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Snatch

4 motivi (oltre a Brad Pitt) per amare «Snatch» di Guy Ritchie

11 minuti di lettura

Prendiamo un diamante e rendiamolo protagonista di una caccia investigativa al tesoro. Non ci sono detective, non ci sono piste di ricerca definite, ma solo un manipolo di personaggi criminali e fumettistici coinvolti in una cacofonica sequela di eventi. Stiamo parlando di Snatch (2000), dove il tocco di Guy Ritchie, sia alla regia che alla sceneggiatura, rende questa storia diversa dalle altre. Perché non accoglie la classica combinazione furto + fuga della rapina tradizionale, ma proietta i protagonisti in un girone infernale votato alla follia, ma con una carismatica ironia. Se non vi è tutto chiaro, non preoccupatevi.

Netflix, infatti, ospita il film tra le sue proposte streaming, permettendo di riguardarlo a rotazione. E vi assicuriamo che merita. Soprattutto, per omaggiare con una dedica speciale Brad Pitt, che nella pellicola interpreta lo zingaro Mickey O’ Neil. Non solo perché proprio in questi giorni compie 57 anni, ma perché il talentuoso attore si guadagna qui un’interpretazione comica, drammatica e profondamente folcloristica. Così, se lo avete amato ne L’esercito delle 12 scimmie (1995) di Terry Gilliam e nell’iconico Fight Club (1999) di David Fincher, non potete perdervi questo gioiellino. E ve lo raccontiamo in 4(+1) punti di forza.

1. I personaggi di «Snatch»

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Ogni storia è un meccanismo attivato dall’interazione dei suoi personaggi. E qui, tutti sono perfettamente riconoscibili da un nomignolo e da un tratto distintivo, come le figurine di un gioco di ruolo. Così, a iniziare i giochi è Franky “Quattro Dita” (Benicio del Toro), un ladro con il vizio del gioco e la passione per le scommesse sbagliate. È lui a rubare un prezioso diamante ad Anversa, che lo porta a Londra, da Doug La Zucca, un gioielliere che vive e si comporta come un ebreo, ma non lo è ed è strettamente legato a Cugino Avi (Dennis Farina), un vero ebreo. Questi però si perdono subito la loro gallina dalle uova d’oro, che si rivolge a Boris Lametta per una pistola.

Boris il russo gira con una mannaia e non muore mai. Ed è lui a proporre a Franky di puntare in una sala scommesse. Di nascosto, chiede però anche ai bambocci Vinnie e Sal, due ricettatori di colore, di rapinare la stessa sala scommesse e rubare il diamante a Franky. Peccato che la sala appartenga a Testarossa (Alan Ford), classico inglese dall’umorismo tagliente e gestore di incontri di boxe truccati, con cui è meglio non avere un debito, per non finire in pasto ai suoi maiali. Tuttavia il Turco (Jason Statham), e il piccoletto Tommy, proprietari di una slot machine, collezionano un debito quando il loro pugile, George Meraviglia, viene messo a tappeto in un campo nomadi dallo zingaro Mickey (Brad Pitt).

Quest’ultimo, con un bel caratteraccio e la parlantina incomprensibile, deve quindi combattere per Testarossa. Ma non sembra voler rispettare le regole degli incontri truccati. E intanto sulla scena appare Tony “Pallottola al dente”, che è sopravvissuto a sei pallottole forgiandone due denti d’oro. Questo accompagna gli ebrei contro gli afroamericani, in debito con Testarossa, e i russi in una caccia sfrenata alla famosa pietra. Ma di mezzo ci si mette un cane degli zingari che inghiotte il diamante e finisce tra le mani del Turco e Tommy, inconsapevoli della pazza ricerca al gioiello. Insomma, guardare Snatch per credere.

2. Gli stereotipi intelligenti

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Con un’infarinatura multiculturale come questa non si può non porre l’accento sull’ironia da stereotipo. Un espediente vecchio come il mondo, che in questo caso però valica la retorica per incorniciare una caricatura intelligente. Ogni personaggio ha da ridire qualcosa sul suo nemico con irriverenti espressioni colorite. Così il Turco afferma che i russi hanno tante palle là sotto quanto pigne in testa e la chiama follia sovietica. E la loro natura algida, programmatica e fattuale si scontra con l’imprevedibilità degli zingari. Questi sfruttano il loro incomprensibile dialetto per truffarti negli affari dove, si sa, inseriscono sempre anche un cane in regalo.

