«Un divano a Tunisi», una brillante commedia tra emancipazione e psicanalisi

Approda nelle sale italiane la nuova commedia di Manele Labidi Labbé, premiata alle Giornate degli Autori di Venezia 2019. Il suo titolo, Un divano a Tunisi, tratteggia in maniera coincisa e simbolica la trama del film: una psicologa parigina vuole aprire uno studio di psicanalisi a Tunisi. Il divano delle sedute diventa quindi il crocevia di una serie di bizzarri personaggi.

Il ruolo di protagonista è affidato alla bellissima Golshifteh Farahani. È la prima attrice iraniana ad apparire su uno schermo hollywoodiano nel 2008, con il film Nessuna Verità di Ridley Scott. La sua presenza senza velo in una pellicola hollywoodiana le è costata l’esilio dal suo Paese. Motivo per cui oggi Golshfiteh vive in Spagna, dove porta avanti la sua passione per il cinema. Il film è quindi l’occasione per raccontare con spiccata e consapevole ironia un messaggio di emancipazione femminile.

La scelta di Selma

Selma Derwich è una psicologa franco-tunisina trentacinquenne, cresciuta a Parigi dove ha abbracciato la libera mentalità europea. Così porta ricci capelli scarmigliati, camicette larghe che mostrano i suoi tatuaggi ed è accompagnata dall’immancabile sigaretta. La sua storia è incanalata nel mistero. Non conosciamo i suoi genitori o aspetti passati della sua vita parigina. Sappiamo solo che Selma è tornata a Tunisi per poter veramente aiutare le persone. Dove a Parigi, chiusa in uno studio tra molti aspiranti psicologi come lei, sentiva di non riuscire a dare un contributo consistente.

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Tunisi, però, anche se testimone della recente Primavera Araba e della fuga del Presidente Ben Ali, non sembra ancora disposta ad accettarla. Ma anche Selma, nonostante molto volenterosa, sembra parzialmente sprovveduta e disorientata. Tanto che, dopo aver aperto il suo studio sul tetto della palazzina degli zii e aver accolto una folla curiosa di clienti, scopre di non avere la licenza per esercitare. Così davanti a lei si spiana un’odissea tra la caricaturale burocrazia tunisina per ottenere un documento che «se Allah vorrà» potrà avere. Questo è l’incipit di Un divano a Tunisi.

La cornice dei personaggi (parte 1)

La storia ha quindi una linea narrativa principale in cui si inseriscono personaggi dai risvolti indubbiamente comici. La critica ha parlato di un’eccessiva marchettatura dei soggetti rappresentati, che tende a disperdere il significato principe della narrazione. Ma capiamo meglio perché. Conosciamo i pazienti, personaggi interessanti e variegati.

una comicità incalzante, che strappa spesso una risata

Tra di loro c’è un’eccentrica parrucchiera che vuole sfruttare le sue clienti nevrotiche come pedine per far soldi con la psicanalisi. Tuttavia diventa lei stessa paziente, scoprendo un difficile rapporto con la madre. C’è poi un fornaio, che sogna di baciare i dittatori arabi e scopre di essere omossessuale. Un veterano di guerra con la paura di essere intercettato e un imam depresso perché non incarna il modello stereotipato dell’uomo della moschea.

Tutti questi rappresentano la superficie, votata a una descrizione colorita e ironica di una Tunisi così come appare a un occhio esterno. Al quadro si uniscono anche il meccanico che dà a Selma un furgoncino così da poter mettere le buste della spesa e la dipendente comunale che vende sottobanco intimo in pizzo e scialli di seta. Un espediente per arrotondare vuote giornate in cui si rimpinza in ufficio mentre attende una lenta risposta per l’approvazione della licenza di Selma.

La cornice dei personaggi (parte 2)

Un divano a Tunisi indaga però anche la complessità culturale e sociologica interna, che offre uno spunto riflessivo dietro la comicità. Così ai personaggi di superficie si aggiungono quelli più profondi, che rappresentano la cerchia più vicina a Selma. A partire dallo zio, che ha militato nella Rivoluzione, dove ha iniziato a bere per combattere la paura. Questo però è diventato un vizio, che non gli permette più neanche di guardare sua moglie senza un goccio in corpo.

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Quest’ultima vuole il futuro migliore per sua figlia, come brava donna araba, ma al tempo stesso soffre delle limitazioni sessiste che le impone la sua religione e vorrebbe essere più libera. Chi invece aspira alla totale emancipazione europea è la nipote di Selma, un’adolescente che non vede più futuro nel suo Paese e vuole scappare a Parigi o a Londra per mostrare a tutti i suoi capelli colorati.

Infine c’è il poliziotto che bracca Selma per la licenza, ma in realtà è affascinato dalla psicologa, anche se la loro storia d’amore viene lasciata all’immaginazione dello spettatore. Come tutti sogna in grande, lucidando stivali da cowboy mentre si immagina come un poliziotto americano, quando in realtà si adopera con ingegnosi alcool test e futili dispute locali.

«Un divano a Tunisi», una nuova consapevolezza sull’altro

La regista mostra nel suo primo lungometraggio la capacità di giocare tra l’ironia e il sottotesto riflessivo. Con una comicità incalzante, che strappa spesso una risata, la visione è piacevole e all’apparenza disinteressata, ma alla fine lascia il sapore di una nuova consapevolezza sull’altro. Nonostante la cerchia di personaggi adombri il velato scenario politico, vengono lanciati allo spettatore molteplici riferimenti culturali, che arricchiscono la narrazione.

Sicuramente è un film che può conquistare tutti e andrebbe visto per abbracciare un’idea dell’altrove spesso foderata di drammaticità che ostacola l’interessamento generalista. In questo caso traspaiono alcuni espedienti narrativi tirati verso una comicità che sfora la caricatura, ma nel complesso non disturbano e creano un avvicinamento tra culture dove il messaggio di emancipazione emerge in maniera forte e ci rende più consapevoli di quanto eravamo prima.


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