The Bikeriders, disponibile nelle sale italiane dal 20 giugno, è l’ultimo lungometraggio di Jeff Nichols, regista che nel 2012 aveva partecipato al 65° Festival di Cannes con Mud, attirando su di sé l’attenzione di pubblico e critica. Ispirata all’omonimo fotolibro del 1968 del fotografo Danny Lyon, la pellicola racconta le vicende che hanno portato all’ascesa dei Vandals – Outlaws MC nella realtà – club motociclistico nato a Chicago che negli anni ‘60 ha visto accrescere la propria fama a dismisura, accogliendo gli emarginati locali, che finivano per vestire orgogliosamente quei colori come una seconda pelle.
Interpretato su tutti da Jodie Comer, Austin Butler, Tom Hardy, Michael Shannon, Mike Faist e Norman Reedus, The Bikeriders racconta l’evoluzione del club motociclistico attraverso le parole di Kathy Bauer – moglie di uno dei membri. Intervistata da Danny Lyon, la donna offre infatti allo spettatore il proprio vissuto, in una sorta di controcampo in cui, attraverso la sua relazione con Benny Bauer, comprendiamo il legame di quest’ultimo con i Vandals, così come quello di tutti gli altri membri, cogliendo l’essenza più intima del club e la sua inevitabile trasformazione.
The Bikeriders: ascesa e caduta dei Vandals

Partendo dall’incontro tra Kathy (Jodie Comer) e Benny (Austin Butler) all’interno di un bar in cui i Vandals erano soliti riunirsi, The Bikeriders ripercorre le tappe che hanno portato all’ascesa e alla decadenza del club motociclistico del Midwest. Jeff Nichols racconta una realtà atipica, lontana, almeno nella filosofia con cui è stata concepita, dal mito del club motociclistico come covo degli outlaws.
Quello dei Vandals è un mondo in cui la violenza si riduce a qualche grottesca scazzottata nel fango. D’altronde Johnny (Tom Hardy) ha fondato il club dopo aver visto Il selvaggio alla televisione, lasciandosi affascinare dalla figura di Marlon Brando. Non c’è nessuna fascinazione per la criminalità insomma, ma piuttosto il desiderio di sentirsi finalmente parte di qualcosa, di trovare il proprio posto nel mondo, all’interno di una società in cui sempre più persone faticano a riconoscersi.
Il personaggio che più di ogni altro incarna questo culto della libertà è proprio Benny, piuttosto anarchico e individualista, nonché vertice di un triangolo di relazioni che diventa il centro nevralgico della narrazione. Da una parte infatti c’è Kathy, che vorrebbe abbandonasse il club per dedicarle più tempo, mentre dall’altra c’è Johnny, che vorrebbe invece prendesse il suo posto come capo, per togliersi il peso di quelle responsabilità che ormai gravano su di lui da anni.
Nel frattempo però tutto sembra cambiare intorno a loro. All’interno del club, ormai al massimo della propria fama, l’atmosfera diventa sempre più pesante e la violenza inizia a farsi strada, così come la criminalità organizzata, minacciando quella filosofia che aveva sempre rappresentato la vera essenza dei Vandals.
Nostalgia e decadenza: il parallelismo tra i Vandals e la società

Con The Bikeriders Jeff Nichols si concentra sulla trasformazione di un club motociclistico per raccontare in realtà la decadenza della società americana tra gli anni ‘60 e ‘70. Quella perdita dei valori fondanti all’interno dei Vandals coincide infatti con il crollo socio-culturale dell’America, spinta definitivamente verso un declino inesorabile dalla Guerra del Vietnam che, infatti, gioca un ruolo fondamentale, seppur implicitamente, anche all’interno della pellicola. È proprio quando iniziano ad unirsi al club i reduci del Vietnam, segnati psicologicamente dalla violenza della guerra, e in molti casi tossicodipendenti, che la situazione diventa improvvisamente ingestibile, e il gruppo originario sente di non far più parte di quel qualcosa che li accomunava.
The Bikeriders è intriso di quella malinconia che riporta alla mente cult generazionali come American Graffiti, in cui la nostalgia per l’età dell’oro americana viene veicolata attraverso la poetica del regista, la sua visione più intima. Ma è proprio questa intimità con la storia raccontata a rappresentare purtroppo il più grande limite della pellicola. Quello di Jeff Nichols è infatti un approccio troppo distaccato – quasi asettico – per riuscire ad infondere nello spettatore la passione che anima i personaggi, e The Bikeriders finisce per essere un film fin troppo “pulito”.
“Puoi dare tutto quello che hai per qualcosa, ma alla fine andrà sempre come deve andare”, dice Johnny a Kathy sul finire del film. Ecco, la sensazione è che Jeff Nichols non sia riuscito a dare tutto quello che aveva, e che di conseguenza a The Bikeriders manchi un po’ di anima.
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