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Villanelle in Killing Eve: cosa succede se una femminista riscrive la femme fatale?

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19 minuti di lettura

Killing Eve è un’altra delle creature fuoriuscite dalla mente brillante di Phoebe Waller-Bridge, che si è più volte distinta per il suo approccio originale e innovativo alla sceneggiatura (Crashing, Fleabag). L’attrice e sceneggiatrice non ha paura di filtrare l’oggetto del suo racconto impiegando una lente critica, anticonvenzionale, femminista, esuberante. Sembra divertirsi a ribaltare gli stereotipi e mettere in discussione i canoni sociali standardizzati e lo fa con un’ironia graffiante, che (lo confermano i suoi successi) rispecchia i gusti contemporanei, soprattutto tra i giovani.

Con Killing Eve, Waller-Bridge ha rimaneggiato i racconti di Luke Jennings dedicati al personaggio fittizio di Villanelle, che appare come lo stereotipo dell’assassina russa al servizio di una misteriosa agenzia di spionaggio. La penna della Waller-Bridge ha dato alla storia una nuova linfa, aggrappandosi al colpo di genio dell’autore nel plasmare due personaggi principali legati da una dinamica interessante.

villanelle cerca di uccidere eve

Ne esce una serie tv spy thriller rivestita di irriverente comicità. Trasmessa inizialmente da BBC America, è arrivata in Italia grazie alla piattaforma TimVision, che porta nel nostro Paese anche la quarta stagione appena uscita. Sfruttiamo quindi l’occasione per parlare della vera protagonista di Killing Eve: la villain più alla moda del piccolo schermo, Villanelle (Jodie Comer), una femme fatale sui generis che gioca con le etichette convenzionalmente applicate al suo tropo. Attenzione agli spoiler!

La femme fatale: dalla Bibbia a Villanelle

Che cos’è un tropo (o trope, all’inglese)? Nel cinema, come nella letteratura, con questo termine ci si riferisce a una situazione, a un espediente narrativo, a un personaggio, a un oggetto, a qualsiasi elemento dotato di un set di caratteristiche ricorrenti, al punto da essere quasi un cliché. È un tropo quello della manic pixie dream girl, ma lo è anche quello più semplice del principe che salva la principessa in pericolo. I tropi, in sé, non sono né buoni né cattivi, anzi, sono utili ed è divertente giocare con essi quando si racconta una storia.

Killing Eve attinge a piene mani dal tropo della femme fatale, che ha una lunga vita alle spalle. Quando pensiamo alla femme fatale (o dark lady) ci vengono in mente i vecchi film noir degli anni ’40 e ’50, ma questa figura così squisitamente femminile non è vincolata a un genere specifico. La prima femme fatale è la biblica Eva, la tentatrice per eccellenza. Infatti, la prerogativa della dark lady è la sua capacità seduttiva, che usa per ingannare l’altro sesso (di solito, un cinico detective) e condurlo sulla cattiva strada. La femme fatale è attraente, astuta, manipolatrice: rappresenta un enigma da risolvere, sia per l’eroe maschile, sia per lo spettatore che si immedesima in lui.

La femme fatale è il simbolo dell’emancipazione della donna?

Per capire la rivoluzione compiuta da Phoebe Waller-Bridge con Villanelle, è necessario dire due parole su cosa significhi la femme fatale rispetto alla rappresentazione della donna. Si intuisce subito che la femme fatale non è una damigella in pericolo che ha bisogno di un’eroe, né un angelo del focolare dedito alle faccende domestiche, ma un soggetto attivo e sadico, che fa di tutto per portare a termine il piano che ha in mente.

