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Falling, il commovente esordio alla regia di Viggo Mortensen

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6 minuti di lettura

Viggo Mortensen, noto ai più per aver interpretato l’affascinante e coraggioso Aragorn nella saga del Signore degli Anelli, è in verità un artista poliedrico: è fotografo, pittore, poeta. Dopo qualche anno passato a rimuginare su una sceneggiatura e a cercare finanziamenti per realizzarla, Viggo Mortensen è riuscito a dare forma alla sua opera prima, Falling – Storia di un padre. Un film allo stesso tempo forte e delicato, che guarda senza pietismo alla vecchiaia di un uomo con una vita non priva di zone d’ombra.

Falling

Le tematiche della demenza senile e, più in generale, della perdita di memoria e dell’incapacità di operare connessioni causa-effetto legate all’avanzare dell’età non sono una novità sul grande schermo. Nel 2012, lo struggente Amour, diretto da Michael Haneke, raccontava le difficoltà quotidiane di una coppia di anziani che fronteggiavano l’invecchiamento e la malattia: lui affetto da Alzheimer, lei colpita da un ictus invalidante. Struggente e romantico nel senso più puro, il film si aggiudicò persino un Oscar come miglior film straniero.

Viggo Mortensen sceglie di mettere in scena una dinamica familiare completamente diversa, più simile a quella illustrata da Nebraska (Alexander Payne, 2013). Infatti, sia in Nebraska sia in Falling il rapporto padre-figlio rappresenta il nodo centrale della narrazione. Se nel primo un viaggio on the road intrapreso per assecondare le convinzioni di un padre anziano, alcolizzato, testardo e ormai sconnesso dalla realtà conduce al rafforzamento di un legame padre-figlio, in Falling, invece, non troverete niente di tutto questo.

Falling, prendersi cura di chi ci ha fatto del male

Falling è la storia di Willis, un marito e genitore autoritario, sospettoso, incapace di comunicare. Willis, magistralmente interpretato da Lance Henriksen, ci appare inizialmente come un anziano molto conservatore, piuttosto burbero, attualmente distrutto da una malattia che gli causa vuoti di memoria e gli impedisce di continuare a vivere da solo nella sua casa in campagna.

Il figlio John (interpretato dallo stesso Viggo Mortensen, che si è presto reso conto che la sua presenza in carne e ossa sarebbe stata d’aiuto alla promozione del film) si dimostra straordinariamente paziente di fronte ai comportamenti di Willis, ma sembra trattenersi dallo sbottare solo perché di fronte a un uomo malato.

Finge di non sentire gli insulti omofobi che il padre gli riserva (è per lui inaccettabile avere un figlio omosessuale, sposato con un uomo, con una figlia adottiva) e cerca di aiutarlo a trasferirsi in California, per stargli vicino e prendersene cura fino agli ultimi giorni.

Falling

È grazie all’espediente narrativo del flashback, però, che scopriamo un passato familiare doloroso, ben distinto dal presente per mezzo di una fotografia colorata, calda, opposta alla freddezza dell’oggi. Siamo in procinto di avere compassione di Willis, quando le conversazioni tra lui e i membri della sua famiglia rivelano la sua vera natura.

Willis non è soltanto un uomo all’antica che guarda di malocchio i volantini di Barack Obama, usa slur omofobi e fa riferimenti sessuali espliciti in continuazione, e i suoi comportamenti non sono quasi mai implicabili alla degenerazione della sua demenza senile. Piuttosto, siamo di fronte a un misogino che non ha mai rispettato la moglie (né la prima, né la seconda, a quanto pare), ha sempre bevuto troppo e ha smesso molto presto di comprendere o accettare i suoi figli.

Non è la demenza senile ma il carattere dispotico e spesso crudele di Willis ad aver rovinato lui e la sua famiglia (un miracolo che i due figli non ci abbiano guadagnato qualche severa conseguenza psicologica).

Accudire qualcuno che ci ha dimostrato affetto può essere impegnativo, ma l’affetto e il senso di riconoscenza spesso aiutano nell’incarico. Ma cosa fare con chi non ci ha mai chiesto scusa, con chi non ci ha mai rivolto una parola amorevole? E se questa persona fosse nostra madre o nostro padre?

Falling non vi darà risposte, ma interrogativi

Nell’ultima scena che li vede insieme, Willis e John hanno gli occhi lucidi dal pianto, in particolar modo il figlio. Dopo continue discussioni dettate dall’impossibilità di dialogare e capirsi, i due sembrano di fronte ad un distacco definitivo. Qualche spettatore potrà vederla come una scena di perdono, molto probabilmente è la riconferma che tra Willis e John ci sono ferite così marce da essere insanabili.

Il divario che li separa è incolmabile, l’unica via d’uscita per John è la sua famiglia, mentre al padre non resta che la morte, nella quale si potrà ricongiungere con l’unica donna che, a modo suo, ha amato per tutta la vita.

Falling, come ha puntualizzato lo stesso Viggo Mortensen, non vuole rispondere alle grandi domande che pone, ma arricchire la narrazione in cui si inserisce. La visione del film è certamente consigliata e non potrà non smuovere le corde più profonde nell’animo di chi ha vissuto situazioni analoghe a quelle raccontate.


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Classe 1998, capitata qui un po' per caso. Sono toscana ma studio al DAMS di Bologna. Ovviamente appassionata di cinema e futura disoccupata. Sono la prova che si può amare Godard indossando t-shirt di Star Wars.

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