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Strawberry Mansion, fantascienza intimista tra sogni e sentimenti

Un film che riflette sul concetto di sogno e la libertà dell'essere umano

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7 minuti di lettura

Albert Birney e Kentucker Audley sono due artisti che lavorano da molti anni nel panorama indipendente e underground del cinema statunitense. Nati a inizio anni ’80, entrambi hanno intrapreso una carriera dinamica e poliedrica, che parte dallo stare dietro ad una cinepresa, passando per la fotografia di corti, la creazione di videogiochi, la scrittura dei propri lavori e arrivando poi a stare davanti alla macchina da presa come attori. I due si incontrano nel 2017 con la produzione del film Sylvio, che scrivono, dirigono e recitano insieme; un film sulla vita di un gorilla diventato famoso grazie ad una trasmissione televisiva e il difficile rapporto con la popolarità.

Sylvio si rivela un successo nell’ambiente indipendente, il The New Yorker lo inserisce nei dieci film più belli del 2017 e questo riscontro convince la coppia a buttarsi su un nuovo progetto, completamente diverso dal precedente, con maggiori finanziatori e con la stessa formula vincente adottata con il predecessore: un lavoro totale a quattro mani che costruisce un film con una grande personalità e una visione atipica. Il nome del film è Strawberry Mansion e, dopo essere stato presentato quest’anno al Sundance Film Festival, il Trieste Science+Fiction Festival lo ha selezionato tra i candidati al premio Asteroide, il più prestigioso del Festival italiano.

Strawberry Mansion film James Peble

La storia di Strawberry Mansion

È il 2035 e i sogni si possono registrare e rivivere tramite VHS, DVD o chiavette di ultima generazione, ma il governo li ha prontamente tassati e quindi per poter sognare bisogna versare un pagamento. James Peble, un controllore del governo che si occupa proprio di tassare i sogni delle persone, si deve recare dalla signora Arabella Isadora perché dal sistema si nota che non ha mai pagato i suoi sogni e quindi deve andare a visionarli per stimare i costi arretrati.

La casa della signora è una villa di color fragola in mezzo alla verde foresta incontaminata, Bella è gentilissima e lo accoglie come un figlio, gli prepara una stanza della casa, cucina per lui e lo lascia lavorare in pace. Mentre però analizza e controlla i sogni della signora, James si accorge che qualcosa non funziona: nella realtà vede insetti che lo intimano ad andarsene perché qualcuno vuole ucciderlo, nei sogni che fa la notte comincia a perdere il controllo degli avvenimenti e nei sogni della signora inizia a ritrovare elementi costanti dei suoi sogni.

Si confronta con Belle, che gli confida un segreto che nessuno conosce: lei e suo marito hanno costruito un casco in grado di vivere i sogni senza le pubblicità inserite dal governo, capaci di influenzare inconsciamente il comportamento delle persone. La mattina dopo però Bella muore di vecchiaia e lascia James da solo con un segreto scottante e migliaia di cassette ancora da visionare. La sua permanenza si complica quando arriva il figlio della signora avuto con il primo marito, che fa parte di una delle grandi aziende colpevoli di pilotare i sogni delle persone e vuole quindi far sparire l’ospite indesiderato.

James però riesce a entrare nel sogno che gli ha lasciato la signora, così da un lato dovrà affrontare un viaggio onirico nel sogno di Bella, dove imparerà a conoscerla da giovane e dovrà cercarla attraversando oceani e deserti, mentre dall’altro la realtà diventerà sempre più cattiva e confondibile con il sogno.

Un bellissimo viaggio tra sogno e realtà

Ciò che Strawberry Mansion riesce perfettamente a fare è abbassare l’epopea ed epicità del genere fantascientifico e portarlo in un microcosmo intimo, senza astronavi e viaggi interstellari, senza porsi le più grandi domande esistenziali, ma semplicemente inserire uno strumento in grado di far entrare le persone nei sogni degli altri (stesso principio di Inception di Nolan) per raccontare una storia onirica, fuori dagli schemi della realtà fisica, un’avventura alla ricerca dell’amore e della verità.

Tutto questo Strawberry Mansion lo fa con una messa in scena atipica e curiosa, Birney e Audley prima girano in digitale per poi convertire il materiale in pellicola 16mm, così da restituire un’immagine patinata e sporca, con un gioco di colori sempre in contrasto tra di loro così da avere una fotografia a tratti bizzarra e fumettistica. Il film instaura domande e riflessioni su due piani distinti, il primo molto più sociale e morale, cioè la sempre più profonda perdita della libertà e del libero arbitrio. Il mondo costruito nel film è un ambiente dove anche i sogni, uno degli aspetti più personali e segreti dell’uomo, perdono totalmente il loro scopo per essere un ulteriore strumento di controllo da parte del governo sui suoi cittadini, una distopia che però porta alla luce concetti sfortunatamente sempre più reali e vicini.

Sul piano filosofico invece riflette sul concetto di sogno, sulla sua natura ineffabile, effimera e malinconica. James Peble, che per lavoro si intrufola senza consenso nell’inconscio delle persone, non fa altro che guardare dentro sé stesso da un altro punto di vista e la perfetta sceneggiatura del duo statunitense permette al protagonista di fare un percorso folle all’interno della propria anima tramite quella di qualcun altro. Strawberry Mansion è un vero gioiello del cinema indipendente, con una storia fuori da ogni schema, quasi incomprensibile e senza un senso logico, ma con il preciso intento di trascendere i confini del film e arrivare a tutti.

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Federico Metri

Il cinema e la letteratura sono gli unici fili su cui riesco a stare in equilibrio. I film di Malick, Wong Kar Wai, Jia Zhangke e Tarkovskij mi hanno lasciato dentro qualcosa che difficilmente riesco ad esprimere, Lost è la serie che mi ha cambiato la vita, il cinema orientale mi ha aperto gli occhi e mostrato l’esistenza di altre prospettive con cui interpretare la realtà. David Foster Wallace, Eco, Zafón, Cortázar e Dostoevskij mi hanno fatto capire come la scrittura sia il perfetto strumento per raccontare e trasmettere ciò che si ha dentro.

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