A un anno di distanza dalla premiére – proprio a Venezia – di The Brutalist, torna in Concorso al Lido la coppia di filmmaker statunitensi Mona Fastvold e Brady Corbet con The Testament of Ann Lee, scritto a quattro mani e diretto solo da Fastvold.
Come il precedente lavoro della coppia, anche quest’ultima pellicola (termine non casuale, visto che è stato proiettato in pellicola a 70 mm) si presenta come particolarmente ambiziosa – si parla qui di un film con elementi musicali che racconta la vera storia di una predicatrice donna radicale della seconda metà del Settecento. The Testament of Ann Lee, nella sua ambizione, si ritrova ad essere una pellicola destinata a far discutere grazie al suo approccio viscerale ad una storia che tocca nervi scoperti come la religione, il trauma, l’esperienza femminile.
The Testament of Ann Lee, storia di una donna fragile
Manchester, seconda metà del XVII secolo. Ann Lee (un’elettrica e intensa Amanda Seyfried) è una giovane filatrice devota alla chiesa metodista, che un giorno si avvicina al movimento degli Shakers – una setta che predica una forma di preghiera fatta attraverso canti e balli che aiutano a riconnettersi con il Divino. Il suo status all’interno di questa nuova setta diventa sempre più importante fino a quando, a seguito di una visione mistica di “una donna vestita di Sole con ai piedi la Luna”, non ne diventa di fatto la leader sotto il nome di Mother Ann. Quando però la sua Parola incontra sempre maggiore resistenza in Inghilterra, decide di salpare alla volta del Nuovo Continente per predicare liberamente il proprio credo.

Credits Aleksander Kalka, La Biennale – Foto ASAC
Basato sull’incredibile storia vera di una delle poche predicatrici donne della storia del Cattolicesimo, The Testament of Ann Lee – come anche dichiarato dalla stessa regista – è un film di finzione, in cui la rielaborazione della figura di Mother Ann è libera e non strettamente vincolata alla realtà storica. Tale rilettura della figura di Ann Lee passa attraverso il filtro e la sensibilità di Fastvold – che già precedentemente aveva raccontato di donne relegate in ambienti bucolici e isolati dal mondo dove incontrano ostacoli alla loro sopravvivenza.
Raccontato attraverso una voce narrante – quella di Mary (Thomasin McKenzie), una delle adepte più devote di Mother Ann, e proprio per questo, dunque, inaffidabile -, The Testament of Ann Lee si disinteressa presto dell’aspetto più mistico e spirituale per focalizzarsi, piuttosto, sull’analisi del personaggio di Ann Lee, una donna fragile che nel corso della sua vita è stata più volte protagonista di eventi che l’hanno traumatizzata.
Da questi traumi, legati soprattutto all’esperienza della vita sessuale – a partire dalla scena madre, vissuta da Ann Lee in tenerissima età, fino ad arrivare alla perdita di ben quattro figli concepiti nel suo matrimonio (nel film, il marito della donna è interpretato da Christopher Abbott) -, nasce una fede incrollabile in Dio – una certezza solida, una promessa di purezza, ma al tempo stesso un padre severo e punitivo i cui dettami vanno seguiti ciecamente – e, in seguito, una dottrina religiosa che predica proprio contro quelle esperienze per Ann Lee così traumatiche (una dottrina, quella di Lee, che infatti prevede la piena castità in quanto il sesso in ogni sua forma sarebbe visto come peccaminoso).

