Nel 1979 usciva nelle sale un piccolo film d’azione che avrebbe fatto molta strada: Mad Max, diretto da George Miller. Un film coraggioso, indipendente, in cui le scene di esplosioni delle macchine dovevano necessariamente essere “Buona la prima”, non c’era tempo né soldi per rifarle. Questo film è stato il punto di partenza per una saga dai molteplici capitoli, tutti con un’identità propria e con un’incredibile e costante passione da parte del cineasta. Un anno fa Miller ha realizzato anche il suo sogno con Mad Max: Furiosa, riuscendo a concretizzare ciò che avrebbe voluto fare già nel 2015, quando è uscito il picco più alto di questa saga: Mad Max: Fury Road.
La Mad Max saga

La storia del guerriero della strada, Mad Max, inizia con il primo capitolo della saga, arrivato in Italia sotto il nome di Interceptor. Miller è al suo debutto alla regia e opta per un cinema d’azione tipicamente australiano, una novità nel panorama cinematografico di allora. Contro ogni aspettativa, il suo uso degli ambienti secchi e abbandonati australiani, così come il volto vergine di un giovane Mel Gibson, ha fatto sì che il film conquistasse un pubblico in patria così come all’estero. Miller aveva iniziato a spianare la strada al cinema indipendente australiano, ma anche alla saga che avrebbe continuato a portare avanti per tutta la sua vita.
Interceptor funge in tutto e per tutto da origin story in un mondo apocalittico, in cui gli uomini hanno da poco iniziato a lottare per la benzina e la follia inizia a prendere piede. Il poliziotto Max Rockatansky cerca solo una vita pacifica con la propria famiglia, ma il pazzo criminale Toecutter e la sua gang distruggerà il suo sogno, costringendolo a una vita di vendetta sulla strada. Il personaggio di Max si inaridisce, così come la terra dell’ostile outback australiano: le guerre per l’acqua, l’umanità, la sopravvivenza, sono appena iniziate.

Miller rilascia altri due sequel diretti: Interceptor – Il guerriero della strada (1981) e Mad Max oltre la sfera del tuono (1985), due prodotti dall’anima radicalmente differente. Il primo è un perfezionamento dell’azione di Interceptor: quando il budget glielo permette, Miller sfodera sequenze impressionanti, con scontri ed esplosioni di macchine molto più numerosi. Mad Max oltre la sfera del tuono, invece, è un prodotto bizzarro e poco lineare, in cui però emerge la visione del mondo di Miller, il messaggio insito in ogni suo film, soprattutto della saga di Mad Max. Appare chiara la necessità di un futuro migliore per il nostro pianeta, affidato alle generazioni a venire, che si spera sappiano riparare agli errori derivati dall’avidità umana.
Dopo una pausa di 30 anni, quindi, Miller riprende in mano la sua idea originale per un altro sequel, uno che non parlasse solo di lotte per l’acqua o per la benzina, ma per la propria umanità. Mad Max: Fury Road prende quindi forma: abbiamo di nuovo il guerriero della strada, Max (adesso interpretato da Tom Hardy), ma stavolta la scena gli è rubata dall’imperatrice Furiosa (Charlize Theron). Il film si sviluppa come un unico, lungo inseguimento, ma le continue variazioni di ritmo e dinamica lo rendono sempre avvincente, senza mai risultare ripetitivo.
Un altro modello produttivo per il cinema mainstream d’azione

Mad Max: Fury Road continua a distinguersi come un’opera irripetibile: nemmeno lo stesso Miller, con il successivo Furiosa, è riuscito a eguagliarne la potenza visiva e concettuale. Un’opera mainstream, sì, ma con un cuore da cinema d’autore, realizzata con passione e quanta più cura possibile a ogni dettaglio.
Miller ha testimoniato che il 90% delle scene d’azione di Mad Max: Fury Road sono realizzate in maniera pratica: la produzione ha infatti assunto professionisti del Cirque du Soleil per far sì che gli stunt fossero eseguiti al meglio. Doof Warrior, il personaggio ricorrente che suona la chitarra, è reale: la chitarra era totalmente funzionale, l’unica cosa aggiunta in post-produzione sono state le fiammate che scaturivano durante gli inseguimenti. Le macchine che percorrono la Fury Road sullo schermo sono anch’esse vere, figlie degli schizzi di Miller e di molteplici artisti: macchine smontate e rimontate, con design che danno davvero l’impressione di un riciclo di materiale dell’era post-apocalittica.

