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Love Life, Koji Fukada dirige dei cerchi imperfetti

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6 minuti di lettura

Love Life di Koji Fukada chiede di attendere. Ha il passo lento e improvviso dei temi che veste nel titolo, palesato solo sul finire di un percorso scostante. Qualcuno in sala a Venezia79 non lo vedrà mai, preferendo uscire prima che il film cominci davvero. Come in Harmonium, Fukada spezza il racconto con una morte improvvisa. Ha inizio una storia diversa, che dalle celebrazioni di un compleanno si sposta a un lutto lento. Love Life respira nelle immagini. Le scene ripetute sostituiscono le parole in dettagli a cui si affidano comunicazioni spezzate. Fukada apre diaframmi, frammenta le scene, elargisce dettagli. La morte di un figlio è un cammino silenzioso che ricerca la vita in forme nuove. Bisogna tornare a parlare, ma Taeko (Fumino Kimura) e il marito Jiro (Kento Nagayama) non si guardano negli occhi.

Il rumore dei gesti

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Love Life è un dramma familiare che trova nelle immagini un respiro nuovo. Il solco è quello del cinema asiatico, con i dettagli a erigere significati quotidiani e nascosti. Ma a Fukada non basta calzare le orme e inscrive in una storia di lutto un questione comunicativa. Il silenzio è una distanza che porta Taeko lontano, persino in Sud Corea. Un matrimonio bagnato da un’improvvisa tempesta segnerà il bisogno di tornare. È un racconto rigoroso, cinema dell’ordine. Love Life gira attorno a un soggiorno e forma un cerchio attorno alla coppia.

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La dolcezza di Fukada ha una forma netta: è sincera. Quando il bambino scivola dalla vasca non vediamo il corpo. Il regista stacca sull’aereo giocattolo, poi un frammento di bagno, osserviamo fuori dalla porta non aperta del tutto. Importa il luogo, identificazione domestica della ferita che andrà curata per tentativi. Immersioni lente e accompagnate.

Love Life è uno strumento di precisione, lavora dove serve. La famiglia divisa nel lutto è una parola impronunciabile. Taeko trova riparo nell’aiuto all’ex compagno, padre biologico del bambino e uomo sordo senza casa. Per comunicare usano i segni e allenano lo sguardo. La lingua per gesti obbliga a guardarsi negli occhi per cogliere ogni sfumatura. Park è un personaggio bizzarro, sopra le righe. È il tramite di una rielaborazione, che ha luogo nell’interstizio tra le mani che disegnano significati. Sembra un folletto; si aggira per casa di Taeko, ospite sgradito a Jiro, vestito sempre di camicia gialla e con un gatto sotto braccio.

Il parco in cui viveva si affaccia sui binari. Quando Taeko viene a prenderlo, il treno passa, poi torna indietro. La regia di Fukada attende il dispiegarsi degli elementi. Rivedremo il momento un’altra volta, ma il binario attraversato avrà diverso valore. Alla fine, quando il titolo appare e risuona l’omonima canzone di Akiko Yano, il ritorno degli sguardi tra la coppia si realizza in insieme compiuto. Il piano sequenza li segue senza abbandonare la stanza, gira su se stesso e li attende nel parco oltre la finestra. Il cerchio non è perimetro ma punto di osservazione. La coppia, riunita, segna una linea verso l’orizzonte. Una retta che è la freccia scoccata tra gli sguardi.

Love Life, l’othello della vita

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Love Life ci convince che Jiro e Taeko siano corrotti dalla distanza. Il dolore li allontana e spezza le parole. Ci crediamo, certi degli incastri di Fukada. Nella smentita si esprime un film di emozioni complesse, infrante e ricostituite secondo i dettami di tempi lenti. Il centro di Love Life è un interstizio, la pausa tra una parola e l’altra, il nascondiglio di significati in attesa.

Mentre Park e Taeko apprendono un silenzio di significati, Jiro esce di scena. La comunicazione di Love Life è fedele alle immagini: quando non è il gesto, è il testo scritto. Il figlio era campione di Othello, imbattibile nelle competizioni ufficiali come nei confronti online. Senza l’uso della parola pronunciata, Fukada mostra una chat. Lo spettatore cede alla commozione e dà uno tono alla scena, come nel movimento di mani di Taeko e Park, proiettate sul muro in ombre perfette.

Il cinema di Hirokazu Kore-eda è un riferimento indiscutibile di Love Life. Stili e temi condivisi non eliminano l’unicità di Fukada, che nel trio protagonista – triangolo forzato a cerchio – Park inscrive un discorso ampio sul linguaggio in famiglia, forma di comunicazione del comunicare, strumento d’emergenza nei momenti del dolore. Alla fine, si esce a passeggiare. Love Life canta il film, il titolo appare. La periferia di Fukada ruba la scena, divora i protagonisti: ambiente e circostanza, luogo e realtà. Un’altra forma del comunicare, interstizio ulteriore tra i cerchi familiari. D’altronde l’othello, il passatempo del figlio, è un gioco di pedine tonde.


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Studente di Media e Giornalismo presso La Sapienza. Innamorato del Cinema, di Bologna (ma sto provando a dare il cuore anche a Roma)e di qualunque cosa ben narrata. Infiammato da passioni passeggere e idee irrealizzabili. Mai passatista, ma sempre malinconico al pensiero di Venezia75. Perché il primo Festival non si scorda mai.

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