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Sundown: Michel Franco dirige Tim Roth e la sua battaglia personale| Venezia 78

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Michel Franco è uno dei volti in concorso per l’ambito Leone D’Oro di Venezia 78. Sul grande schermo porta Sundown, una storia di famiglia, amore e violenza sullo sfondo dell’Acapulco ben conosciuta dal regista messicano, che ha scritto la sceneggiatura in poche settimane. Un percorso totalmente opposto rispetto alla lunga genesi di Nuevo Orden (2020) pellicola che ha coronato la 77esima Mostra D’Arte Cinematografica, portandosi a casa il Leone D’Argento. Ma per la sua ultima opera, Franco ritorna tra le braccia di un amico di vecchia data, Tim Roth, già protagonista di Chronic (2015), premiato al Festival di Cannes per la migliore sceneggiatura.

E, osservando la cura certosina con cui il regista di Città del Messico studia i dettagli narrativi ed estetici dei suoi film, si evince perché sia una presenza gradita ai festival cinematografici. Anche questa volta, il suo lavoro scandaglia la psicologia di un personaggio incorniciato da complesse dinamiche familiari. Perché Franco eccelle nell’esplorare i suoi protagonisti sotto la morsa della pressione domestica e sociale, con un sottotesto che non manca di appellarsi criticamente alla politica. In questo caso, poi, Sundown, incorpora una dimensione ancora più intima per il cineasta, conscio della violenza e della criminalità che dimora nel suo Messico, ma profondamente legato al Paese che ha cullato la sua infanzia, tra glorie e contraddizioni.

Una parabola familiare

Un quadretto familiare contorna i protagonisti di Sundown, ricchi britannici in vacanza ad Acapulco in un sontuoso hotel. Tra birre e Margarita, la famiglia si gode le soleggiate giornate in piscina, finché un drammatico evento irrompe nell’idilliaca quotidianità. Alice (Charlotte Gainsbourg) deve tornare immediatamente in Inghilterra, ma c’è qualcosa che trattiene Neil (Tim Roth) in Messico, con un’allontanamento cosciente dal tumultuoso disordine domestico. Da qui Franco si concentra sul suo indecifrabile protagonista, sulla sua battaglia individuale in un nuovo ambiente, diverso dal privilegio in cui ha sempre vissuto. Sulla spiaggia di Acapulco, in una stanza diroccata all’ultimo piano di un albergo, Neil scopre l’altro lato del Messico, dove dimorano silenti la violenza e la povertà.

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Ancora una volta Roth afferma la sua rodata presenza attoriale, vestendosi di una pacata indifferenza intrisa di ironia, lontana dalle crepe che sgretolano il delicato equilibrio familiare. Franco però ci conduce alla scoperta di un personaggio che sembra attraversare con disincanto gli eventi che lo intaccano, in un percorso in realtà molto complesso e sfaccettato, ma forse volutamente lasciato sulla superficie di un terremoto emozionale che rimane sommerso. Neil è l’intrigante pedina di un’analisi più profonda di Franco che, ancora una volta, rimarca i suoi canoni tematici, studiando le architetture familiari, i contrasti sociali e la disuguaglianza economica.

Sundown: le tematiche sommerse

Quella che può inizialmente apparire come una storia semplice, evolve gradualmente verso la sua autodistruzione, ma senza eclatanti colpi di scena, bensì sostando per tutta la sua durata in un limbo in cui tutto può succedere. Franco disorienta costantemente il suo spettatore, lasciandogli intendere il non detto per poi destabilizzarlo in momenti inaspettati. La sceneggiatura è quindi un elemento di forza della pellicola, che gioca molto sull’evocazione, avvalendosi di immagini metaforiche che possono non essere così immediate per il pubblico. Tra di queste appare in maniera ripetuta l’inquadratura di un cielo terso accecato dal sole, che il regista descrive come il filo conduttore della storia.

“Il sole è vita e morte al tempo stesso” dichiara Franco in un’intervista e per questo sceglie il tramonto, in precario equilibrio tra il giorno e la notte, come titolo del suo film. Una contraddizione, così come il luogo che Sundown racconta insieme ai suoi protagonisti. Quel Messico in cui la violenza diventa un compromesso da accettare inevitabilmente, un muro contro il quale si sbatte la testa finché il dolore diventa una componente accettabile della propria esistenza. Ne deriva una considerazione amara, accompagnata da una regia sospesa e attenta a valorizzare le attese. Perché anche gli ambienti hanno bisogno del loro spazio per potersi svelare narrativamente.


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Francesca Brioschi

Classe 1996, laureata in Comunicazione e con un Master in Arti del Racconto.
Tra la passione per le serie tv e l'idolatria per Tarantino, mi lascio ispirare dalle storie.
Sogno di poterle scrivere o editare, ma nel frattempo rimango con i piedi a terra, sui miei immancabili tacchi.

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