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Rapiniamo il Duce, un heist movie senza pathos né target geografico

7 minuti di lettura

Presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, è ora su Netflix dal 26 ottobre Rapiniamo il Duce, il nuovo film di Renato De Maria, un heist movie ambientato nell’Italia fascista agli sgoccioli della Seconda Guerra Mondiale. Un film dall’aspetto internazionale che nel suo voler essere un prodotto a consumo globale finisce per adagiarsi su dei cliché che lo renderanno un prodotto apparentemente diverso per il nostro cinema, ma al tempo stesso banale per ogni tipo di spettatore.

Uno svolgimento fin troppo lineare

Rapiniamo il Duce NPC Magazine

La trama di Rapiniamo il Duce è tra le più classiche dell’heist movie: Isola (Pietro Castellitto) organizza un piano per rubare il tesoro di Benito Mussolini, un bottino conquistato nei suoi anni di pieno potere e pronto per essere portato via all’imminente caduta del regime fascista.

Il piano sembra impossibile, per cui Isola ha bisogno di una squadra composta da persone con diverse qualità: Marcello (Tommaso Ragno) e Amedeo (Luigi Fedele) sono il braccio e la mente, Denis Fabbri (Maccio Capatonda) è il pilota automobilistico, Molotov (Alberto Astorri) è l’esperto di esplosivi, Hessa (Coco Rebecca Edogamhe) è una ladra dalla grande agilità, e infine Yvonne (Matilda De Angelis) si occuperà di agire dall’interno in quanto a stretto contatto con il generale fascista Borsalino (Filippo Timi).

Il fatto che il soggetto sia tra i più classici non è un problema, lo è invece lo sviluppo delle vicende, un piano abbozzato che risulta difettoso, improvvisato, eppure lo svolgimento è perfettamente lineare, tanto da diventare piatto. I protagonisti di Rapiniamo il Duce incontrano vari ostacoli sul loro cammino, ma questi non impediscono mai che deviino i loro obiettivi e le loro azioni, influendo decisamente sulla costruzione del pathos che, alla fine della storia, è inesistente. Fa storcere il naso anche la risoluzione di alcune situazioni complicate, a volte rese surrealmente semplici, altre volte risolte da deus ex machina poco funzionali e non contestualizzati nel racconto.

I personaggi limitati nelle loro caratteristiche base

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Il più grande difetto della scrittura di Rapiniamo il Duce risiede nella caratterizzazione dei personaggi, esteticamente ben definiti e talvolta interpretati da bravissimi attori, ma estremamente limitati nelle loro caratteristiche base, rinchiusi in ruoli esenti da sfumature.

Questa mancanza di spessore la si nota soprattutto negli interpreti secondari come Molotov, Nora (Isabella Ferrari), ma soprattutto Denis, Hessa e Amedeo: il personaggio interpretato da Maccio Capatonda è il portatore della linea comica, piacevole e funzionante per le battute divertenti, per la bravura e per gli ottimi tempi comici di Maccio, ma l’ironia è troppo invadente e spesso fuori luogo; Hessa e Amedeo invece sono i rappresentanti della sottotrama romantica, anche questa decisamente troppo insistente e al tempo stesso irrilevante all’interno del racconto.

La causa dell’assenza di pathos è da individuare soprattutto in questa scrittura bidimensionale di personaggi che grazie alle loro qualità dovrebbero elevare l’intrattenimento, cosa che non succede perché fin troppo definiti e irreali. Le azioni di personaggi non caratterizzati sembrano automatiche, algoritmiche, e senza le emozioni dei personaggi è impossibile trasmettere emozioni allo spettatore.

Scelte stilistiche e interpreti, le qualità di Rapiniamo il Duce

Tra i più grandi meriti di Rapiniamo il Duce c’è sicuramente quello del casting: vengono messi in primo piano Matilda De Angelis e Pietro Castellitto, due dei volti giovani più rappresentativi del cinema italiano popolare (entrambi vincitori di un David di Donatello nel 2021), mentre nei ruoli secondari spicca Maccio Capatonda che, per quanto fatto in carriera al di fuori dell’ambiente cinematografico, sicuramente attira a sé una buona fetta di pubblico pronta a ridere per le sue scene.

Tra gli altri Tommaso Ragno è senza dubbio l’interprete più esperto, un attore dotato di grande carisma e bravo a tal punto da trasmetterlo ai personaggi che interpreta. Menzione speciale per Maurizio Lombardi, caratterista fenomenale del nostro cinema contemporaneo, qui in un piccolo ruolo.

Tra le scelte stilistiche più affascinanti (e intelligenti) c’è la scelta di usare le illustrazioni di Amedeo per mostrare delle scene difficili e dispendiose, come l’attuazione del piano prima dell’esecuzione o la descrizione dei personaggi che entreranno a far parte della squadra.

Ultima interessante scelta stilistica è quella della colonna sonora fuori dal tempo: Massimo Ranieri, i CCCP – Fedeli alla Linea e Caterina Caselli nel 1945. La scelta non è contestualizzata come lo erano i Guns N’ Roses e i Radiohead in Freaks Out di Gabriele Mainetti, ma dal momento che si tratta di una “storia quasi vera”, la si accetta. Il risultato finale è molto piacevole, merito anche della splendida voce di Matilda De Angelis.

Rapiniamo il Duce nel panorama cinematografico italiano e globale

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Rapiniamo il Duce inciampa nell’ambizione di raggiungere un target geografico completo, poiché in quanto prodotto Netflix questo diventa automaticamente un film dal consumo globale.

Il problema è che De Maria ricalca alcuni cliché del cinema americano per internazionalizzare il film, che di italiano possiede solo la lingua, il cast e l’ambientazione: se da un lato per lo spettatore generalista italiano questo può sembrare un film “diverso” dai soliti film italiani a cui è abituato, dall’altro uno spettatore più attento noterà che nonostante tutto possiede alcuni limiti tipici del panorama cinematografico del nostro Paese.

Come se non bastasse, a questi limiti si aggiungono quelli di un cinema americano stantio, per cui anche uno spettatore straniero finirà col trovarsi di fronte un film visto e rivisto, senza particolari guizzi caratteristici del nostro cinema che avrebbero inciso sull’originalità dell’opera. Rapiniamo il Duce puntava a piacere a tanti ma purtroppo rischia di piacere a pochi.


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Classe 1997, appassionato di cinema di ogni genere e provenienza, autoriale, popolare e di ogni periodo storico. Sono del parere che nel cinema esista l'oggettività così come la soggettività, per cui scelgo sempre un approccio pacifico verso chi ha pareri diversi dai miei, e anzi, sono più interessato ad ascoltare un parere differente che uno affine al mio.

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