Durante le nuove elezioni del Papa, internet si era acceso di discussioni su quale film avesse meglio rappresentato la situazione all’interno del Vaticano. Si era parlato molto di Conclave, film uscito al momento giusto; si era posto a confronto il film di Nanni Moretti Habemus Papam, dedicato alla religione e alla tematica della responsabilità. Ma si tende spesso a dimenticare un film più piccolo e intimista, in cui Moretti aveva già iniziato a trattare tante tematiche che sarebbero in seguito diventate il fulcro di tutto il suo operato: La Messa È Finita.
Sono passati 40 anni dall’uscita di questo film, talvolta dimenticato all’interno dell’opera morettiana. Nanni interpreta un giovane prete, Don Giulio, che dopo tanto tempo torna a casa, a servire nella parrocchia del suo paese. Ma un senso di amarezza accompagna Giulio nel ritorno al paese della provincia romana: tutto è cambiato, dagli amici, diffidenti l’uno nei confrotni dell’altro, alle relazioni familiari, ormai segnate da tensioni, fino alla vita quotidiana del borgo, che non somiglia più a quella dei suoi ricordi.
Un piccolo borgo come metafora dell’Italia
Ne La Messa È Finita si parla di una piccola parrocchia, di un prete di cittadina, di una minuscola comunità. Ovviamente, tutto ciò è una metafora per indicare una collettività più grande, ma la realizzazione del film in queste piccole quattro mura aiuta a rendere tutto più empatizzabile per lo spettatore medio. Abbiamo conosciuto persone come gli abitanti del paesino; i nostri genitori, talvolta, sono stati come quelli di Nanni. Il cambiamento della società e degli usi ci affligge tutti senza differenza.
Don Giulio torna nel suo paesino, attendendo pace e armonia nel ritrovare il luogo e le persone che l’hanno accompagnato nella sua crescita. Ma il luccichio che ha negli occhi, ben presto, scompare: il centro sociale dove lo accompagna la sorella in una delle prime scene è fatiscente, privo di qualsiasi finanziamento per ristrutturarlo. Questa è solo una delle prime manifestazioni di decadenza a cui assiste incredulo. Quando successivamente va a ritrovare l’amico Saverio, paranoico e autoisolatosi dalla società, la sua stessa casa è manifestazione dei suoi disagi interiori: cupa, abbandonata a se stessa.

La Messa È Finita è uno dei film più cupi di Moretti, in cui vengono a galla morte e disperazione. Ma al film non manca comunque un barlume di speranza: alla fine Don Giulio ritrova la sua fiducia nel sacerdozio. Il film si conclude con ottimismo verso il futuro, quello di Nanni, che apprende come il mix tra conservatorismo e modernità, che ha implacabilmente contagiato tutti gli abitanti del suo paese di origine (e, in maniera più ampia, l’Italia), non è qualcosa da subire, ma da accogliere con responsabilità, continuando a partecipare attivamente alla vita.
La responsabilità ne La Messa È Finita
La Messa È Finita è una pentola di temi morettiani che bolle: non tutti sono esplorati a fondo, ma sono accennati per poi scoppiare a dovere nelle opere successive. Abbiamo un Nanni deluso, che realizza finalmente la fine del PCI: gli ideali che aveva illuminato e portato avanti a testa alta per anni il popolo italiano erano stati del tutto abbandonati. La società si stava già volgendo verso quella politica ed economia che avrebbe portato in campo Berlusconi meno di dieci anni dopo, raccontata poi amaramente in Aprile.
“Anni fa avevamo un progetto comune, un sogno comune… C’eravamo sbagliati”
Ciò è manifestato dal tema principale del film: la responsabilità. Gli individui del paese di Don Giulio non partecipano più a una vita sociale, come si vede dalla mancanza di persone persino alla messa. Ognuno è preoccupato dei propri bisogni, desideri, egoismi. L’ex-parroco che ha abbandonato la fede per una vita in famiglia; il padre che lascia il nucleo familiare per una donna più giovane; gli amici che restano intrappolati nei propri singolari punti di vista sulla vita e dimenticano tutto il resto, dall’isolamento di Saverio all’azione politica radicale di Andrea.

