Black Ox di Tsuta Tetsuichiro è un ritratto poetico del rapporto tra un ragazzo di montagna e un bue nero, sullo sfondo rurale del Giappone del XIX secolo

TFF 43 – Black Ox, materia viva che si trasforma

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Un uomo scende nudo da una montagna, ancora impregnato di fuliggine, si lascia dietro i residui di un incendio non ancora del tutto estinto. Sembra un sopravvissuto, forse alla fine del suo mondo. Da quel momento in Giappone arriverà la modernizzazione, la necessità di imparare a sfruttare la tecnica, stanziarsi giù nel villaggio insieme agli altri, tra la gente comune e il paesaggio agricolo attorno. Black Ox di Tsuta Tetsuichiro, in Concorso al 43° Torino Film Festival, è un poetico viaggio per immagini, il racconto di un’immensa e sconfinata trasformazione, che riguarda il tempo, l’uomo e la natura, e del cinema stesso che riesce magistralmente a catturare tutto in un’unica ipnotica sostanza.

Black Ox, la ricerca spirituale dentro la modernità

Una scena del film Black Ox, in cui Lee Kang-sheng interpreta un giovane ragazzo di montagna che inizia a connettersi spiritualmente con un bue nero

Nel Giappone del XIX secolo, la Restaurazione Meiji trasforma la terra e le sue genti, innestando un processo di occidentalizzazione che rimuove dei e stanzia uomini che da cacciatori si scoprono contadini. Un ragazzo di montagna (Lee Kang-sheng, indimenticabile volto del cinema di Tsai Ming-liang) ridiscende a valle e vive quello stesso passaggio alla modernità. Quando entra in sintonia con un maestoso bue nero inzia poco per volta a riconnettersi con la spiritualità della natura, fino a fondersi completamente con essa.

Tsuta Tetsuichiro, con Black Ox all’opera seconda dopo l’esordio Tale of Iya, trae direttamente ispirazione dalle tradizionali Dieci icone del bue, una storia zen strutturata in dieci quadri che conducono verso l’illuminazione e il risveglio spirituale. I frammenti si susseguono anche nel film in piccoli ritratti episodici quotidiani, situazioni immersive che accadono attorno a un’elementare azione anticipata su schermo da un cartello (cercare un bue, domarlo, superare il suo lutto accettando la sua fine). Tsuta Tetsuichiro asciuga i dialoghi e dilata la scena all’estremo, per coglierne i dettagli infinitesimali, percettibili soltanto perché inquadrati dall’obiettivo della macchina da presa, sempre a pellicola, con quel tempo, quell’attesa.

Black Ox riesce così a condensare dentro di sé una crescita fatta di un’infinita variabilità di sensazioni, che il protagonista impara a conoscere man mano insieme al suo nuovo stile di vita. Dalla tenerezza commovente di un bue ripulito con metodo nel suo manto e poi riconsegnato dopo una giornata di duro lavoro tutto sporco e caliginoso, fino all’ironia leggera che permea l’estenuante ricerca dell’animale scomparso dal suo recinto, ma che poi al proprio ritorno ricompare lì, imprevisto, nella casa in cui si è ormai adattato, come se fosse stata soltanto una breve fuga di un momento.

Black Ox, tutto scorre, tutto si trasforma

Una scena del film Black Ox di Tsuta Tetsuichiro, che racconta di un Giappone del XIX secolo che sta affrontando per la prima volta la modernizzazione e la Restaurazione Meji

Black Ox non rappresenta però soltanto il racconto simbiotico di un uomo e del suo animale, ma si sofferma con travolgente sensibilità sul compenetrarsi di percezioni, di riflessi che nella vita pulsante trovano forme inedite di empatia al di fuori dei soli due soggetti e interlocutori principali. Il ragazzo e il bue si guardano, si corrispondono equilibrandosi senza parlare, partecipano insieme alla stessa aratura della terra, ma nel scontrarsi con le condizioni climatiche più avverse rivelano personaggi naturali aggiuntivi che insieme a loro sullo sfondo si trasformano costantemente dentro lo schermo.

Nella storia del mondo siamo minuscole gocce d’acqua, virgole in un mare di silenzi inascoltati. La natura cambia al di fuori di noi, muta e lascia al suolo i suoi cadaveri, perché ogni stagione diventerà più forte e rigogliosa, strato dopo strato nella profondità della terra, come nel cinema di Hlynur Pálmason, riuscirà a fondare nuova vita. La linea del tempo umano è così in Black Ox un transitorio frammento in bianco e nero in un universo più grande ripieno di colori ripresi in 70 mm. Anche nei soli due toni elementari, i non-colori che per fisica assorbono o riflettono tutto, Black Ox riesce a mostrare le illimitate scale di grigi che ancora possono esistere in quella essenza relazionale eterna.

Una scena del film Black Ox in cui Lee Kang-sheng è un ragazzo di montagna che disceso a valle si confronta con i cambiamenti e le trasformazioni naturali del Giappone del XIX secolo

Superando la semplice cornice narrativa del film, in Black Ox anche le immagini del cinema prendono parte allo stesso processo trasformativo (a cui contribuisce in pochi momenti circoscritti la colonna sonora firmata da Ryūichi Sakamoto): il confine che sfuma nei contorni, il nero della cenere, di un buio che crolla oltre la notte, la pioggia che scroscia come fosse fatta di pesanti meteoriti d’acqua. E poi la nebbia, il gelo che l’avvolge, l’accecante neve che cade in picchiata insieme alla luna poco sopra, a suggellare spazi di bianco fino a diventare, in una delle scene più potenti e simboliche dell’intero festival, luce pura, schermata lattea da cui ripartire per una nuova era, finalmente a colori.

L’icona del bue numero 10 che compare alla fine dei titoli di coda invita con ironia e lirismo a «uscire dal cinema e vivere nel mondo». A volte è anche il cinema stesso, come nel caso di Black Ox, che con grande umiltà riesce nel suo piccolo a contenere comunque quell’infinito mondo.


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Classe 1998, piemontese, passo costantemente dal buio della sala a quello della camera oscura, sognando sempre un mondo in bianco e nero stampato a mano con la grana fine. Sospeso tra l'immaginazione visionaria di Leos Carax e il realismo magico di Alice Rohrwacher, quando non scrivo di cinema (e per il cinema), studio medicina.

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