In una società patriarcale che la vuole moglie e madre sottomessa, la femme fatale sembra rigettare gli stereotipi di genere, macchiandosi di un doppio crimine: da un lato viola la legge, dall’altro esce dai confini delle convenzioni sociali a lei imposte perché donna. Questo è un bel passo avanti nella rappresentazione femminile. Tuttavia, proprio perché lontana dalla passività e dal masochismo che sono culturalmente associati alla donna, la femme fatale è vista come deviante e automaticamente codificata come mostruosa perché minaccia un ordine prestabilito. Lei è un problema e necessita di essere “contenuta”. Come? Spesso, con la morte, tramite la quale può espiare i suoi peccati.

killing eve rita hayworth gilda
Rita Hayworth nei panni della famosissima femme fatale Gilda, nell’omonimo film del 1946 diretto da Charles Vidor

Prendiamo il caso di Attrazione fatale (Adrian Lyne, 1987), in cui l’ossessiva femme fatale Alex (Glenn Close) viene uccisa dalla sua controparte femminile, la moglie dell’uomo di cui è l’amante. Quale miglior punizione che essere uccisa dalla brava moglie e madre che difende l’equilibrio domestico? In alternativa, la femme fatale può ripiegare su un cambio di rotta decisivo: deve abbandonare la via della perdizione e tornare a ricoprire un ruolo passivo. È il caso di Catherine (Sharon Stone) in Basic Instinct (Paul Verhoeven, 1992) che, nella scena finale del film sceglie di non uccidere la controparte maschile perché si è realmente innamorata di lui. Insomma, la femme fatale, in qualche modo, è costretta a riallinearsi alla norma imposta dal sistema.

Inoltre, la femme fatale fa continuamente leva sulla sua sessualità esplicita, che le dà un potere assoluto sugli uomini, ma la rende un prodotto ipersessualizzato dello sguardo maschile, derivante dalla paura dell’uomo nei confronti della sessualità femminile. Attraverso la figura attraente e pericolosa della femme fatale, sia l’eroe sia lo spettatore di sesso maschile appagano il loro bisogno di piacere visuale e contemporaneamente vivono un’esperienza catartica, liberandosi dei propri traumi nel momento in cui il mostro deviante che la femme fatale incarna viene eliminato. Ecco perché, nonostante alcune riletture in chiave ottimista e le debite eccezioni, la maggioranza delle femmes fatale è considerata da molti tutt’altro che un simbolo dell’emancipazione della donna.

E allora Villanelle?

La Villanelle interpretata da Jodie Comer in Killing Eve presenta evidenti somiglianze con il tropo della femme fatale. Si tratta di una donna giovane, attraente, che per questo esercita un certo potere sugli altri. È sveglia e molto intelligente: ottiene sempre ciò che vuole. Senza dubbio rispecchia l’idea di una figura ambigua, poiché mente spesso e la sua identità è avvolta dal mistero, tanto da intrigare noi spettatori e la sua controparte narrativa, l’agente dell’MI5 Eve Polastri (Sandra Oh).

Tra le due donne si instaura un rapporto morboso, proibito, ossessivo, che le spinge ad avvicinarsi e respingersi continuamente, col costante pericolo che una catturi o uccida l’altra. Questa fascinazione reciproca che le due sentono e la tensione sessuale che le lega diventano il fulcro della narrazione, ben più degli omicidi compiuti da Villanelle e delle indagini portate avanti da Eve.

villanelle e eve vicine

È curioso che il classico rapporto detective-femme fatale sia declinato interamente al femminile, facendo in modo che venga meno quel parassitismo che denota il comportamento della dark lady: Eve pensa Villanelle tanto quanto Villanelle pensa a Eve. Da qui, iniziamo a vedere come la sceneggiatura di Phoebe Waller-Bridge giochi con i tropi narrativi e si diverta a fornire una versione alternativa a quella dettata da logiche preimpostate.

Non è casuale, ad esempio, che lo spettatore veda sempre Villanelle attraverso gli occhi di Eve (che adotta, per sua natura, un punto di vista femminile). Secondo Laura Mulvey, normalmente lo spettatore si identifica con il protagonista di sesso maschile, percependolo come suo surrogato sullo schermo, così i soggetti femminili risultano oggettivati. Killing Eve, invece, ribalta questa percezione, tanto più che Eve e Villanelle si osservano reciprocamente, mettendo in moto un gioco di sguardi che non riduce nessuna delle due a oggetto del voyeurismo dell’altra.

