Distribuito per la prima volta in Italia in questi giorni sulla piattaforma di MUBI, Symbiopsychotaxiplasm: Take One (1968) dell’autore e produttore indipendente William Greaves è uno degli esperimenti cinematografici più liberi, anarchici e originali che siano mai esistiti. L’autore afroamericano sfida qualsiasi convenzione, qualsiasi forma narrativa ed estetica che la settima arte abbia creato in più di ottant’anni di esistenza per riflettere su cosa il cinema sia, e come un film esista in quanto tale, attraverso un esperimento giocoso, libero e pienamente sessantottino – nella forma come nei contenuti.
Symbiopsychotaxiplasm: Take One, alla ricerca del film perduto

Descrivere di cosa parli Symbiopsychotaxiplasm: Take One è un’impresa più difficile di quanto possa sembrare. A Central Park nell’estate 1968 il regista William Greaves gira degli screen test in cui chiede a due attori (Don Fellows e Patricia Ree Gilbert) di recitare una scena. La sceneggiatura che gli attori stanno declamando mette in scena il litigio tra due coniugi, scritto sulla falsariga di Chi ha paura di Virginia Woolf? di Edward Albee, in cui la donna recrimina all’uomo di essere un “frocio” che la costringe ad “avere un aborto dopo l’altro”.
L’atmosfera sul set, tuttavia, è poco serena: il regista appare poco professionale, si lascia andare a commenti misogini e a una direzione disattenta degli attori; il testo è macchinoso e mal scritto; gli attori si lasciano spesso andare a osservazioni omofobe (lui) o a crisi di nervi (lei); la crew percepisce la palpabile tensione sul set e inizia a riflettere sulla natura stessa di Symbiopsychotaxiplasm: Take One e a mettere in dubbio le abilità del regista e il suo stesso progetto.
Tali divergenze e caoticità vengono registrate dalle tre macchine da presa attive per tutto il tempo sul set – una che riprende gli attori durante gli screen test, un’altra che deve riprendere costantemente la crew al lavoro, e un’ultima che deve registrare gli attori e la crew durante tutto il tempo delle riprese. Tale triplice punto di vista in Symbiopsychotaxiplasm: Take One viene reiterato dal ricorso a uno split screen in cui si sincronizzano i tre differenti girati, capaci così di restituire tutte le dinamiche in gioco durante i giorni di ripresa.
Questa breve sinossi del progetto di Greaves restituisce solo parzialmente il senso di anarchia che sottende Symbiopsychotaxiplasm: Take One. Secondo quanto il regista stesso dichiara nella pellicola, il progetto riguarda “la sessualità” in tutte le sue forme – la scena rappresentata racconta, difatti, della crisi interna a una coppia a causa del sesso; immediatamente dopo questa dichiarazione tematica, poi, Greaves stesso invita il suo cameraman a riprendere una donna a cavallo: «Look, there’s that woman with the tits», dice William Greaves, «Get her, get her, they’re bouncing!»
La visione di Symbiopsychotaxiplasm: Take One, tuttavia, rende evidente che il tema portante della pellicola sia un altro: il conflitto. La scena rappresentata dai due attori (a volte sostituiti, peraltro, con altri due figuranti), d’altronde, è prima di tutto una scena di litigio tra due amanti; l’impreparazione di Greaves genera risposte antagonistiche e polemiche dalla sua stessa troupe; perfino il rapporto tra realtà e finzione si fa conflittuale – solo le scene degli screen test sono vere? Oppure anche il regista e la troupe stanno recitando? Symbiopsychotaxiplasm: Take One trova, così, nel conflitto la sua forma estetica e la tematica principale, l’oggetto di indagine e la modalità attraverso cui tale indagine viene portata avanti.
