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Gli Stati Uniti contro Billie Holiday, recensione di un film sbiadito

7 minuti di lettura

Nel 1939 una voce dolce e carica di passione scuote gli animi di un’America ancora rurale, dove la discriminazione razziale è più forte che mai: Billie Holiday canta Strange Fruit, un brano che parla apertamente del linciaggio dei neri, la barbara usanza di impiccare i loro corpi agli alberi “sangue sulle foglie e sangue sulle radici, un corpo nero dondola nella brezza del sud. Strano frutto appeso agli alberi di pioppo”.

Il film di Lee Daniels Gli Stati Uniti contro Billie Holiday ha come obiettivo quello di raccontare la ritorsione del governo americano nei confronti della grande cantante jazz, perseguitata fino alla morte per quelle parole, scritte da un insegnante ebreo comunista, Abel Meeropol, e a lei donate per diventare un inno di denuncia. Obiettivo che viene completamente disatteso, lasciando lo spettatore con più domande che risposte.

Gli Stati Uniti contro Billie Holiday: storia di uno strano frutto

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Gli Stati Uniti contro Billie Holiday si apre con un’immagine straziante: un uomo nero bruciato vivo davanti a una folla di bianchi che ride ed esulta. Questo, in breve, è un linciaggio. Negli Stati Uniti del sud la pratica era così comune da essere un vero e proprio modus operandi nel caso di reati commessi (con o senza prove) da neri. Le persone venivano catturate dalla folla e spesso impiccate agli alberi come monito per la comunità afroamericana.

Sono questi gli “strani frutti” appesi agli alberi del sud: corpi mossi dal vento e abbandonati alle intemperie. Il profumo delle magnolie viene bruscamente interrotto dall’odore acre della carne bruciata. Ecco un raccolto strano e amaro, cantava Billie Holiday in una canzone che nel film rappresenta la chiave di volta dell’intera storia.

Eppure, quella canzone resta un buco nero all’interno della pellicola. Non sappiamo come è nata, non sappiamo la storia di chi l’ha scritta e nemmeno il suo nome (vergognosamente mai pronunciato nel film). Non si mostra cosa erano i linciaggi e come venivano ampiamente tollerati dal governo e dalla polizia statunitense, né l’accanimento nei confronti della voce che cantò ostinatamente di quegli strani frutti. Di cosa parla allora Gli Stati Uniti contro Billie Holiday? Parla di tutto e di niente.

Parla di una cantante all’apice della bellezza e del successo che incontra un uomo con un segreto, un federale incaricato di starle addosso per incastrarla, per trovare un appiglio che possa distruggere la sua carriera e farla tacere per sempre.

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L’appiglio è presto trovato: Billie Holiday è dipendente dall’eroina e dall’oppio, che usa senza troppe remore su chi ha intorno a guardarla. Così la grande diva del jazz finisce 18 mesi in prigione e la sua licenza per cantare viene requisita. Questo però non ferma la relazione tra i due, che si trascina con alti e bassi fino alla fine della cantante, morta a soli 44 anni di cirrosi epatica.

Le lotte per i diritti civili, l’accanimento dell’agente dell’FBN Harry J. Anslinger, qui mostrato come un personaggio poco più che marginale, che considerava il jazz la musica del diavolo e faceva dichiarazioni considerate estreme persino per quei tempi, il grande tributo al jazz della sua musica… Niente di tutto questo viene mostrato nel film, incentrato su una storia d’amore inverosimile e terribilmente noiosa.

In oltre due ore di film le informazioni sulla vita della cantante vengono date in modo frammentato e superficiale, relegando un vero monumento del jazz a ruolo di povera donna succube degli uomini, dall’amante agente federale al marito violento. Si sorvola sul contesto del tempo, molto distante dagli anni delle lotte per l’emancipazione, si glissa sull’odio ridicolo di Anslinger per Billie Holiday, tanto da impedirle di ricevere visite in punto di morte e toglierle il metadone durante le crisi di astinenza. Un accanimento che produsse veri picchetti di protesta, tra i primi fatti dai neri per le strade.

Insomma, Lee Daniels poteva realizzare un grande film sulla musica e sui diritti civili, ma ha preferito un classico biopic stereotipato, con vortice di autodistruzione e amori tossici, incartati da una buona regia.

Interpretazioni da Oscar

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Non tutto è da buttare in Gli Stati Uniti contro Billie Holiday, anzi. Come accennato, la regia è vivace, con un uso interessante di varie soluzioni visive, dal bianco e nero all’effetto Super 8 tipico dei documentari. Alle immagini reali si alternano morbidamente le scene del film, arricchite da un montaggio che valorizza e dà ritmo alla pellicola.

Tra le note positive di Gli Stati Uniti contro Billie Holiday va assolutamente citata l’interpretazione di Andra Day, candidata agli Oscar 2022 come migliore attrice. La sua Billie Holiday è tormentata nel corpo e nel fisico, valorizzato da un comparto trucco e costumi che avrebbe meritato almeno la nomination. Il fisico asciutto e nervoso danno alla Day l’immagine di una diva d’altri tempi, dall’innata eleganza e dal forte orgoglio. I primi piani sul suo sguardo duro e sofferente si tramutano in un attimo nell’immagine gioiosa e sorridente che tutti conosciamo di Lady Day, con le labbra tinte di scuro e le enormi gardenie appuntate ai capelli tirati sulla nuca.

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Un’immagine che nascondeva enormi tormenti, dovuti a quella canzone diventata talmente preziosa da non essere stata rifatta da nessun artista, inviolata e riprodotta raramente, tanto forte è il suo impatto su chi la ascolta. Una canzone che urlava al mondo, con la dolce sofferenza del jazz, la rabbia e l’incredulità di fronte a tanto odio. Una canzone che non è stata raccontata da Gli Stati Uniti contro Billie Holiday, che si era incaricato di farlo.


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