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Full Monty - La serie, non chiamatela operazione nostalgia

Full Monty – La serie, non chiamatela operazione nostalgia

8 minuti di lettura

Venticinque anni dopo l’uscita di Full Monty – Squattrinati organizzati, ha fatto il suo esordio su Disney+ la Serie TV sequel, Full Monty – La serie, che riporta sul piccolo schermo tutti i personaggi principali del cult britannico, entrato nell’immaginario collettivo grazie al suo tragicomico unito alla satira politica e sociale. L’ideatore e showrunner della serie è il medesimo del film, Simon Beaufoy, ma Full Monty è tutto fuorché un’operazione nostalgica.

Anzi, per essere onesti, è realmente sorprendente constatare come siano riusciti ad attualizzare le vicende senza snaturare del tutto l’essenza del film originale. Certo, c’è una differenza sostanziale, e risiede nell’approccio alla narrazione, molto più tragicomico quello adottato per il film, decisamente più drammatico e sferzante invece il tono della serie. Forse però Full Monty – La serie è una naturale evoluzione, figlia dei tempi che passano, mentre i problemi restano sempre gli stessi. 

Full Monty venticinque anni dopo

Robert Carlyle in Full Monty - La serie

Ambientata venticinque anni dopo le vicende del film, e quindi nel presente, la Serie TV di Full Monty riunisce i protagonisti e racconta la loro vita a Sheffield, mentre, ormai anziani, si trovano quotidianamente a fare i conti con i medesimi problemi del passato, e soprattutto con un mondo che corre inesorabilmente verso il futuro, senza che loro riescano a stare al passo con i tempi. Sono sempre squattrinati, non potrebbe essere altrimenti, ma la serie scava molto più in profondità rispetto ai meri problemi economici, approfondendo le loro vite.

Molte cose sono cambiate. Gaz (Robert Carlyle) cerca sempre di ingegnarsi per tirare avanti, e nel farlo finisce immancabilmente in situazioni grottesche e poco raccomandabili. Adesso però ha una figlia adolescente, Destiny, che vive con la madre ma non se la passa per niente bene, a causa di problemi economici e familiari. Sono molto simili, condividono una certa sregolatezza, ma hanno anche un rapporto decisamente conflittuale. Dave (Mark Addy) adesso sembra avere un lavoro che lo soddisfa, ma il matrimonio con Jean, preside della scuola in cui lui lavora, sembra ormai arrivato ai titoli di coda. 

Horse (Paul Barber) ha vissuto per molti anni con la pensione di invalidità, si muove con lo scooter elettrico ma, nonostante sia a malapena autosufficiente, si trova a fare i conti con il fatto che i servizi sociali abbiano deciso di togliergli quel sussidio, ritenendolo abile al lavoro. Lomper (Steve Huison) è probabilmente quello che si trova nella situazione più tragicomica. Gestisce un locale insieme al marito Dennis (Paul Clayton), ma ha collezionato decine di migliaia di euro di debiti nei confronti di persone poco rispettabili, e tutti i tentativi di risanarli finiscono soltanto per peggiorare ulteriormente la situazione.

Una serie fortemente politica

Lomper in Full Monty - La serie

Sono passati venticinque anni dallo spogliarello organizzato da Gaz per racimolare i soldi necessari a non perdere la custodia del figlio Nathan, e se il film diretto da Uberto Pasolini trovava il proprio punto di forza e centro della narrazione nell’irresistibile tragicomicità degli eventi, abbiamo detto che Full Monty – La serie lo trova al contrario nella drammaticità e nella ben più marcata critica sociale e politica. D’altronde l’intenzione di Simon Beaufoy si nota fin da subito, da quel “sette primi ministri e otto politiche di rigenerazione del nord dopo…” con cui si apre il primo episodio.

Anche il primo film si poneva l’obiettivo di smascherare una politica e un sistema sociale completamente disinteressati nei confronti della classe operaia, ma lo faceva senza rinunciare mai all’ironia. Probabilmente, dopo un ventennio, la voglia di fare ironia su una situazione completamente immutata lascia spazio alla più completa amarezza, e sebbene la Serie TV di Full Monty tenti ancora di raccontare con leggerezza i drammi che le vecchie e le nuove generazione sono costrette ad affrontare, la dichiarazione d’intenti della serie è più che mai evidente. In Full Monty – La serie Simon Beaufoy si scaglia duramente contro le ingiustizie sociali, il sistema scolastico e quello sanitario, il bullismo latente, la disoccupazione e, perché no, anche il politicamente corretto.

Full Monty, una narrazione frammentata, tra dramma e comicità

Horse in Full Monty - La serie

Tutto questo, appunto, rende la Serie TV di Full Monty un prodotto indiscutibilmente politico, molto più dell’originale, e fa sì oltretutto che risulti molto più credibile nei momenti drammatici, piuttosto che in quelli comici e ironici. La narrazione alterna questi momenti, all’interno dello stesso episodio ma anche tra uno e l’altro.

Il secondo, quello fortemente incentrato sul rapporto quasi paterno tra Dave e il piccolo Twiglet, rimane il punto più alto toccato dalla serie, dolcissimo ma anche tremendamente doloroso. Quando tenta invece un approccio più spensierato, come nell’episodio che approfondisce la situazione di Lomper, o quella della grottesca rapina al centro per l’impiego, la sensazione è che a sprazzi riesca a far sorridere, ma nel complesso non sia poi altrettanto convincente.

Bisogna comunque dare atto a Simon Beaufoy di aver dato vita, nel bene e nel male, a qualcosa di veramente sorprendente, e soprattutto coraggioso, aspetto sempre meno scontato al giorno d’oggi. Ogni episodio porta avanti verticalmente la storia di uno o più personaggi, ma quello che manca, ed è questo il problema più importante della Serie TV di Full Monty, è una coesione nella narrazione, che al contrario risulta troppo frammentata. Full Monty – La serie non è una storia corale, ma piuttosto un racconto fatto di tanti piccoli pezzi, che raramente si incastrano tra loro. Tra lacrime e risate, rimane un po’ di amarezza.


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Sono Filippo, ho 22 anni e la mia passione per il cinema inizia in tenera età, quando divorando le videocassette de Il Re Leone, Jurassic Park e Spider-Man 2, ho compreso quanto quelle immagini che scorrevano sullo schermo, sapessero scaldarmi il cuore, donandomi, in termini di emozioni, qualcosa che pensavo fosse irraggiungibile. Si dice che le prime volte siano indimenticabili. La mia al Festival di Venezia lo è stata sicuramente, perché è da quel momento che, finalmente, mi sento vivo.

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