Mad Max: Fury Road è stato girato on location, tra la Namibia e il Sudafrica, per una durata totale di shooting di circa 6 mesi. Tutto il cast e la troupe sono stati spostati lì per ottenere ciò che in uno studio a Hollywood arricchito da schermi verdi non sarebbe stato ottenuto. Vi è stato il rischio di non avere il film così come lo conosciamo: il film ha superato il budget e la produzione voleva “staccare la spina” prima che le scene della Cittadella fossero girate. Per fortuna, un ripensamento da parte dei produttori ha permesso che la visione di Miller arrivasse, così come lui l’aveva incubata dal 1987, sullo schermo.
Al prodotto embrionale aggiungiamo la colonna sonora di Junkie XL (con forse uno dei brani migliori del cinema d’azione, Brothers in Arms), il montaggio femminista di Margaret Sixel e la fotografia di John Seale, unita a una color correction mozzafiato, ed ecco uno dei prodotti migliori che Hollywood abbia mai offerto. La vicenda produttiva di Mad Max: Fury Road è stata una vittoria per chi crede nel cinema, quello curato e da amare, piuttosto che fatto in fretta. Quante volte, oggi, i tempi stretti dettati dal mercato fanno sì che allo spettatore venga consegnato un prodotto senz’anima?

Oggi più che mai, soprattutto nel cinema d’azione dove gli effetti visivi giocano un ruolo chiave, è evidente il rischio di ottenere risultati approssimativi, in cui l’urgenza commerciale soffoca la qualità. Basti guardare Black Panther, film con un’anima e la visione del regista Ryan Coogler, ma anche primo segnale del declino dei Marvel Studios. Nonostante il successo al botteghino, il team di VFX ha avuto solo sei settimane per completare tutto il lavoro. Un precedente che porterà ai disastri visivi di film come Ant-Man: Quantumania.
Fury Road rimane invece un punto fermo del cinema d’azione ad alto budget, un’opera che ha osato dove molti si arrendono. George Miller ha riportato più volte la sua idea sul tavolo dei produttori, fino a ottenere il via libera – presentando, tra l’altro, un’intero storyboard del film – per la sua folle proposta. Questa insistenza ha permesso al pubblico di ricevere qualcosa che va ben oltre il puro intrattenimento, un film dalla forte anima autoriale e dalla visione del cinema come un mondo dove tutto è possibile. Ancora oggi, dopo 10 anni, Mad Max: Fury Road è un punto fisso dove guardare per chi crede che anche il grande cinema si possa fare senza limiti imposti dal mercato.
Uno sguardo al futuro, la visione autoriale di George Miller

Mad Max: Fury Road, a prima vista, è un inseguimento ad alta velocità lungo due ore su uno sfondo ciano-arancio. Ma sotto la superficie, emergono chiaramente i temi che da sempre stanno a cuore a Miller. Come già accaduto nei precedenti Mad Max e perfino in Happy Feet, Miller denuncia la distruzione del pianeta, sistematicamente saccheggiato dall’uomo. Lo scenario di Fury Road è di quanto più alienante ci sia: una pianura gialla, dove le uniche forme di vita rimaste sono gli umani, tronfi a cavallo dei loro macchinari rombanti.
“La terra è inacidita, abbiamo le ossa avvelenate, siamo diventati emivita”, così si apre il film, con parole che scorrono su fondo nero prima dell’apparizione del tormentato Max. Immagini d’archivio mostrano foreste distrutte, terre irradiate, esperimenti falliti. La nostra terra, che ci ha accolti, viene ripagata con la devastazione. Ciò di cui Furiosa va alla ricerca in Mad Max: Fury Road è “il posto verde“, l’ultimo spiraglio di vita in una landa distrutta dall’uomo. Il verde, la natura, gli alberi che ci hanno tenuti in vita per milioni di anni adesso sono scomparsi e con essi siamo destinati a scomparire anche noi.
Se in Mad Max: Oltre la sfera del tuono George Miller lascia intravedere una speranza, affidandola a una generazione che, consapevole degli errori commessi, vuole risanare il mondo, in Fury Road quella speranza sembra rattrappirsi su se stessa. Certo, i semi che una delle Vuvalini (famiglia di Furiosa) porta rappresentano un simbolo, ma non sono una garanzia di rinascita. Consci che la fine è vicina, e che ogni lotta per le risorse è ormai futile, resta solo una causa per cui valga la pena combattere: la propria umanità.
Il complesso rapporto tra uomo e religione

