutte le sale.

Cosa lega Christopher Nolan e l’Odissea

La struttura dell’Odissea si presta alla non linearità del racconto tanto cara a Nolan. Dieci anni di storia si dipanano all’indietro dalla fine, a Itaca, dove il giovane Telemaco (Tom Holland) attende ormai quasi senza speranza il ritorno di suo padre Ulisse da una guerra di Troia terminata da un decennio, mentre la madre Penelope (Anne Hathaway) prende tempo, mentre è assediata dai pretendenti Proci, con il viscido Antinoo (Robert Pattinson) in prima fila.

Odissea, un frame di Matt Damon nel film di Nolan, circondato da soldati, in un bosco.

Parallelamente, Ulisse, intrappolato sull’isola di Calipso (Charlize Theron) e annebbiato dai suoi fiori di loto, inizia a ricordare le vicissitudini cominciate con l’ingresso del cavallo a Troia e la sanguinosa conquista della città e proseguite con il disperato tentativo di ritorno a casa attraverso mari in tempesta, ciclopi, streghe e sirene.

L’Odissea, insieme alla sorella Iliade, è considerata genitrice della letteratura occidentale: i due poemi omerici raccontano storie e tropi che sono stati studiati, analizzati, sviscerati e adattati media ad essi successivi. L’Odissea in particolare ha il merito di aver scolpito nella pietra i pilastri del viaggio dell’eroe: la sua struttura narrativa che è diventata la base di migliaia di storie attraverso i secoli.

Questo è un altro motivo per cui il match con Nolan non potrebbe essere più puntuale: il cinema del regista britannico è da sempre racconto di lunghi viaggi e di faticosi ritorni a casa. Soldati in fuga (Dunkirk), ascesa, caduta e rinascita (trilogia del Cavaliere Oscuro) e, soprattutto, genitori che cercano disperatamente di ricongiungersi ai propri figli: The Prestige – che resta ancora il suo apice -, Inception, e Interstellar, la personalissima ed inconfondibile odissea nolaniana,

Odissea è la summa di più di vent’anni di poetica di Christopher Nolan, che bissa la maturità raggiunta col trionfo di Oppenheimer riprendendone alcuni temi, in quello che a tratti sembra, paradossalmente, un sequel spirituale. Odisseo, con il suo ingegno, ha ideato il trucco che su Troia ha lo stesso effetto della bomba atomica: il massacro.

Dove guardare Odissea di Nolan

Odissea è, semplicemente, enorme. È maestoso nelle dimensioni, nella portata di un’epopea senza tempo raccontata nella più grande scala fisica e drammatica raggiungibile. È il ritorno del kolossal vecchio stile, che strizza l’occhio ai peplum degli anni Sessanta e che riporta sul grande schermo quel respiro epico estremamente tangibile, fatto di CGI mirata e molto di più di effetti pratici, costumi, sonoro, umano.

Quel tipo di grandeur storica che aveva avuto un nuovo boom nel decennio successivo a Braveheart (1995), con il proliferare ad alterne fortune di titoli come Il Gladiatore, Le Crociate, King Arthur, Troy (senza scomodare Il Signore degli Anelli), che negli ultimi anni si era invece persa nel successo di altri generi e nell’abuso di effetti speciali. Inutile specificare che Odissea vada assolutamente goduto al cinema, nella sala più grande possibile, per ricordarci ancora una volta quanto quest’esperienza non si possa barattare con nessuna visione casalinga.

Un’Odissea travolgente, tra mostri, maghe e dee

Polifemo è tra gli elementi più famosi del poema, e qui non è da meno: il ciclope – portato in scena privilegiando animatronic e prospettiva – è protagonista di una sequenza puramente horror, che stimola l’idea che Nolan si dedichi un giorno ad un lungometraggio di genere. Il suo design ricorda molto da vicino L’Uomo Pallido de Il Labirinto del Fauno, mentre le scene più cruente catturano gli occhi, ispirate al Saturno divora i suoi figli di Goya, pur omettendo la parte riguardante Nessuno: scelta sensata nel contesto della scena.

Odissea: Polifemo, protagonista di una scena horror del film di Nolan.

Si spinge con successo sull’acceleratore dell’inquietudine anche con la maga Circe (Samantha Morton): la trasformazione degli uomini in maiali è puro body horror, grottesco e tremendamente efficace, e l’attrice britannica, meno celebrata rispetto all’altisonante resto del cast, è semplicemente perfetta.

