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Strange World: l’omaggio Disney ai racconti di Jules Verne

4 minuti di lettura

Strange World è il 61° lungometraggio firmato Walt Disney Animation Studios, uscito il 23 novembre al cinema, dopo una lunga assenza dei film del Topo sul grande schermo. Nonostante la prima settimana al botteghino sia stata un clamoroso flop (appena 30 milioni di dollari guadagnati a fronte di una spesa che varia dai 180 ai 300 milioni), il film è un divertente omaggio ai grandi romanzi d’avventura, in particolare alle atmosfere di Jules Verne.

Natura, tecnologia e animaletti pucciosi

Jaeger e Searcher Clade, padre e figlio, sono tra gli esploratori più ammirati di Avalonia, un villaggio isolato tra le montagne, dove la vita è durissima a causa dell’arretratezza tecnologica e della difficoltà di comunicazione. I due partono per un viaggio mai osato prima, alla ricerca di un mezzo per salvare la comunità. Si imbattono nel Pando, una pianta che permetterà al villaggio di non avere mai problemi di energia, alimentato tecnologie all’avanguardia con uno stile cyberpunk che ricorda le atmosfere del classico Disney del 2002 diventato poi un vero cult: Il Pianeta del Tesoro.

Durante la missione Jaeger decide di spingersi ancora oltre, scomparendo tra le montagne. Molti anni dopo Searcher è cresciuto ed è diventato padre a sua volta di Ethan, adolescente timido e molto legato al padre. L’avventura di Strange World ha il via nel momento in cui la famiglia Clade dovrà tornare in viaggio, per scoprire la causa di una malattia che sta colpendo il Pando, la cui energia si sta esaurendo.

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Durante l’esplorazione del sottosuolo la famiglia ritrova Jaeger, che ha vissuto in quell’affascinante e pericoloso universo sotterraneo per tutto il tempo. Sarà così l’anziano esploratore a guidare figlio e nipote tra laghi di acido corrosivo, animali bizzarri e grotte luminescenti, in un’avventura che nuovamente poggia le sue basi nell’incontro-scontro tra generazioni.

A incantare davvero di Strange World è il mondo in cui i personaggi si muovono. Avalonia e lo “strano mondo” sotterraneo sono affascinanti, misteriosi e visivamente ricchissimi. Non mancano le creaturine simpatiche a fare da spalla, su tutte Legend, il cagnolone di famiglia, e Splat, un misterioso blob che non può che ricordare il dolcissimo Morph, ancora da Il pianeta del tesoro.

La banalità del bene

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Cosa c’è che allora non funziona in Strange World, tanto da dare adito a recensioni non sempre favorevoli e a un clamoroso insuccesso in sala? Presto detto: i personaggi. Tutti sono buoni, tutti sono bravi, tutti sono molto inclusivi e comprensivi verso il prossimo. Lo scontro generazionale non esplode mai del tutto, nonostante le molte occasioni di approfondimento dei rapporti familiari.

Lo sfondo eclissa una trama banale e noiosamente lineare, senza grandi sbalzi o momenti di tensione. Se è apprezzabile che Disney recuperi il filone delle storie d’avventura, come aveva fatto nella sua fase sperimentale dei primi anni Duemila, è evidente che per la paura di osare o creare figure quasi o del tutto negative, si stiano perdendo le sfumature della caratterizzazione dei personaggi, che così tanto aveva dato a figure carismatiche del passato Disney, con villain e protagonisti rimasti impressi nel cuore di generazioni di spettatori.

Strange World segue il copione già tracciato da Lightyear: una bella avventura in mondi fantastici, ma vissuta da personaggi talmente noiosi che nessun bambino, men che mai nessun adulto, ricorderà una volta uscito dalla sala.


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