Documentario Fuori Concorso al Festival di Venezia 2025, Cover-Up è l’ultimo reportage dell’acclamata regista Laura Poitras, che nel 2022 vinse il Leone D’Oro con il suo All the Beauty and the Bloodshed, nel quale raccontava al vicenda umana e politica di Nan Goldin. Qui Poitras si trova a collaborare con il regista Mark Obenhaus, che è stato il contatto chiave per intercettare il Premio Pulitzer Seymour Hersh, protagonista del documentario.
Cover-Up, una voce fuori dal coro
La vita di Seymour Hersh parla da sé: si tratta di uno dei più prolifici ed influenti giornalisti statunitensi degli ultimi 60 anni. Con la sua prima inchiesta, che gettò luce sulla mattanza consumatasi nel villaggio di Mỹ Lai in Vietnam alle mani di alcuni barbarici soldati americani, Hersh si fece subito riconoscere come voce fuori dal coro capace di infastidire il potere.
Le sue ricerche su Henry Kissinger furono estensive e cruciali nel rivelare il coinvolgimento della CIA nei colpi di stato sudamericani, orchestrati proprio dal segretario della difesa di Nixon. Allo stesso modo Hersh si dedicò allo scandalo Watergate, che costrinse il presidente a dimettersi nel 1974. Per finire, Cover-Up arriva a coprire anche il periodo della guerra in Iraq: Hersh fu il primo a denunciare e documentare i crimini di guerra commessi dalle truppe statunitensi contro civili iracheni nella prigione di Abu Ghraib.

Credits Andrea Avezzù, La Biennale di Venezia – Foto ASAC
Se la vita di Seymour Hersh è praticamente un thriller di spionaggio, Cover-Up è un ottimo documentario politico: non solo restituisce un chiaro resoconto delle attività del suo protagonista, ma ne sviscera anche gli aspetti più privati; per privato non si intende gli affetti familiari o la routine, ma piuttosto i motivi e le ossessioni che hanno spinto Seymour Hersh a combattere per la verità. Laura Poitras aveva proposto al giornalista di girare Cover-Up già vent’anni fa, ma lui aveva rifiutato: dopo un ripensamento ha acconsentito senza però abbassare mai la guardia.
Hersh continua per tutto il film a minacciare d’interrompere le riprese se gli dovesse scappare qualche informazione sulle sue fonti, accenna a non lasciare che Poitras scavi troppo a fondo e afferma di non voler parlare del suo lavoro, commuovendosi giusto qualche sequenza dopo nel farlo. L’immagine restituita allo spettatore è quella di un uomo pieno di paranoie e spigoli, di meriti e contraddizioni: Cover-Up copre infatti anche gli ultimi anni della carriera di Hersh, che sono stati segnati da alcuni importanti scivoloni giornalistici sull’affidabilità delle fonti.
Il cinema di Laura Poitras
Va specificato che rispetto ad altri film della documentarista Cover-Up è ben più lineare e “classicamente montato:” un soggetto parla di sé davanti alla telecamera e con l’occasionale voice over ci vengono mostrati documenti d’archivio e immagini inerenti all’argomento. Il montaggio rimane un punto di forza -non si perde mai il ritmo serrato dei primi minuti- eppure manca quel senso di urgenza che ha animato i migliori lavori di Laura Poitras.
Credits Andrea Avezzù, La Biennale di Venezia – Foto ASAC
Risk (2016) raccontava di Julian Assange, fondatore e volto di Wikileaks: seguiva i mesi di esilio trascorsi nell’ambasciata ecuadoriana di Londra dopo la minaccia di estradizione e quelli delle accuse di molestia mosse contro Assange. Poitras filmava gli avvenimenti in diretta, stando in mezzo all’azione; per altro Risk è un documento particolarmente interessante perché per ammissione della stessa regista il film deraglia, e invece di raccontare del lavoro giornalistico di Wikileaks finisce per essere una riflessione sulla responsabilità etica dell’autore documentaristico nei confronti del suo pubblico: quanto giusto è lasciare che Assange dica a Poitras cosa filmare e cosa omettere?
Ancora più urgente è Citizenfour (2014), nel quale Poitras segue da vicinissimo i leak di Edward Snowden infondendo all’intero film un profondo senso di inquietudine e paranoia. Purtroppo Cover-Up manca di questo: quel qualcosa di cinematografico che lo avrebbe potuto rendere ancora più coinvolgente e metanarrativo. Nonostante ciò, la visione è assolutamente consigliata per ripassare quanto gli Stati Uniti abbiano tormentato il mondo negli ultimi 70 anni.
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