La sequenza più riuscita è però tutto il lungo flashback riguardante la fine della guerra. A cominciare dalla spiaggia: i soldati greci, chiusi nel ventre del cavallo di legno, in attesa mentre la marea sale, richiamano immediatamente la scena molto simile della barca arenata in Dunkirk. L’attesa spasmodica di uomini intrappolati per giorni, la paura, le gocce d’acqua sul viso e il sapore del sale sono pulsanti e vivide.

Tutto viene poi sublimato ed esplode nella drammatica caduta di Troia. Incalzati dall’ancora una volta magnifica colonna sonora di Ludwig Goransson – che lavora con Nolan da Tenet e sta inanellando un successo dopo l’altro tra Oppenheimer e I Peccatori – i greci prendono la città nel sangue e Odisseo realizza davvero che cosa ha causato: gli orrori di una guerra (tema centrale nel film) nata, come sempre, da un pretesto per gli interessi di pochi.

Odissea: Antinoo, interpretato nel film di Nolan da Robert Pattinson.

La componente divina (almeno quella diretta) è rappresentata dalla sola Atena interpretata da Zendaya, costante presenza che accompagna e ammonisce Ulisse e per la quale si è scelta un’interessante rivelazione nel finale.

Per quanto la durata rasenti le tre ore (che volano), è chiaro che non si potesse comprimere tutta l’Odissea in maniera dettagliata, e che sia stato necessario sacrificare delle parti per privilegiarne altre. Per questo il ritmo a volte è discontinuo, prendendo velocità verso l’arrivo all’isola di Calipso: il conflitto coi Lestrigoni è piuttosto episodico, ed è un peccato che le sirene abbiano trovato uno spazio esiguo, seppur incisivo (soprattutto nella descrizione del loro canto).

Il cast stellare scelto per Odissea funziona?

Per una storia enorme come l’Odissea serve necessariamente il giusto star power, e il cast a 5 stelle non delude: oltre ai nomi sopracitati, troviamo Jon Bernthal nei panni di Menelao, Lupita Nyong’o (Elena di Troia e Clitennestra), Benny Safdie (Agamennone), Elliot Page (Sinone) e Mia Goth (Melanto).

L’Ulisse di Matt Damon è su misura. Il re di Itaca è stanco, e soprattutto non è un eroe del tutto positivo: la sua hybris gli costa vite umane più di una volta, ma lo sguardo di sfida agli dèi rimane intatto. Il suo eterno viaggio è l’espiazione delle colpe da cui è tormentato, lo stesso sguardo nel vuoto di quell’Oppenheimer che si domanda se abbia davvero distrutto il mondo: i fantasmi di amici e nemici sono vividi nella mente di Odisseo – e la sequenza nell’Ade è estremamente affascinante per messa in scena – e il dilemma che lo lacera, l’aver contribuito alla caduta della civiltà, è quantomai attuale nei tempi che stiamo vivendo.

Odissea: Penelope, interpretata da Anne Hathaway. La moglie di Ulisse che attende il suo ritorno a casa.

Un punto debole di Nolan è spesso stato la creazione dei personaggi femminili. Anne Hathaway simboleggia, finalmente, il cambiamento: è suo il dramma di una Penelope segnata sì nell’animo da vent’anni di assenza del marito, ma dalla forza stoica nel resistere a pretendenti invadenti, impossibilitata al contempo a regnare davvero in un mondo che non accetta una regina.

Chiudono il quartetto dei migliori l’Antinoo di Pattinson, odioso ed infido, che consacra ancora una volta l’attore britannico in un 2026 da incorniciare a livello di carriera (reduce da The Drama e Dune: Parte Tre), e Tom Holland, che col suo Telemaco raggiunge la vera maturità artistica.

L’unico appunto negativo va su Jon Bernthal: in sé, il suo è un Menelao convincente, ma in Bernthal negli ultimi anni non si riesce a non notare la costante ombra di Punisher in ogni interpretazione, condita più recentemente da una punta del Mikey di The Bear.

Odissea: Telemaco, interpretato da Tom Holland. è il figlio di Ulisse.

Si era fatto un gran parlare dell’armatura di Agamennone (ora ci arriviamo): incredibilmente non ha reso il film inguardabile come pronosticato da molti “esperti” sul web, e ha anzi conferito al re greco una presenza scenica ed un’aura – nel senso più letterale del termine – super umana, che si sposano alla perfezione con le dimensioni del film e il peso epico di scene come l’apertura delle porte di Troia. Come fu per il Bane di Tom Hardy ne Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno, anche qui non vediamo mai il volto di Benny Safdie, sempre celato dall’elmo tranne che per un brevissimo frame.