Così quel «Tu hai capito una parola di quello che ha detto?» diventa un must ironico. Come quello che accompagna l’afroamericano Vinnie, che si nasconde il diamante nelle mutande per non rischiare di essere derubato. E allora il collega Sal gli risponde: «Chi rapina due neri con le pistole in mano?». Un’osservazione comica, che però ci fa riflettere sul consolidato sguardo esterno della società. Anche sui diffidenti e chiusi ebrei, che per le ferite da arma da fuoco vogliono solo un «bravo dottore ebreo». Ce n’è quindi per tutti, ma con una vigile consapevolezza che accompagna il sorriso da battuta.

3. La scrittura accattivante

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Tale impostazione narrativa non può rinunciare a una brillante scrittura, che estranea dal mondo razionalmente conosciuto lo spettatore. La quotidianità assume così le fattezze di una giostra da cui si scende un po’ disorientati, ma convinti della direzione da seguire. E in questo aiuta tantissimo un’unica firma per scrittura narrativa ed estetica. A cominciare da un accattivante esordio, in cui Franky racconta in breve la storia della cristianità, definendola «Una bella storia, ma chiedere a un adulto di crederci?». E sembra quasi che quell’incipit si rivolga direttamente alla nostra trama.

Qui la scrittura frenetica segue il ritmo alla regia. Come se le parole ci colpissero a schiaffi, tenendoci fermi e attenti sulla pirotecnica catena di eventi. E funziona, dato che oltre un’ora e mezza, Snatch fluisce come miele sulle nostre papille gustative. Perché Guy Ritchie ci fa assaporare ogni piccola scena come un bocconcino delizioso, ma infarcito di un sano trash intellettuale che è l’elemento fondante di una storia di questo tipo.

4. La regia avanguardista

Guy Ritchie tratta poi Snatch come una piccola opera d’arte e, chiunque abbia già assaporato il film ne ha sicuramente apprezzato il tocco autoriale. Sin dall’introduzione, dove l’evoluzione della rapina, dall’ingresso ufficiale dei ladri, è seguita attraverso il filtro delle telecamere di sicurezza. Poi lo split screen, ovvero la frammentazione dello schermo in più inquadrature, è un elemento di forza originale. Così come il ricorso a ralenti e fast-forward nei momenti principe della narrazione. Memorabile la caduta rallentata di Mickey sul ring e il ritmo serrato che accompagna il viaggio aereo di Doug a Londra.  

Ogni piccolo dettaglio, dalla bottiglia di latte di Turco, al giochino sonoro mangiato dal cane di Vinnie, fino alle gemelle di Doug che parlano all’unisono, è azzeccato. E contribuisce a tessere una cornice pittoresca di eventi imprevedibili. Tuttavia la regia non si fonda sulla suspense catarchica e la tensione impellente, ma su un naturale scioglimento di situazioni. Come sono nate, si dissolvono, nell’esatta maniera rocambolesca che si addice alla loro natura. E Snatch ci conquista.

5. Brad Pitt

E poi c’è Brad: un nome, una garanzia. Sin dalla sua prima celebre apparizione in Thelma & Louise (1991) di Ridley Scott si è conquistato il titolo di affascinante divo hollywoodiano. Ma Brad non è solo bello, come spesso si tende unicamente a connotarlo. In tutti i suoi film, infatti, mostra un’inedita capacità camaleontica, che si cattura soprattutto dall’espressività facciale. Quella forza traspare soprattutto dalla consapevole condotta del prendersi in giro. Così Brad Pitt cazzeggia con autorialità e talento meglio di tutti e lo dimostra la brillante performance in Burn After Reading (2008) dei Fratelli Coen.

Per questo, che sia l’enigmatico Joe Black, il commovente Benjamin Button o il tarantiniano Cliff Booth di C’era una volta a Hollywood (2019), il nostro pupillo del cinema non sbaglia un colpo. Così i suoi 57 anni sono solamente due cifre che incorniciano una giovinezza eterna. Non però racchiusa da un patto demoniaco alla Dorian Gray, ma sempre pronta a comporre una delle infinite maschere con cui Brad ci sorprende, come in Snatch. E per omaggiare il suo compleanno, non vi resta che gustarvi una delle sue iconiche pellicole!


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Francesca Brioschi

Classe 1996, laureata in Comunicazione e con un Master in Arti del Racconto.
Tra la passione per le serie tv e l'idolatria per Tarantino, mi lascio ispirare dalle storie.
Sogno di poterle scrivere o editare, ma nel frattempo rimango con i piedi a terra, sui miei immancabili tacchi.

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