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Mank, il ritratto di Fincher sullo sfondo inedito di Quarto Potere

David Fincher torna a dettare la linea del cinema contemporaneo?

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10 minuti di lettura

David Fincher sforna un altro capolavoro. A distanza di sei anni dal suo ultimo film, L’amore bugiardo – Gone Girl (2014), l’eclettico regista si cimenta con il ritratto autobiografico di Herman Mankiewicz nel film Mank, disponibile su Netflix dal 4 dicembre. Il protagonista è uno degli sceneggiatori, o come lo racconta Fincher, l’unico sceneggiatore, del celebre Quarto Potere (1941) di Orson Welles. Affiora così la genesi di un cimelio del cinema, vincitore, non a caso del Premio Oscar per la Miglior Sceneggiatura nel 1942.

Anche nel 2021 la nomina al premio Oscar non mancano e infatti troviamo Mank candidato nelle categorie di miglior film, miglior regista, miglior attore, migliore attrice non protagonista, migliore fotografia, migliore colonna sonora, migliore scenografia, migliori costumi, miglior trucco e acconciatura, miglior sonoro.

A interpretare Mankiewicz un rodato Gary Oldman, proiettato sullo sfondo dello splendore e dell’ipocrisia della Hollywood degli anni Trenta e Quaranta. Questa cade vittima dell’ironia tagliente dello sceneggiatore, accompagnato da volti intergenerazionali dello star system, a partire dalla giovane Lily Collins, nei panni della dattilografa Rose Alexander. Poi la talentuosa Amanda Seyfried, nelle vesti della sfarzosa attrice Marion Davies, fino a un colosso come Charles Dance (Il Trono di Spade), magnate della stampa con il volto di Willie Hearst. Forse questi personaggi non vi dicono nulla, ma aspettate di scoprire i segreti viziosi e politici di Mank.

Quello che Orson Welles non dice

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«Non si può ritrarre la vita di un uomo in due ore, ma solo darne un’impressione»

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Orson Welles pensava di aver chiuso circolarmente la storia di Charles Foster Kane, con quel cartello No Trepassing in apertura e chiusura al film, come a racchiudere nella natura criptica di una sola parola (Rosebud) il segreto dell’intera vita di un uomo. Ma Fincher si riallaccia a quel mistero per tentare di raccontarci la vita dell’uomo, o meglio della comunità, dietro il personaggio fittizio. Così il regista adotta coerentemente il bianco e nero dei film anni Quaranta e una colonna sonora tenebrosa e imponente, come quella che sfumava la leggendaria residenza di Xanadu.

Il suo tocco non manca di omaggiare le dissolvenze di Welles e la certosina attenzione al dettaglio, come quel blocco a spirale, ritmicamente inquadrato, su cui Mank scrive la storia di Kane. E questo personaggio che nessuno conosceva realmente, tanto da essere oggetto di ritratti contrastanti, evoca la figura di William Randolph Hearst. Un editore, proprietario di un impero mediatico e inevitabilmente con le mani in pasta in ogni dove, tra cui una delle cinque major hollywoodiane, la MGM.

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Al suo fianco l’attrice di 34 anni più giovane Marion Davies, a cui si ispira il personaggio di Susan Alexander, seconda moglie di Kane. A lei Hearst ha donato una carriera nel cinema e una suntuosa residenza pregna di arte antica e creature esotiche. Vi ricorda qualcosa? Non solo, ma il braccio destro di Hearst è rivestito dalla figura controversa di Louis Meyer, repubblicano fondatore della MGM, con un riferimento non troppo velato al Signor Bernstein, il referente economico di Kane. Tutti aleggiano nella schiera imprenditoriale hollywoodiana degli anni d’oro di cui Mank spolvera la sporcizia.

Mank: la genesi di un capolavoro

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John Houseman: «Racconta la storia che conosci, dice lo scrittore saggio.»

Mank: «Non conosco quello scrittore».

Fincher costruisce la narrazione su due piani temporali, intervallati dalla geniale indicazione grafica delle scene così come vengono scritte in sceneggiatura. Da un lato, quindi, il 1940, quando Mank stila la sua più bella sceneggiatura, sotto la pressione temporale di Welles, che gli dà 60 giorni di tempo. Costretto a letto dopo un incidente d’auto, in un ranch isolato per offrirgli ispirazione creativa, deprivato, solo formalmente, dei suoi fin troppo amati alcolici, Mank si lascia supportare dall’integerrima Rose Alexander e riconcilia i suoi ricordi in una sceneggiatura pseudo fittizia.