Tutti questi individui hanno seguito la propria strada senza pensare a come le loro scelte influenzino il vivere comune. Don Giulio si impegna attivamente a esserci per tutte queste persone, per le loro turbe interiori: è l’unico che ancora punta a un effettivo miglioramento della comunità attraverso il proprio impegno personale. Anche lui, tuttavia, rimane un essere umano che può farsi carico solo di un certo numero di problemi prima di cedere. Don Giulio è un Atlante che regge il mondo, mentre tutti gli altri guardano al proprio orticello: nessuno vuole più condividere le responsabilità comuni per costruire un mondo migliore.
Un Moretti amaro e disilluso
Don Giulio è messo in difficoltà dai suoi stessi amici, che gli rivolgono costantemente domande (sulla fede, sul senso della vita) e pretendono risposte che lui non sa dare. Quando inevitabilmente non riesce a trovare soluzioni, viene deriso, oppure è lui stesso a mettersi in dubbio. A un certo punto neanche Don Giulio raggiunge il limite: non vuole accettare che questa sia la realtà con cui è costretto a confrontarsi, che il luogo che lo ha cresciuto sia ora colto da una tale declino. Se il problema non si può affrontare, sembra dirci Moretti, allora si può solo alzare il volume del rumore di fondo e fingere di non capire.
Nel secondo atto de La Messa È Finita, Don Giulio non diventa semplicemente disilluso come gli altri, ma approda a un vero e proprio cinismo. La sua inabilità nell’aiutare gli altri si tramuta in indifferenza: schiacciato da costanti aspettative, Don Giulio non riesce più a mantenere la consueta apertura verso il prossimo. Così si chiude in se stesso, negli schemi mentali che gli danno sicurezza ma che lo allontanano dal mondo che dovrebbe sostenere, sia in quanto individuo sia in quanto prete. Il litigio con la sorella è emblematico: è lei a metterlo di fronte alla sua impotenza, dicendogli “Non te ne accorgi che non puoi cambiare nulla?”.
La scena del confessionale riassume perfettamente la frattura di Don Giulio tra la vita privata e quella vita comunitaria. Le costanti richieste da parte di amici e familiari fa sì che Giulio resti schiacciato dal peso delle responsabilità, incapace perfino di assolvere al suo ruolo sociale di prete. La donna che confessa di aver tentato il suicidio (atto estremo secondo la religione cattolica) non trova in lui l’ascolto necessario: Giulio è troppo preso dai suoi drammi familiari per preoccuparsene davvero. La Messa È Finita sembra proporre la visione di una vita improntata all’etica, capace di far funzionare il mondo se condivisa da tutti. Ma, alla fine, date le eccessive complessitá del mondo, questa visione non è altro che un’illusione.
Un finale dolceamaro, una speranza che ritornerà
La morte della madre è ciò che segna il cambiamento definitivo di Don Giulio: dalla gioia con cui era arrivato a casa, passando per la disillusione e il cinismo del secondo atto, terminiamo con l’accettazione e lo sguardo al futuro del terzo atto. La perdita di un genitore è un evento segnate: se fino a quel momento sembra esserci una rete di salvataggio che regge ogni caduta, all’improvviso non c’è veramente nulla che protegga dalle difficoltà della vita.

Pur assistendo all’invecchiamento dei genitori, cosa che inevitabilmente genera compassione, resta la consapevolezza che loro ci sono ancora. La morte di un genitore segna l’impossibilità di tornare al passato, a una realtà che dona rassicurazione: Don Giulio deve accettare e abitare il mondo che egli abita, con tutti i difetti che trova in esso. Può scegliere il grande rifiuto, ma ciò non sarebbe maturo, significherebbe seguire la stessa strada dei suoi amici. Guardando i bambini dalla finestra in una delle ultime scene, Don Giulio sceglie attivamente di prendersi le proprie responsabilità, così da creare un mondo migliore a partire da se stesso proprio per loro.
“È bello essere bambini, non avere responsabilità e nessuno che ti chiede niente”
La messa, in fondo, non è finita: qualcosa rimane, nulla è perduto per sempre. Per quanto sia impossibile portare addosso tutto il peso del mondo, si può comunque confidare che qualcuno ci darà una mano, rendendo il carico più sopportabile. Il film termina sulle note di Ritornerai di Bruno Lauzi: un epilogo dolceamaro, che suggerisce come non tutto ciò che appartiene al passato è svanito. Forse è cambiato leggermente, ha un aspetto diverso, ma il suo nucleo di bontà è ancora lì. Le cose belle della vita talvolta vengono soppresse dalla negatività, ma la ciclicità dell’esistenza fa sì che prima o poi, con nuovo volto, ritorneranno. C’è ancora speranza, in noi stessi, negli altri, nel bene reciproco.
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