«Vertigo», il capolavoro di Hitchcock torna al cinema

Attuale, moderno; il maestro dell’orrore sembra non essere mai scomparso. Anzi, ancor più della protagonista del suo Vertigo, Hitchcock sembra vivere due vite. Tra rassegne, monografie e libri, uno dei quali recentemente discusso proprio tra le pagine di npcmagazine.it, Hitchcock dimostra infatti di essere ancora l’accentratore di attenzioni che è sempre stato.

Non sorprendere dunque il trasporto con cui è stato accolto l’annuncio che Vertigo (La donna che visse due volte nella versione italiana) sarebbe stato il nuovo film distribuito dalla Cineteca di Bologna. Il capolavoro tornerà dal 18 novembre nelle sale italiane in una versione totalmente restaurata. Un’occasione unica per ogni appassionato del grande schermo.

L’anteprima è però tutta bolognese, dove presso il Cinema Lumiere sarà possibile riscoprire la coppia Novak-Stewart da Lunedì 11 novembre.

Vertigo

«Vertigo», una splendida vertigine

Non c’è tema hitchcockiano che Vertigo non esalti, sviluppi e infine porti a compimento. Dal debordante rapporto tra finzione e realtà al senso disturbante del desiderio. La storia è quella di Scottie Ferguson (James Stewart) agente di polizia dimissionario dopo un grave incidente durante il quale un suo collega perde la vita. Viene però assoldato dall’amico Galvin Elster (Tom Helmore), che lo incarica di vigilare sulla moglie Madeleine (Kim Novak). Questi starebbe infatti comportandosi in modo molto bizzarro, a tal punto da lasciar credere al marito di essere la reincarnazione di una bisnonna morta suicida. Da qui un labirinto di svelamenti che abbandonano Ferguson (“Scottie” per gli amici) e lo spettatore a un ripetersi di vertigini. Il tema del doppio è qui probabilmente il vero protagonista, ma è nel suo mischiarsi con l’erotismo («quest’uomo vuole andare a letto con una morta» riassunse Hitchcock), il sogno e l’allucinazione che Vertigo trasforma l’impasto di temi in codici estetici. Perché Vertigo è prima di tutto un film di cui fare esperienza, lasciandosi travolgere con le immagini assurdamente fotografate da Robert Burks in un technicolor che invece di render ogni cosa chiara, secondo regola imperante dell’immagine anni ’50, acceca e confonde.

Con molti altri capolavori del cinema Vertigo condivide una prima sfortuna di critica e pubblico. Gli incassi al botteghino, sufficienti per ripagare a mala pena le spese, ci farebbero parlare oggi di un vero e proprio flop. Quando nel 1958 fu proiettato nelle sale americane molte furono infatti le rimostranze della critica, la quale sottolineò l’esagerata lunghezza della pellicola e l’ingiustificabile meccanismo narrativo. «Impantanamento» fu il termine utilizzato dal Los Angeles Times, arrivando addirittura a sostenere l’inutilità di quel minutaggio (128 minuti) per ciò che è «solo un mistero di omicidio psicologico» .

La cecità di tali commenti sono però interessanti quanto la rivalutazione subita dal film negli ultimi anni. Quest’ultima non deve però nulla alla divulgazione di Hitchcock della sua opera. Il regista anzi acquistò i diritti della pellicola nel 1973, ordinando immediatamente che ogni copia venisse distrutta. Fu con il passaggio dei diritti alla Universal, avvenuto nel 1983, che il film tornò in sala, e poi in Home Video. Ricordando a tutto il mondo, forse divenuto pronto al capolavoro inizialmente incompreso, di cosa fosse stato capace Hitchcock.

«Vertigo», il capolavoro dei capolavori

Il regista italiano Gianni Amelio, citato per l’occasione dalla Cineteca di Bologna, l’ha definito «il capolavoro dei capolavori hitchcockiani» . Mentre il British Film Institute ha deciso nel 2012 che fosse il capolavoro dei capolavori, togliendo scettro e scranno a Quarto Potere, per promuovere Vertigo a miglior film della storia del cinema. A seconda delle classifiche e dei superlativi il discorso però non cambia: Vertigo rimane un capolavoro. E in un periodo storico in cui tale termine viene usato senza troppe titubanze risulta difficile esprimere quanto adeguato sia invece accostarlo a Vertigo.

La possibilità di rivederlo al cinema, o magari riscoprirlo per la prima volta, renderà certamente più chiaro il perché sia tutt’ora uno dei film (e delle opere d’arte) più studiati di sempre.

Alessandro Cavaggioni