La grande abbuffata

La grande abbuffata, il cult di Marco Ferreri compie 50 anni

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In un’epoca fragile e insicura è difficile pensare di ricreare quella grande mangiata che si fece Marco Ferreri nel 1973. La grande abbuffata è oggi più cult che film, e compie 50 anni dal suo primo giorno di uscita, festeggiando con un restauro in collaborazione con la Cineteca di Bologna. Plastico quanto aspro, provocatorio quanto provocante, alienante quanto realistico. Ferreri lo sapeva benissimo quando riunì per la prima volta nella fantomatica villa (uno spettrale maniero hitchcockiano) Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni, Philippe Noiret e Michel Piccoli, che avrebbe realizzato un autentico documento del futuro, valido ieri come oggi.

La grande abbuffata, un docufilm

La grande abbuffata di marco ferreri una scena con Ugo Tognazzi, Philippe Noiret e Michel Piccoli

Quattro amici, annoiati dalla vita, decidono di farla finita; si ritirano in una villa alle porte di Parigi, dove per un intero weekend non faranno altro che mangiare. La grande abbuffata venduta agli occhi del mondo come un’illusione grottesca, si presenta come un docufilm sulla realtà consumistica ossessiva che attanaglia l’epoca contemporanea. Ferreri piazza la macchina da presa di fronte all’era dell’antropocene, quell’età dove tutta la stratificazione morfologica del mondo è appannaggio dell’influenza umana, nonché essenziale materia del suo essere: cibo ingurgitato e poi espulso, sesso consumato a ripetizione, fluido, cristallizzato, incarnato, divorato anch’esso.

Ferreri guarda al futuro

La grande abbuffata di marco ferreri una scena con Ugo Tognazzi, Philippe Noiret e Andréa Ferréol

Consumismo verace, insulso e incomprensibile, mischiato alla promiscuità e all’abuso di tutti i tipi, verso terzi e verso sé stessi. In poche parole, come si legge in giro, nei forum e sul web principalmente (dove il film è stato nettamente rivalutato), “Disgustoso, imperdibile capolavoro”. Per molto tempo, infatti, sopravvisse solo la rappresentazione censurata, che riassume la storia a grandi linee, in una versione stiracchiata e senza senso – dove mancano scene clou come la “Torta Andrea” preparata da Ugo, o la scena di sesso tra Marcello e Andréa Ferréol.

La grande abbuffata acquistò il suo vero valore dapprima sugli scaffali dei DVD, poi in rete, dove iniziò a circolare la versione masterizzata in BluRay da 132’; la stessa che è andata per la prima volta in sala nel dicembre 2023.

Ed era anche ora. Nella versione censurata de La grande abbuffata mancava nella sua totalità quello che d’altronde oggi si può vedere nel film, ovvero come appare nelle sue fondamenta l’autodistruttiva e intramontabile realtà istituzionalizzata, una disamina antropologica che parte prima di tutto dal legame tra la nostra società e il potere. I protagonisti, rappresentanti dell’alta società borghese, sono i procuratori che detengono il controllo dell’ordine costituito (in un’assoluta assenza di demarcazione, tra l’altro, tra gli attori e i personaggi, che hanno difatti lo stesso nome): Marcello il pilota di Alitalia, Ugo lo chef rinomato, Philippe il magistrato e Michel il produttore televisivo. Quattro entità sopraelevate che ingurgitano e risputano, modellandola a proprio piacimento, la società stessa.

Ed è proprio dietro ai suoi personaggi che si nasconde l’ottimismo de La grande abbuffata. A partire dalla noia, dal semplice e continuo circolo vizioso che ci impone il capitalismo (mangiare, defecare, scopare, dormire), Ferreri (de)costruisce il nostro futuro. A partire dall’alto ribalta la situazione, passando per l’istituzione borghese arriva al dibattito dal basso (con la scurrilità, l’essenza plasmante della realtà) e ne (ri)costruisce una visione alternativa.

Basta con i sentimenti

La grande abbuffata di marco ferreri una scena con Philippe Noiret e Andréa Ferréol

Quello che permane oggi de La grande abbuffata è non a caso una lungimirante verità, che oltrepassa il tempo stesso. Il cult di Marco Ferreri è così un esame socioculturale, un primo spiraglio postmoderno in cui si intravedono frammenti di luce splatter e gore, con la differenza che al posto del sangue, ciò che scorre sono liquidi e cibo impastati in un unico organismo.

Ferreri ha avviato una grottesca rivoluzione, che dall’assurdo approda alla più completa e trasparente narrazione del nostro mondo: “Basta con i sentimenti, voglio fare un film fisiologico!” è la sua frase accreditata da Alberto Scandola; La grande abbuffata ha ispirato poi Pasolini per Salò, ha emozionato Buñuel, ma ha anche lasciato un segno indelebile e invisibile ai più per molto tempo.

Ancora oggi, infatti, vedere La grande abbuffata è come rimanere fermi e seduti davanti a uno specchio che riflette la nostra ombra. Il gesto ripetitivo indotto, lo scorrere inesorabile in continuazione, senza mai approfondire e soffermarsi su un singolo contenuto per più di 12 secondi, l’indecisione di chi ha troppa scelta, e infine l’ansia che ne consegue. Come Marcello non riuscì a scappare dalla villa, di fronte al black mirror, oggi, non si riesce a defilarsi.

L’insegnamento che porta Ferreri è la visione lucida di una società che è bloccata, posta in uno stato di fermo, che non progredisce e non avanza, ma rimane statica ad ammirare e ad ammirar(si) allo specchio. La contemplazione è diventata vanto, l’imprevedibile è diventata apatia, il nutrirsi, invece, ripetizione a mo’ di trend di TikTok. È, in conclusione, la realtà di una società resa fragile, come se vivesse un inverno lungo, secco, mite, pallido e perennemente soleggiato.


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Studente alla Statale di Milano ma cresciuto e formato a Lecco. Il suo luogo preferito è il Monte Resegone anche se non ci è mai andato. Ama i luoghi freddi e odia quelli caldi, ama però le persone calde e odia quelle fredde. Ripete almeno due volte al giorno "questo *inserire film* è la morte del cinema". Studia comunicazione ma in fondo sa che era meglio ingegneria.

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