Symbiopsychotaxiplasm, un film spiazzante che s’interroga su cosa sia un film

L’esperienza di visione di Symbiopsychotaxiplasm: Take One trova la sua originalità proprio nell’anarchia che domina sul piano del profilmico come su quello estetico. Al caos che domina sul set si affianca un tessuto filmico in cui scene documentarie di making of, prove filmate del provino e altri materiali girati dalla troupe senza il consenso del regista si affastellano gli uni sugli altri. Le immagini in 16 mm di cui l’opera di Greaves è fatta si affiancano attraverso un montaggio fatto di associazioni stridenti e netti contrasti: l’impiego dei girati delle tre macchine da presa sincronizzate all’interno di un’unica inquadratura esemplifica molto bene tale coesistenza di materiali disgiunti nella pellicola.
La progettualità dietro il misterioso set di Symbiopsychotaxiplasm: Take One risulta oscura tanto per gli spettatori quanto per coloro che lo realizzano: all’interno della pellicola emergono tre sezioni in cui i manovali dietro la pellicola, all’insaputa di William Greaves, si ritrovano per discutere del film a cui stanno lavorando, fornendo le loro interpretazioni e la loro lettura della situazione critica in cui versano. La completa segretezza sulla natura del progetto lo rende così un progetto che si sviluppa nel suo stesso divenire – in una maniera non dissimile dalla straordinaria e recente Biografìa de Jorge Luis Borges di Mariano Llinàs.
Quello di William Greaves appare, così, qualcosa di vicino al cinema sperimentale, fatto di intuizioni e di libertà più che di progettualità e rigidità di schemi. Vedendo Symbiopsychotaxiplasm: Take One si avverte l’attenzione da parte del regista al rifiuto di qualsiasi convenzione che il cinema abbia costruito nella sua storia – dopotutto, le riprese risalgono all’estate del 1968, a pochi giorni dall’inizio della più grande rivolta allo status quo che l’Occidente abbia conosciuto nel XX secolo.
Alla base di tale anticonvenzionalità filmica vi è, in fondo, un’idea semplice: le tre macchine da presa adoperate da William Greaves e colleghi riprendono qualsiasi cosa succeda nei pressi del set, anche ciò che non era previsto o prevedibile (la signora a cavallo già menzionata, il clochard che approda per caso sul set alla fine della pellicola). Tali riprese in pellicola 16 mm livellano e uniformano riprese così diverse tra loro per natura ontologica – lo screen test, il dietro le quinte e gli imprevisti -, al punto da generare nello spettatore un senso di confusione e di spiazzamento derivato dall’incapacità di definire l’oggetto filmico che si sta guardando.
Proprio tale senso di smarrimento che si prova davanti a Symbiopsychotaxiplasm: Take One consente allo spettatore di accedere al senso ultimo della pellicola di Greaves: interrogarsi su cosa renda un film tale. Il sistematico rifiuto di qualsiasi convenzione cinematografica, l’ibridazione tra realtà e messinscena, la natura misteriosa e segreta del progetto minano qualsiasi possibilità di lettura del film che si sta guardando attraverso i codici tradizionalmente legati al medium in questione, portando così lo spettatore a interrogarsi sulla natura stessa del cinema e del film come mezzo espressivo.
Vedendo il film di William Greaves lo spettatore è facilmente portato a interrogarsi sulla natura di ciò che vede: le riprese sono documentarie o è tutta una messinscena? Il regista si presenta per come si comporta realmente o sta recitando una parte? E il resto della crew? L’attore dello screen test è davvero omofobo o sta recitando anche lui una parte? Quanto c’è di autentico in ciò che vediamo e quanto è manipolato dalla natura stessa del film?
È in questa indeterminatezza e in queste domande che risiede il genio di Symbiopsychotaxiplasm: Take One: attraverso il rifiuto di qualsiasi forma estetica tradizionale, la pellicola di William Greaves arriva a interrogare direttamente la natura stessa dell’essere cinematografico, impiega l’estetica per questionare la teoria, non per fornire una risposta univoca ai propri quesiti, ma per testare i limiti di cosa vuol dire essere e fare cinema. Impiegando il mezzo e creando un’estetica nuova e radicale, l’autore americano esplora cosa sia la settima arte, in un’operazione decisamente cerebrale ma al tempo stesso originalissima e di rara potenza visiva.
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