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L’assedio di Silverton: Netflix mette poco cuore nel nuovo thriller sudafricano

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5 minuti di lettura

Tra le ormai innumerevoli piattaforme, il celeberrimo colosso della “N” rossa è sicuramente fra le più prolifiche. Negli ultimi anni l’egemonia netflixiana si sta espandendo dando luce a prodotti ibridi e internazionali. Succede quindi che brevi scorci di storie di paesi più o meno lontani da noi trovino il loro spazio anche al di fuori dei loro confini nazionali. Quasi superfluo è citare il fenomeno Squid Game, per esempio.

Nasce così anche L’assedio di Silverton, pellicola sudafricana che vede alla regia Mandla Dube, al suo secondo film, disponibile dal 27 aprile. Con questo thriller riuscito solo in parte, Dube, ci racconta di un trio di giovanissimi che tentano una disperata mossa di ribellione contro il regime dell’apartheid.

L’assedio di Silverton: la storia vera dietro il film Netflix

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Le vicende ci portano nel Sudafrica del 1980, anche se l’atmosfera di L’assedio di Silverton non ci catapulta esattamente nel passato. Conosciamo i protagonisti: Sechaba (Tumisho Masha), Mbali (Noxolo Dlamini) e Aldo (Stefan Erasmus), interpreti di finzione di Stephen Mafoko, Humphrey Makhubo e Wilfred Madela, i giovani che hanno ispirato i fatti del film.

In quegli anni la pressione esercitata dalla politica di segregazione razziale stava raggiungendo i suoi massimi storici. Ad opporsi all’apartheid era sorta l’Umkhonto weSizwe (MK), gruppo militare di difesa fondato dall’African National Congress, con lo scopo di protesta non violenta.

In L’assedio di Silverton tre ribelli dell’organizzazione tentano di danneggiare un deposito petrolifero. A causa di un infiltrato l’operazione salta e i tre, con i poliziotti alle calcagna, si rifugiano nella banca di Silverton, dalla quale chiederanno poi come riscatto la scarcerazione di Nelson Mandela.

La ribellione patinata de L’assedio di Silverton

l'assedio di silverton Netflix

L’assedio di Silverton poteva avere tutte le carte in regole per essere un grande film. Azione, sentimento, storia e morale ben si legano sullo schermo e sono sempre una combinazione vincente che emoziona e coinvolge. Tuttavia il nuovo prodotto Netflix non sfonda. Certo non si è mai dato l’aria da docufilm, ma l’eccessivo romanzare delle vicende scade in qualcosa di già visto e rivisto.

Vari elementi, a partire dagli espedienti narrativi più inflazionati, passando per un’atmosfera eccessivamente pulita e curata nei dettagli, male si accostano ad un atto di ribellione sovversivo. A tratti la debolezza della trama cerca di essere colmata da classiche scene “crea-tensione” che però non hanno l’effetto desiderato proprio a causa della banalità delle scelte.

Un thriller prevedibile in Sudafrica

Insomma la macchina che non si accende al momento di scappare oppure l’ostaggio coraggioso che crea scompiglio con un atto semi-eroico non sono di certo una novità. L’effetto Casa di Carta è dietro l’angolo, soprattutto per quanto riguarda le scene dell’assedio della banca. Personaggi a dir poco caricaturali scrivono sotto-trame poco investigate e assolutamente non necessarie facendo ricadere le scene non action in teatrini da soap opera.

Anche la morale, che ci auguravamo sarebbe stata comunque uno dei focus di L’assedio di Silverton, ci lascia orfani di originalità. Parlando del movimento che riuscì a ottenere, solo dieci anni dopo, la scarcerazione di Mandela, il primo presidente nero del Sudafrica, ci si aspetterebbe un retorica penetrante, che scuota le coscienze. Invece ancora una volta il film Netflix rimane in superficie e non si spende in qualcosa di più concreto.

Netflix ci mette i soldi ma non il cuore

l'assedio di silverton Mandla Dube

L’assedio di Silverton si potrebbe definire un’occasione strappata al cinema indie. Con queste premesse narrative tante sarebbero potute essere le alternative decisamente più interessanti. La piattaforma, nonché casa di produzione, ha però deciso di puntare per l’ennesima volta su una giocata facile.

Se la speranza del regista era quella di un’opportunità di decolonizzazione cinematografica è, purtroppo, fallita miseramente. Piuttosto è avvenuto il contrario. Raccontare in salsa thriller, con contorno di estetica americana, imprescindibili eventi della storia del Sudafrica ha come effetto un appiattimento culturale e artistico che fa storcere il naso. Un altro titolo di poca sostanza e con una forma trascurabile che si aggiunge al catalogo Netflix.


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Classe 1996, laureata in Filosofia.
Aspirante filosofa e scrittrice, nel frattempo sognatrice e amante di serie tv, soprattutto comedy e d'animazione. Analizzo tutto ciò che guardo e cerco sempre il lato più profondo delle cose. Adoro i thriller psicologici e i film dalla trama complessa, ma non disdegno anche quelli romantici e strappalacrime.
Pessimista cronica e amante del dramma.

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