Villanelle come parodizzazione della femme fatale classica

Nell’episodio Un mostro bellissimo, un membro dell’organizzazione per la quale Villanelle lavora la definisce un “agente del caos”. Si fatica a trovare una definizione più appropriata per il personaggio: Villanelle opera in maniera creativa, disordinata, divertendosi a mettere in crisi il sistema. A differenza della femme fatale, lei non ha un piano in mente né un obiettivo finale da raggiungere. Villanelle non necessita degli uomini in alcun modo e li ammazza soltanto perché prova gioia ed eccitamento nel farlo. È una bambina che gioca con un balocco.

Tra gli stereotipi legati al tropo della femme fatale, spicca quello che vuole che la donna uccida la sua vittima, abitualmente di sesso maschile, durante o subito dopo aver avuto un rapporto sessuale con lui. Non solo Villanelle uccide indistintamente sia uomini sia donne, ma non fa neanche sesso con la vittima prima di toglierle la vita. Anzi, non prova neppure a sedurla come dovrebbe fare una femme fatale.

villanelle vestita per uscire

In Ho un debole per i bagni, Killing Eve mette in scena un’arguta ed esplicita parodia del modus operandi della femme fatale. Villanelle sta per far fuori la sua prossima vittima, l’uomo è terrorizzato e le chiede se sia lì per ucciderlo. “Sì, ma prima ti userò per fare sesso”, risponde lei un secondo prima di scoppiare a ridere e aggiungere “Era una battuta!”.

Villanelle è la femme fatale castratrice che incarna gli incubi maschili

Phoebe Waller-Bridge sceglie l’ironia in contesti in cui la donna si discosta dalle convenzioni di genere: così riscrive l’interconnessione tra quello che è donna e quello che è considerato mostruoso, un aspetto indagato dalla studiosa Barbara Creed (autrice di The Monstrous-Feminine: Film, Feminism, Psychoanalysis, 2015). Tra le donne-mostro, Creed annovera il tropo della femme castratrice, personificazione della freudiana paura maschile della castrazione.

Villanelle è proprio una castratrice, poiché evira le sue vittime e colleziona i loro peni (“I migliori li ho messi in un barattolo, i più brutti, invece, non vuoi saperlo!”, detto da lei stessa nell’ottavo episodio della terza stagione). Evoca così l’immagine della vagina dentata, simbolo dei timori e delle fantasie sessuali degli uomini sui genitali femminili, desiderati ma percepiti come spaventoso buco nero che vuole inghiottirli.

Non ha bisogno di simboli fallici per essere un personaggio attivo…

In genere, la donna che si trova a ricoprire un ruolo tradizionalmente maschile (in questo caso, l’assassino) viene equipaggiata con significanti maschili: le killer hanno pistole, coltelli e altri simboli fallici, gli unici che permettono loro di abbandonare la condizione di passività femminile. Lo stesso può avvenire tramite il linguaggio (l’uso di espressioni quali “succhiami l’uccello”) o tramite il fisico (muscoli pronunciati): l’obiettivo è assegnare alla donna un pene figurato. In Basic Instinct, l’arma impiegata dalla femme fatale è un rompighiaccio, un altro strumento dalla forma fallica.

Villanelle non ha bisogno di rifarsi ad un’iconografia maschile per svolgere un ruolo attivo nella narrazione: non solo pugnala e spara, ma strangola, morde, avvelena, trovando modi creativi per svolgere i suoi incarichi.

… ma di un look da urlo

Rossetto, sigaretta in bocca, outfit provocante. La femme fatale è legata a una serie di elementi che simboleggiano il suo potere seduttivo e mortale, un’iconografia che è stata spesso usata dai brand per vendere prodotti (soprattutto cosmetici) alle clienti. L’aspetto esteriore è un elemento chiave per lei: trucco e costumi la aiutano a sedurre e ad uccidere, aggiungendo un tocco glamour alla sua estetica.