Questo ci riporta dunque al 1934, anno delle elezioni governative in California. Lì il Mank di sei anni prima è pienamente inserito nella cerchia di Hearst, ma non ne approva la campagna anti democratica contro il candidato Upton Sinclair. Questo viene soverchiato da un cinegiornale fasullo, che dimostra l’egemonia di Hearst sul controllo intellettuale degli elettori. Così il cinema mostra il suo lato più oscuro, nell’influenzare l’opinione pubblica. Intanto sullo sfondo dilaga la crisi del 1929, con un pubblico troppo impoverito per andare al cinema e poi quei temuti stipendi dimezzati dello staff delle Major, che vede le comparse, ultime ruote del carro, vagabondare a Los Angeles in cerca di fortuna.

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Lo splendore di un mondo fatato nasconde così le frattaglie di una realtà in decomposizione. E Mank offre il suo personale e piccato punto di vista di un mondo di cui non può che far parte. La sua immagine si spegne sempre di più agli occhi degli avvoltoi del cinema, ma brilla incessantemente davanti ai nostri, mentre vediamo tutta la sua rabbia devolvere in forma poetica nella sceneggiatura del 1940. I protagonisti di Quarto Potere riemergono così simbolicamente nell’immaginario di colui che li ha conosciuti. Tuttavia Mank si trova costretto a togliere il suo nome dai titoli di testa della pellicola, in uno scontro con la sua nemesi più potente, Hearst.

Tutto quello che contiene Mank

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«Se solo avessi avuto più tempo, avrei scritto una lettera più breve»

Mank cita Blaise Pascal quando gli dicono che la sua sceneggiatura è troppo complessa.

Per questo l’opera di Fincher è uno scrigno di Pandora, che contiene, in potenza e in atto, l’anima dietro le quinte di Quarto Potere. Partiamo dal contesto storico, che incornicia la ricca società viziosa di Hollywood contro un pervasivo impoverimento intellettuale ed economico. Così oltreoceano riecheggia il nome di Hitler, ma nessuno si aspetta che prenda il potere, mentre i poteri forti confondono ancora socialismo e comunismo e i repubblicani puntano il dito contro l’idealismo dei democratici.

Sembra tanto materiale narrativo per una pellicola di due ore. Ma Fincher costruisce la cornice di un’epoca attorno a un uomo, dal cui punto di vista interpretiamo le poliedriche visioni di una società. Più voci raccontano una storia, come aveva fatto Welles nel suo film. Ma quella di Mank è l’unica – o così ci viene fatto credere – reale. Alla fine dell’opera, quindi, il regista vuole offrici un ritratto pulito. Uno sceneggiatore ha riportato la vita di altri in una storia, ha vinto un Oscar e ha voluto comunicare al mondo che il merito era solo suo. Orson Welles ha risposto “Mank, you will kiss my heart (ass)” e poi Mankiewicz non ha più scritto nulla, fino alla morte, undici anni dopo, a soli 55 anni.

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Ecco, forse questa è solo un’impressione di vita, ma Fincher ce la fa assaporare come miele, in un film ricco di nomi e dettagli storici che però si imprimono nella nostra mente senza fatica. Sullo sfondo non può che mancare una preziosa e trainante sceneggiatura, firmata dal padre, Jack Fincher, dove ciascun personaggio prende il posto giusto in un viaggio psicologico e per niente retorico. Qui il citazionismo registico a Welles si modernizza e attualizza in un ritratto eterno sul potere mediatico e i suoi ingranaggi nascosti, davanti alla cura estetica e alla bellezza eterea del sogno hollywoodiano.

[aggiornato il 7/04/2021]


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Francesca Brioschi

Classe 1996, laureata in Comunicazione e con un Master in Arti del Racconto.
Tra la passione per le serie tv e l'idolatria per Tarantino, mi lascio ispirare dalle storie.
Sogno di poterle scrivere o editare, ma nel frattempo rimango con i piedi a terra, sui miei immancabili tacchi.