Visivamente Odissea è una gioia per gli occhi, grazie alla magnifica fotografia di Hoyte van Hoyten, pretoriano di Nolan da Interstellar, agli scenari in cui è stato girato – tra cui le nostre Favignana, Eolie e il litorale di Ostia – e ai costumi di Ellen Mirojnick, che pecca però, stavolta sì, solo nelle armature dei troiani.
Nota a margine: la sacralità dell’ospitalità, incarnata dalla legge di Zeus, è un tema centralissimo, ma ripetuto decisamente troppe volte.

L’Odissea del dibattito cinematografico sul web

Per concludere, è opportuno spendere due parole sul carico di polemiche che Odissea si porta dietro da più di un anno, e su cosa questo ci racconta del livello che il dibattito cinematografico ha tristemente raggiunto online. Odissea è stato tra i film più polarizzanti sul web, e di per sé non sarebbe una notizia, non fosse che tutto questo processo si è infiammato ben prima della sua uscita. A ridosso del debutto nelle sale, Odissea era ormai diventato il film che una corposa parte di utenti, a quanto pare, non vedeva l’ora di veder fallire, o che addirittura ne avesse la certezza.

Odissea: Agamennone nel film di Nolan

Tutto è iniziato con l’ormai immancabile polemica etnica, in questo caso per il casting di Lupita Nyong’o nei panni di Elena, che sembrava dover condannare Odissea a un insindacabile fallimento. Seguita a ruota dalle accuse degli infuriati paladini della fedeltà storica contro l’inaccettabile inesattezza rappresentata, appunto, dall’armatura di Agamennone, troppo fumettosa e poco adeguata al periodo storico – querelle che, secondo chi vi scrive, gioca per l’oro nel podio delle lamentele più ridicole partorite dal web negli ultimi anni.

Passando per la presenza di Travis Scott si è arrivati al caso di Elliot Page, reo di non avere il physyique du role adatto non appena uscì il rumor che interpretasse Achille; salvo poi scoprire che, semplicemente, non fosse il suo ruolo. Si è arrivati a rivalutare Troy, che, per chi avesse la memoria più corta, vent’anni fa aveva fatto storcere più di qualche naso (ad usare un eufemismo).
L’essere firmato da Christopher Nolan ha acceso i fornelli sotto questo pentolone: il regista pop che più di tutti divide, tra chi lo osanna come un messia e chi, con sguardo di superiorità, lo accusa di blockbuster finti sofisticati.

Odissea: Elena di Troia,Lupita Nyong'o, nel film di nolan. Al centro delle polemiche sul web

Ora, non fraintendiamo: non serve neanche sottolineare quanto il dibattito e la discussione siano fondamentali, e che ogni opinione abbia diritto di essere espressa. È lecito essere o meno d’accordo con scelte di casting, stilistiche o produttive, e va osservato come molte produzioni lucrino su questo clima per aumentare l’engagement intorno al film.

Il problema nasce quando si crea questo assurdo clima d’odio e di fatalismo intorno a un film, sottolineiamo, ancora prima che questo esca. È stato di recente il caso di Bella Ramsey nei panni di Ellie in The Last of Us, e la strada è tracciata anche per Yahya Abdul-Mateen II/Severus Piton nell’attesissima serie HBO di Harry Potter: chi vi scrive non è un fan di entrambe le scelte, la prima dopo aver visto la serie, e la seconda dall’esterno per attinenza alla controparte cartacea. Ma esiste qualcosa che si chiama beneficio del dubbio: il giudicare una volta visionato il prodotto, quando si hanno tutti gli strumenti a disposizione.

Decidere di odiare a prescindere un film e generare questo clima avvelenato è un sistema che nuoce prima di tutto al cinema stesso.

Odissea: Sinone

Oltre a ciò, è anche simbolo di una tendenza ormai tristemente radicata sul web: la polarizzazione estrema, per qualunque argomento, accentuata dalla protezione dei social network. Dal cinema allo sport, passando per la politica e la società: tutto è ormai bianco o nero, 0 o 1, e una vasta serie di sfumature nel mezzo vengono appiattite sull’altare della propria solida convinzione.

Cosa resta, in questo caso, del cinema? Perché si è arrivati ad un punto dove sembrava impossibile che si potesse effettivamente parlare del film Odissea, e non del caso Odissea? Ed è un vero peccato per chi, accecato da questo veleno, perderà l’opportunità di godersi una delle migliori esperienze cinematografiche che il grande intrattenimento contemporaneo ha da offrire.


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Classe 2000, marchigiano ma studio Comunicazione all'Università di Padova. Mi piacciono la pallacanestro, i cani e tanto tanto cinema. Oh, e casomai non ci rivedessimo, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!

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