Una delle riflessioni più potenti proposte da George Miller in Mad Max: Fury Road riguarda il ruolo della religione e dell’ideologia: quanto siamo disposti a credere in qualcosa pur di sperare in una forma di salvezza? Guidare le macchine sulla Fury Road per Immortan Joe non è solo un atto fisico, ma un gesto carico di spiritualità. Chi viene scelto per combattere e muore in battaglia ha la promessa di essere accolto nel Valhalla, tra i grandi guerrieri.
Gran parte dei personaggi del film appartiene alla categoria degli “Emivita”, individui nati con una prospettiva di vita estremamente ridotta. Questi esseri costituiscono il grosso dell’armata di Immortan Joe: consapevoli della loro condanna biologica, non possono far altro che aggrapparsi all’idea di un aldilà migliore. Immortan Joe sfrutta questo desiderio e si autoelegge a capo spirituale della comunità post-apocalittica: chi controlla la fede, controlla anche le sorti altrui in vita.

Da questo punto di vista quindi il culto della macchina diventa una religione vera e propria: prendere il volante per guidare sulla Fury Road è un atto di fede. I sacrifici estremi compiuti dagli Emivita per portare avanti la battaglia di Immortan Joe non sono diversi da quelli dei kamikaze della storia. Persone che hanno rinunciato alla propria vita per via della fede in una causa politica o in una religione.
Miller mette in scena uno dei più grandi pregi e al tempo stesso debolezza della razza umana: il bisogno di credere in qualcosa. La fede, nel corso della storia, ha elevato l’umanità, ispirando opere d’arte, architetture maestose, testi sacri. Il bisogno dell’uomo di avere una religione ha spinto avanti l’umanità, portandola ad avere un’elevazione dal punto di vista spirituale, ma talvolta l’ha anche spinta indietro, con idee oppressive come quelle della Chiesa cattolica durante l’Inquisizione.

In un mondo devastato e privo di speranza come quello di Mad Max: Fury Road, è facile cedere alla seduzione dell’idolatria cieca. Chi detiene il potere spirituale può mobilitare le masse e renderle docili, poichè spezzare una fede imposta è un’impresa difficile. Ma non impossibile. Lo dimostra il percorso di Nux, l’emivita che accompagna Max nel film: la verità, mostrata senza filtri, lo conduce alla consapevolezza. Attraverso di lui, Miller suggerisce che anche nel buio più profondo può emergere un pensiero critico.
Miller promuove, in un paesaggio post-apocalittico dove è rimasto poco a chiunque, una prospettiva che non sia piramidale, ma eugualitaria. Il finale di Mad Max: Fury Road è l’esaltazione di questo ideale collettivo: ogni individuo, a prescindere dal passato o dal ruolo sociale, ha diritto alla bellezza della vita. Se si collabora, anche nel più sterile dei paesaggi, nessuno viene lasciato indietro. Il Wasteland è un arazzo di personaggi in cui l’umanità si riflette in tutte le sue sfaccettature. Vi sono gusci vuoti di ciò che fu vivo e che ha sacrificato la propria umanità a favore della cupidigia. Emivite a cui è rimasta solo la speranza della morte, ammorbate dall’idea di un’aldilà e che vagano privi di pensiero critico sulla Terra.

Si ergono poi, tra la sabbia e le rovine, due personaggi che fanno da eccezione, a cui dovremmo ambire ad assomigliare. Max, diventato un parassita del deserto arancione, il Wasteland. Ciò di cui va alla ricerca è ignoto, forse una fuga dai suoi fantasmi. Parallelamente Furiosa, che ha visto e ha sofferto per 100 vite, che va comunque alla ricerca di “redenzione”. Due anime lacerate dal passato ma che si impegnano attivamente per migliorare la vita altrui. Il pazzo scompare, confuso tra la gente e tra la polvere arancione, scagliandosi nella leggenda. Furiosa, fedele alla sua gente e con conquistata speranza per il futuro, è l’imperatrice che governa nella storia.
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