Credits Aleksander Kalka, La Biennale – Foto ASAC
Tale ricorso al concetto di trauma, lungi dall’essere una facile categorizzazione tipica dei tempi correnti, è invece appropriata per una dottrina che si fonda molto sull’esternazione del marciume interiore attraverso la confessione e, soprattutto, la preghiera realizzata attraverso canti e balli. E proprio nelle sequenze di preghiera che The Testament of Ann Lee esplicita le proprie sezioni musicali: gli adepti di Mother Ann si ritrovano per cantare e ballare secondo movimenti tribali e primordiali (coreografati da Celia Rowlson-Hall), in grado di manifestare una fede istintiva, sentita e viscerale nei confronti di Dio.
Questa forma di preghiera, ricorsiva in The Testament of Ann Lee che esperisce non solo il proprio malessere interiore ma manifesta anche una forma collettiva di dolore che viene tra tutti ripartita e catartizzata – similarmente a uno dei momenti più ficcanti e potenti di Midsommar di Ari Aster -, viene però percepita dalle altre comunità religiose come blasfema, fastidiosa, sacrilega. Sarà proprio la difficoltà della predicazione che spingerà Mother Ann a migrare in America quando ancora – si parla del 1774 – tale pratica era molto limitata.
Nel conflitto con le altre dottrine e nell’esplicita e violenta contrapposizione che queste ultime manifestano che si può scorgere il tentativo di The Testament of Ann Lee di scavare e di approfondire le tragedie che hanno colpito la figura di Ann Lee: da un lato le violenze e le discriminazioni che subisce la sua religione da parte di esterni fino a conseguenze molto serie; dall’altra una psiche fragile che proprio in Dio trova la sua incrollabile certezza, l’elemento di stabilità emotiva di una donna che ha subito il trauma della maternità negata e di una famiglia infelice. È proprio su questo lato umano di Mother Ann, più che su quello mistico, che The Testament of Ann Lee si focalizza maggiormente.
L’utopica dottrina di Mother Ann
Proprio in questa analisi del lato umano e non mistico di Ann Lee emerge uno degli aspetti più rivoluzionari della dottrina degli Shakers: la radicale utopia del progetto di Ann Lee. Fondata, come si è già accennato, sull’assoluta castità dei suoi membri, la dottrina degli Shakers è molto legata anche al senso dell’uguaglianza civile tra tutti gli esseri umani – uomini, donne, bianchi, neri, etero e omosessuali – e al rispetto degli altri, che sconfina anche nella non violenza.

Credits Jacopo Salvi, La Biennale – Foto ASAC
Tale progetto e visione utopica della società prende corpo in The Testament of Ann Lee soprattutto nella seconda metà del film, quando Mother Ann e i suoi adepti salpano alla volta degli Stati Uniti, luogo ancora inesplorato e in parte disabitato dove la loro preghiera può essere accettata e dove il loro progetto utopico si può concretizzare. In tale visione di una fuga dalla storia e di creazione di un luogo che rifondi e ripensi la società per come la conosciamo si riscontra un dialogo diretto con il già citato The Brutalist, in cui questi temi erano presenti e ampiamente esplorati.
Se nella pellicola di Corbet tale tema veniva affrontato alla luce della storia del secolo recente per creare una ritratto cinico degli Stati Uniti come Paese e come idea, in The Testament of Ann Lee l’interesse risiede più negli Stati Uniti come terra inesplorata, come terra promessa per la realizzazione di un nuovo mondo fatto di regole diverse e di strutture sociali radicali.
Anche nella pellicola di Fastvold, però, la protagonista si dovrà scontrare con una realtà diversa da quella prospettata: la sua utopia, infine, vedrà la luce, ma dopo numerose difficoltà e violenze che i suoi membri – nonchè lei stessa – dovranno patire. La Ann Lee di Fastvold, pur non essendo una novella László Tóth, vive una parabola abbastanza simile di immigrazione e di fine dell’innocenza.
Girato da Fastovolt in modo profondamente viscerale e sentito – soprattutto nelle sequenze di ballo -, The Testament of Ann Lee è un’opera che descrive una parabola fatta di traumi e di utopia, di religione come strumento di esorcizzazione dei traumi e del corpo come luogo di connessione col divino tramite la preghiera. Proprio nella sua visceralità e nei temi che affronta, il film è destinato a essere controverso e ampiamente discusso; ma proprio in questa sua trascinante quanto inspiegabile visceralità – a volte frenata da un voice over in parte invasivo – che The Testament of Ann Lee si posiziona tra le esperienze cinematografiche da vedere e vivere di quest’anno.
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