Villanelle ha una vera passione per la moda, non ama truccarsi in maniera pesante ma adora gli abiti costosi e si esprime attraverso un guardaroba colorato e stravagante. Non solo abbraccia questo suo lato femminile, ma si fa rappresentante di un’estetica queer, giocando con outfit androgini, sfidando la logica eteropatriarcale nel vestiario oltre che nella vita sessuale.

villanelle vestita di rosa

Tuttavia, Villanelle rifiuta la spettacolarizzazione del corpo femminile asservito al piacere maschile anche nei travestimenti che sceglie per gli omicidi. Vive l’atto di uccidere come un gioco di ruolo, nel quale può prendere in giro gli stereotipi associati alla femme fatale: invece di vestirsi in maniera provocante per sedurre la sua vittima, cambia accenti e lingue per ingannarla o finge una voce femminile sottomessa per apparire vulnerabile, cosicché l’eroico uomo si precipiti ad aiutarla per poi essere assassinato.

Quando Villanelle si traveste da lavoratrici umili (cameriere, infermiere…) per passare inosservata sfruttando le discriminazioni di genere e di classe, Killing Eve fa una critica indiretta alla società e agli stereotipi che gli uomini hanno nei confronti dell’altro sesso.

Il ribaltamento degli stereotipi e la rivincita della femme fatale

In definitiva, Villanelle rappresenta un ribaltamento voluto ed esplicito degli stereotipi legati al tropo in cui rientra. Risulta una femme fatale sui generis: non seduce le vittime, non cura la sua estetica per il piacere dello sguardo maschile, rifiuta di occupare un ruolo attivo (l’omicida violento) adottando simboli fallici. Villanelle rivendica con forza il suo essere donna, prendendo in giro gli stereotipi sulle femmes fatales e traendo vantaggio dalle aspettative degli uomini nei confronti delle donne. È ironica, uccide soltanto perché si diverte e rifiuta qualsiasi forma di contenimento, diventando un mostro celebrato invece che malvisto per le sue trasgressioni.

Con questo personaggio, Phoebe Waller-Bridge continua ad innovare il panorama contemporaneo, mostrando agli spettatori donne complesse, sfaccettate, autonome e irriverenti. In quest’ottica, l’operazione compiuta su Killing Eve non può che fare bene allo scenario cinematografico odierno.


Di seguito, la bibliografia delle fonti usate per la stesura di questo articolo.

Cassandra Atherton, Paul Hetherington, Alyson Miller, “Agents of Chaos: The Monstrous Feminine in Killing Eve”, Feminist Media Studies, 2021
Helena Bassil-Mozorow, “Twisted TV: How Killing Eve subverts (most) stereotypes”, The New European, 5 ottobre 2018
Emily Brick, Bad girls: The female killer and the monstrous gaze in contemporary Hollywood cinema, University of Manchester (UK), ProQuest Dissertations Publishing, 2005
Roche Coleman, “Was Eve the first femme fatale?”, Verbum et Ecclesia, vol. 42, fasc. 1, 2021
Jacky Collins, Sarah Gilligan, “Fashion-forward killer: Villanelle, costuming and queer style in Killing Eve”, Film, Fashion & Consumption, vol. 10, fasc. 2, 2021
Bethan Draycott, “Maneater: why the ‘femme fatale’ is more destructive than empowering”, The Oxford Blue, 30 marzo 2021
Hannah Giorgis, “Killing Eve and the Riddle of Why Women Kill”, The Atlantic, 28 maggio 2018
Julie Grossman, The femme fatale, s.l., Rutgers University Press, 2020
Christina Grübler, “Basic instinct with a twist: How the femmes fatales of killing eve queer the gendered politics of crime television”, Gender Forum, fasc. 79, 2021
Leah Marilla Thomas, “Why Villanelle In ‘Killing Eve’ Isn’t Your Typical Femme Fatale Stereotype, According To Jodie Comer”, Bustle, 6 aprile 2018
Megan Wilson, “‘I don’t want to be free’: Embracing Queer Monstrosity in Killing Eve”, 29 aprile 2019


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Classe 1998, capitata qui un po' per caso. Sono toscana ma studio al DAMS di Bologna. Ovviamente appassionata di cinema e futura disoccupata. Sono la prova che si può amare Godard indossando t-shirt di Star Wars.

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