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Nope, perché l’ultimo horror di Jordan Peele è un bad miracle

Western, sci-fi, horror, l'ultimo film di Jordan Peele è un incubo sonoro. Con Daniel Kaluuya e Keke Palmer, Nope è al cinema dall'11 agosto.

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7 minuti di lettura

Era l’ospite più atteso sul red carpet, ma all’anteprima romana di Nope Jordan Peele non è stato avvistato. Forse una scelta ponderata, un rimando alla sinossi del suo terzo lungometraggio in cui il regista, dopo il successo di Get Out – Scappa (2017) e Us (2019), assimila l’eredità di genere per declinarla in un’opera maestosa, imponente, fuorviante talvolta, ma pur sempre estatica.

È l’horror dell’estate 2022, la prima dopo anni di pandemia a riportare flebilmente nelle sale i suoi frequentatori. Non a caso, l’incognita terrificante è proprio una minaccia invisibile, che sinuosa e violenta si estende senza sosta dall’individuale al globale, mettendo in ginocchio l’umanità. Nope, al cinema dall’11 agosto, si affranca dalla tradizione registica di Peele, optando per un latente impulso sociale, sovrastato dall’ossessiva ricerca della spettacolarizzazione: il riverente omaggio ai maestri Carpenter, Spielberg, Romero, Shyamalan, veicolo di una riflessione dovuta sulla contemporaneità dell’industria cinematografica, si apre con una citazione biblica (Libro di Naum, Distruzione della città di Ninive) attestando un immediato, sublime paragone con gli ingranaggi di Hollywood, decostruiti in un esempio di meta-cinema attraverso il personaggio di Antlers Holst (Michael Wincott), che affiderà alla pellicola (eccola, la nostalgia vintage) il ritratto del mondo alieno. 

Guai alla città sanguinaria, piena di menzogna e di violenza, che non cessa di depredare! Si ode rumore di fruste, frastuono di ruote, galoppo di cavalli, sobbalzare di carri. Abbondano i feriti, si ammucchiano i morti, sono infiniti i corpi, si inciampa nei cadaveri. Questo a causa delle tante fornicazioni dell’avvenente prostituta, dell’abile incantatrice, che vendeva le Nazioni con le sue fornicazioni e i popoli con i suoi incantesimi. “Eccomi a te – disse il Signore – io alzerò i lembi della tua veste fin sulla faccia e ti getterò addosso le immondizie, ti umilierò e ti esporrò allo scherno

Nope: quando Peele cerca il right shot, il risultato è apocalittico

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In una piccola cittadina nella provincia della California i protagonisti afroamericani OJ (Daniel Kaluuya) e Emerald Haywood (Keke Palmer) ereditano, dopo la morte prematura, e ambigua, del padre Otis Haywood Sr. (Keith David), il ranch di famiglia. Discendenti di uno dei primi esperimenti nella storia del cinema (1878, The Horse in Motion) che ritraeva istantanee in movimento di un uomo al galoppo, i fratelli addestrano cavalli per i set cinematografici di Hollywood, un’industria ancora frenata dal pregiudizio razziale.

Quando il padre muore in circostanze misteriose, con una pioggia dal cielo che lo trafigge, i due fratelli, atterriti dalla minaccia imminente che sembra coinvolgere il destino dell’umanità, sfruttano la criticità della situazione per decretare e immortalare, con uno scatto alla Oprah, l’esistenza degli UFO.

Mentre OJ indaga sul fenomeno ingovernabile, convinto di riuscire ad addestrare la razza aliena al pari di quella animale, Emerald è votata all’idea che la televisione sia l’unico mezzo eletto in grado di convertire il senso comune. La double plot messa in scena da Peele si spinge oltre il sottotesto narrativo, traslando matericamente un social need: la critica al successo, condensata nella storia di Ricky “Jupe” Park, interpretato da Steven Yeun, proprietario del parco divertimenti Jupiter’s Claim, ex star televisiva conosciuto per il ruolo del bimbo nella sitcom Gordy’s Home. Unico sopravvissuto alla strage sul set, ad opera di una scimmia impazzita, Ricky sembra incapace di fare esperienza del passato, di comprendere la natura istintuale e mai addomesticabile del simile e dell’Altro. Una critica ad Hollywood, alla macchina infernale devota alla riproducibilità seriale che, dimentica di ieri, incalza verso il domani con una cifra dispotica e plasmabile, a detrimento della qualità.

“Too big, too fast”: il mostro invisibile di Peele è Hollywood

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L’opera ultima di Peele vibra di ossimori: bad miracle, un cattivo miracolo, così O.J descrive alla sorella Emerald lo spettacolo a cui ha appena assistito. L’apparizione di un UFO, la conferma dell’esistenza dell’Altro ancora ignoto, si avvera come atto divino, trascendente, eccezionale, terrificante: l’occhio di Hoyte van Hoytema (il sodalizio con Nolan dai tempi di Interstellar tradisce la scalata vertiginosa del cinema di Peele verso il blockbuster) è celestiale, brillante nel contestualizzare il terrificante nella cornice di un azzurro notturno quasi serafico.

La dimensione eventuale della sala cinematografica, sempre meno gremita, si piega alle esigenze della nuova fruibilità mediatica, subendo quella particolare fame di contenuti gratificata nell’immediato da supporti più accessibili.

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L’incubo che Peele descrive in Nope è la trasmutazione del senso dello stupore e dello spettacolo, la mercificazione violenta del contenuto a favore del tempo: per farlo, il regista diventa demiurgo della territorialità perturbante, di luoghi conosciuti e familiari ora culla del pericolo. Il sonoro extradiegetico cesellato da Michael Abels diventa personificazione di una presenza assente ma asfissiante, vendicativa della crudeltà umana, un ritorno all’horror primigenio in cui il successo della paura era dettato dall’attesa della prima apparizione sullo schermo.

L’impressione tuttavia, è che l’opera terza del regista sia un connubio di ideali, un’idea magniloquente dal punto di vista estetico e semantico che pecca di incidenza sul piano prettamente nucleare, sottostimando l’importanza dell’esplicito a favore del non-detto. Il declino mostrifero inquadrato da Peele – “animale territoriale che crede che questa sia casa sua” – è too big, too fast per essere domato, in un’epoca in cui le logiche produttive odierne hanno soppiantato e abbattuto il primigenio a manovella. L’unica alternativa plausibile è dire nope alla deriva all’ingrosso, alla serialità rituale e formulare per aderire all’eventualità spettacolare di cui la sala si nutre ancora, per nostra fortuna.


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25, Roma | Scrittrice, giornalista, cinefila. Social media manager per Cinesociety.it dal 2019, da settembre 2020 collaboro con Cinematographe per la stesura di articoli, recensioni, editoriali, interviste e junket internazionali.
Dottoressa Magistrale in Giornalismo, caposervizio nella sezione Revisioni per NPC Magazine, il mio anno ruota attorno a due eventi: la notte degli Oscar e il Festival di Venezia.

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