The Mastermind (Kelly Reichardt, 2025)

The Mastermind, tempi strani

9 minuti di lettura

Considerata una regista di culto del panorama indipendente statunitense, Kelly Reichardt è un’autrice ancora abbastanza sconosciuta nel nostro Paese. Con il suo stile minimalista e quieto, fatto di macchina fissa e tempi dilatati, la regista originaria di Miami esplora all’interno dei suoi film temi legati alla revisione della storia statunitense (First Cow, Meek’s Cutoff), dei ruoli di genere (Certain Women) e della messa in discussione dei valori borghesi americani (Old Joy, Showing Up, Wendy and Lucy).

Una sintesi perfetta di tutti questi temi la si ritrova in The Mastermind, ultima sua fatica presentata al Festival di Cannes con un cast (indipendente) d’eccezione: Josh O’Connor (Challengers, La Chimera), Alana Haim (Licorice Pizza, Una battaglia dopo l’altra), John Magaro (Past Lives, First Cow) e Gaby Hoffmann (Transparent, C’mon C’mon).

The Mastermind arriverà nelle sale il 30 ottobre 2025 distribuito da MUBI – diventando così la prima distribuzione in sala della celebre piattaforma di streaming in Italia.

Decostruire l’heist movie

Anni Settanta. In un tranquillo quartiere residenziale del Massachusetts, il disoccupato padre di famiglia e ladro amatoriale J.B. Mooney (Josh O’Connor) vuole fare il suo primo colpo grosso. Il museo è stato scelto, i complici reclutati e il piano studiato alla perfezione. O almeno crede. Tutto infatti prende una piega ironicamente sbagliata, che costringerà J.B. a lasciare la famiglia e intraprendere un viaggio in fuga negli Stati Uniti.

Sin dai suoi primi minuti, The Mastermind manifesta sin da subito le sue intenzioni: non vuole essere (e non è) un semplice heist movie, un film di rapine, quanto piuttosto un tentativo di decostruzione del genere. Tutti gli elementi che caratterizzano questo tipo di film – la pianificazione accurata, le menti brillanti dietro il progetto, l’esecuzione impeccabilmente incastrata come un puzzle, una regia ad alta tensione – vengono infatti presi e ribaltati nel film di Reichardt, che invece si incentra principalmente sulla fallacia del progetto di J.B. e su ciò che segue l’evento.

Alana Haim in una scena di The Mastermind diretto da Kelly Reichardt

Il piano messo in piedi da J.B. in The Mastermind presenta numerosi problemi, e lo spettatore segue l’improvvisato ladro d’arte cercare di riparare a tutti i piccoli errori che, inevitabilmente, degenerano in un’escalation continua e ai limiti del ridicolo. Dai figli di J.B. rimasti senza preavviso il giorno della rapina passando per un’arma non concordata fino all’intromissione di una mafia locale: tutto quello che può andare storto va storto.

Il carattere ridicolo di questa rapina si esplica perfettamente anche nella limitatezza temporale che Reichardt dedica all’evento: dopo i primi quaranta minuti circa, The Mastermind lascia completamente per strada la rapina per addentrarsi in altre vicende e situazioni, ribaltando in modo totale le aspettative del pubblico.

The Mastermind, o della contraddittoria borghesia degli anni ’70

Quello che interessa a Kelly Reichardt, difatti, non è tanto la rapina in sé, quanto – come dichiara il titolo – la sua mente. In fondo, The Mastermind è un’opera di scavo psicologico travestita da film di genere – l’heist movie prima, il road movie dopo. È il personaggio di J.B. che realmente affascina l’autrice, con le sue ambiguità che incarnano tutte le contraddizioni dell’America degli anni Settanta.

Proveniente dalla borghesia di provincia, il personaggio di Josh O’Connor è nato in seno al fiorire economico vissuto negli Stati Uniti fino agli anni Sessanta, ritrovandosi però adulto in un mondo che pare sempre più in crisi, con meno certezze. Disoccupato da tempo, con una famiglia a carico, vede nella rapina un modo facile e veloce per riparare ai suoi problemi, non tenendo tuttavia conto della complessità che porta con sé la rapina – e difatti finisce per fare tutta una serie di errori che gli costeranno caro.

Nel suo peregrinare per la costa est degli Stati Uniti, J.B. vive in continuo bilico tra i privilegi della sua condizione borghese e la negazione di questa identità: rivendica il suo voler uscire dalla borghesia, ma continua a mostrarne i segni e i simboli – una valigia piena di camicie, un passaporto (o forse due), i suoi contatti con la classe alto-borghese e accademica. Egli cerca in sostanza di tenere il piede in due scarpe, lavorando esclusivamente ad un vantaggio proprio e personale che viene spesso negato, ma che rimane intellegibile.

Josh O'Connor interpreta J.B. Mooney in The Mastermind di Kelly Reichardt

La miopia di J.B. rispetto a questa condizione è al cuore di The Mastermind, in quanto si fa simbolo di un periodo storico tumultuoso e contraddittorio, in cui pace e guerra, borghesia e rivolte sociali convivono. La regia di Reichardt, sempre alla ricerca di quiete e minimalismo, di misura e di dilatazione dei tempi, dipinge gli anni ’70 in un’ottica di grande serenità in cui però si insinuano delle immagini di caos – siano esse quelle televisive degli attacchi statunitensi in Cambogia durante la guerra del Vietnam oppure gli spazi di proteste hippy che si stanno radunando fuori dalla finestra di un diner.

Queste proteste, queste forme di tumulto e di caos, agitano il mondo lontano dalla borghesia, che può agilmente ignorare queste immagini, interessarsi ad altro. Ma è proprio quando, nell’anticlimatico finale di The Mastermind, il personaggio di J.B. finisce per immischiarsi (approfittandosene, evidentemente) in una di queste forme di caos, che si manifesterà in tutta la sua violenza quanto la sua ambivalenza non possa permettergli fino alla fine di evadere dalle sue responsabilità e dalle sue azioni.

Nel suo tentativo di riflettere su un’America ormai scomparsa da tempo, tuttavia, The Mastermind presenta il suo limite principale, quello di essere un’opera che non presenta una vera urgenza, una necessità legata allo sguardo che cerca di portare avanti. Gli anni Settanta ritratti da Reichardt, infatti, mancano di un vero legame con il presente, rendendo l’opera chiusa in sé stessa, nella sua riflessione che rimane semplice teoria senza praxis, elemento che invece si può ritrovare in alcune delle opere più riuscite dell’autrice statunitese di The Mastermind – si vedano, in questo senso, Old Joy, Wendy and Lucy o, più di recente, First Cow.

Caratterizzato da un tono molto pacato, da una ricercata medietas nello stile e da un approccio formale che richiama anche il cinema anni Settanta (tra questi vi è sicuramente il nome del personaggio di Gaby Hoffmann, Maude, come la protagonista di Harold e Maude, pellicola del 1971 di Hal Ashby), The Mastermind continua l’esplorazione critica della storia statunitense della filmografia di Kelly Reichardt attraverso un equilibrio tra destrutturazione del cinema di genere e character study non sempre efficace – come si può notare nella prima parte del film – ma che mantiene intatta l’originalità e la freschezza di un’autrice unica nel panorama indipendente americano.


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Classe 2001, cinefilo a tempo pieno. Se si aprissero le persone, ci troveremmo dei paesaggi; se si aprisse lui, ci troveremmo un cinema. Ogni febbraio vorrebbe trasferirsi a Berlino, ogni maggio a Cannes, ogni settembre a Venezia; il resto dell'anno lo passa tra un film di Akerman, uno di Campion e uno di Wiseman.

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