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Good Morning, Vietnam: a Robin Williams e alla sua intramontabile parlantina

Perché è il film perfetto per ricordare l'attore

7 minuti di lettura

Sette anni ci separano dalla scomparsa di Robin Williams, fiore all’occhiello di un umorismo peculiare, tanto da diventare un timbro interpretativo. La funambolica giostra di volti ed espressioni scrive il carisma bonario dell’attore di Chicago, che oggi avrebbe compiuto 70 anni. Così, sul triste epilogo del 2014, si affollano ricordi di una carriera tanto brillante e sfaccettata che è difficile scegliere una pellicola rappresentativa. Ma in questo compleanno da ricordare, la scelta ricade su Good Morning, Vietnam (1987), cult di Barry Levinson disponibile su Disney Plus.

Tra i mille e più travestimenti di un leone da schermo, qui Williams sceglie la semplicità di uno speaker radiofonico che, nella cruenta Saigon del 1965, affida il potere curatore della risata alla sua indomabile parlantina. Una performance di rara bellezza tiene in piedi da sola due ore di un film dolceamaro, che valse a Williams una nomination come migliore attore protagonista agli Oscar del 1988. L’attore diviene così burattinaio di una cascata di situazioni irriverenti dove l’aspetto visuale si inchina al verbo, lungo una comicità che stimola la consapevolezza ancora oggi.

Good Morning, Vietnam!

Good Morning, Vietnam

Good Morning, Vietnam trae il suo titolo dal saluto introduttivo del programma radiofonico di Adrian Cronauer. Arrivato direttamente da Creta, dove tutte le donne assomigliano a Zorba Il Greco, l’irriverente dj non tarda a farsi conoscere a Saigon. Il suo brillante talento comico lo porta a essere ingaggiato per la radio locale (AFRS) dell’esercito americano stanziato nella città di punta del Vietnam del Sud. La guerra è ormai iniziata da dieci anni e un manipolo sempre più vasto di giovani soldati arranca nella quotidianità del conflitto più distruttivo della storia americana contemporanea. I sorrisi assopiti nella paura del domani si risvegliano dunque all’alba di un nuovo giorno, introdotto dagli scioglilingua loquaci di Cronauer.

Al risveglio mattutino delle 6 e nel cuore pomeridiano delle 16, la saletta di registrazione è il suo palcoscenico. Fuori impazza il clima caldo e umido del Vietnam, che sarebbe normale per chi vivesse sul Sole o “nel culo di una vacca sacra”. Ma il meteo è solo l’antipasto di un ricco servizio di battute sferraglianti, che toccano la politica americana e i suoi pittoreschi esponenti, dal vice presidente Richard Nixon a Lyndon Johnson e alla sua guerriglia intensiva a colpi di napalm. Perché la satira e l’ironia vestono lo scenario bellico di Apocalypse Now (1979), un tessuto funereo che è impossibile dimenticare e che riviviamo con Cronauer dall’altro lato del fronte. Tra le vie di Saigon e dei suoi abitanti, tra le camionette dei soldati che partono per il campo di battaglia.

I due volti di Saigon

Il superpotere di Cronauer è lo svelamento, la capacità di sciogliere con l’umorismo la coltre di ipocrisia che veste il silenzio. Per la prima volta, senza peli sulla lingua, il nostro speaker racconta la verità attraverso la risata. Ma così come parla di mine antiuomo, scherza sulla conferenza stampa di Nixon, auspicando l’introduzione della marijuana negli Stati Uniti. L’effetto può essere per alcuni ascoltatori disorientante, ma appena imparano a cogliere l’ironia diventa per loro linfa indispensabile. L’arrivo di Cronauer a Saigon rompe così lo specchio istituzionale, facendo luce su due dimensioni contrapposte che coesistono nello stesso spazio.

Da un lato c’è la sterilità emotiva dell’ambiente militare, che procede con i paraocchi verso l’obiettivo imposto dal governo. Questo è rappresentato dalla frenetica macchina da scrivere che riporta ogni giorno il numero di soldati richiesti sul campo, in un incedere che tocca alla fine le 400.000 unità. Dall’altro c’è la vita di Saigon fuori dagli uffici burocratici, dove i soldati fumano sigarette e ascoltano i Rolling Stones e i vietnamiti imparano l’inglese a scuola, con un rocambolesco Cronauer che si finge professore d’inglese e insegna lo slang da strada mentre cerca di conquistare una ragazza.

Ma che musica maestro

Good Morning, Vietnam

Citando la compianta Raffaella Carrà, omaggiamo l’importanza della colonna sonora in Good Morning, Vietnam. Qui il rock ‘n roll si divincola tra le pile di vinili tradizionalisti per trovare la sua vulcanica espressione. E Cronauer è il Virgilio che porta firme del calibro di James Brown e dei Beach Boys fuori dall’oscurità in cui sono state precedentemente relegate da sergenti, tenenti e comandanti. La musica diventa così materiale diegetico e anima della storia, laddove I Got You (I Feel Good) di Brown traduce immediatamente il ballo frenetico di Cronauer, così come la bellissima What A Wonderful World di Louis Armostrong investe di tutta la sua amara consapevolezza il triste scenario bellico.

Improvvisazione, spontaneità ed empatia si traspongono così tra le note di una canzone e l’espressività mimica di Robin Williams che, come pochi, riesce sempre a incorporare l’universale nella sua interpretazione mutaforme. Tale approccio permette anche di indagare la comicità nella sua evoluzione dalla componente visiva di Charlie Chaplin e dei Fratelli Marx a quella della parlantina magnetica, dove ogni parola cela un duplice significato e che Williams governava con una maestria invidiabile.


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Francesca Brioschi

Classe 1996, laureata in Comunicazione e con un Master in Arti del Racconto.
Tra la passione per le serie tv e l'idolatria per Tarantino, mi lascio ispirare dalle storie.
Sogno di poterle scrivere o editare, ma nel frattempo rimango con i piedi a terra, sui miei immancabili tacchi.

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