Fabrizio Gifuni in una scena di Portobello; interpreta Enzo Tortora, qua durante la trasmissione Portobello, la cui mascotte è un pappagallo verde, qui visibile in primo piano assieme all'attore

Venezia 82 – Portobello, il Bellocchio che ci piace

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I primi due episodi della nuova serie di Marco Bellocchio targata HBO sono stati presentati Fuori Concorso alla 82. Mostra del Cinema di Venezia. Si tratta di Portobello, racconto della vicenda giudiziaria del presentatore televisivo Enzo Tortora che fu ingiustamente accusato di essere un camorrista e subì il peso della gogna mediatica; il protagonista è interpretato da Fabrizio Gifuni, mentre il resto del cast comprende Lino Musella, Romana Maggiora Vergano, Barbara Bobulova e Fausto Russo Alesi.

Bellocchio si muove su un territorio che gli appartiene: proprio come qui al festival tutti pensavano che Frankenstein fosse la storia più adatta per essere raccontata da del Toro, ci si aspettava che Portobello fosse pienamente nelle corde del regista piacentino. Nonostante sia stato possibile vedere soltanto i primi due episodi, è già facile intuire che questa nuova produzione non avrà nulla da invidiare al precedente Esterno notte (2022).

Portobello, una storia vera

Fabrizio Gifuni in una scena di Portobello, serie tv di Marco Bellocchio in cui Gifuni interpreta Enzo Tortora, conduttore televisivo accusato di essere un camorrista ma ingiustamente.

Portobello era il titolo del famosissimo programma televisivo condotto da Enzo Tortora, che attraverso gli anni ’70 e ’80 era riuscito a raggiungere quasi 30 milioni di spettatori: il format prevedeva una serie di compravendite di oggetti e servizi direttamente fra partecipanti e spettatori; mascotte del programma era un pappagallo verde, che nella serie di Bellocchio assume tutta una nuova simbologia di libertà.

Tortora fu arrestato sulla base di due testimonianze di camorristi pentiti: uno di questi, il più loquace con le autorità, era Giovanni Pandico: inviò dei centrini di pizzo a Portobello senza che venissero messi in onda e sviluppò di conseguenza una vendetta personale nei confronti del conduttore, al punto da coinvolgerlo senza alcuna fondatezza in un’enorme operazione antimafia contro la camorra di Raffaele Cutolo condotta dal magistrato Lucio di Pietro nel 1983.

Se queste sono le premesse storiche, è nello sviluppo psicologico dei personaggi che il lavoro di Bellocchio trova il suo respiro più ampio: proprio come per Andreotti e Cossiga in Esterno notte, le nevrosi dei mafiosi coinvolti, dei PM e di Tortora stesso sono l’aspetto più accattivante di Portobello. Non a caso la prima inquadratura scorre lentamente su una serie di teste di manichino addobbate da maschere. La maschera è quindi in chiave psicanalitica, quella che Tortora indossa per il suo programma e che la magistratura stessa dovrà calzare per procedere con queste assurde indagini: Pulcinella sfila fra le celle di Regina Coeli vestito da magistrato.

Enzo Tortora, dalla TV alla gogna

Lino Musella in una scena di Portobello, la nuova serie di Marco Bellocchio presentata a Veneiza 82. La serie racconta la storia della gogna mediatica subita da Enzo Tortora.

Ben oltre le sue solite visioni conturbanti e tematiche ossessive sul sequestro e la privazione di libertà, Marco Bellocchio mette al centro la follia della burocrazia e delle regole marziali, un po’ come fu per In nome del padre (1971) e Marcia trionfale (1975). Il vero focus della serie è tuttavia riconducibile ad una questione ben più complessa: il giustizialismo italiano e le sue due cause scatenanti, la pervasività televisiva e il moralismo cattolico.

Partendo dal ruolo della televisione, Bellocchio non ha perso lucidità nell’analizzare fenomeni sociali complessi: la TV ha costruito l’Italia, questo è risaputo. Si è trattato del più grande strumento di alfabetizzazione di cui questo paese abbia fatto uso: in Portobello viene ricordato questo suo ruolo aggregativo già delle prime sequenze, nelle quali nuclei di persone di qualsiasi estrazione culturale e sociale si riuniscono davanti agli schermi in attesa dell’inizio di Portobello.

Ironico anche inquadrare la stanza di regia della RAI, ovviamente tappezzata di schermi, che ricorda molto esplicitamente la sequenza iniziale de Il caso Mattei (1972), nella quale viene annunciata la morte dell’imprenditore trasmettendo una sua intervista su più schermi contemporaneamente, proprio come qui la parete si illumina della sigla di Portobello. Se inizialmente la televisione è presentata come forza unificatrice del paese, in breve tempo la dinamica finisce per ribaltarsi: la TV diventa strumento del potere per vessare chi non ha voce o per amplificare il qualunquismo da bar che fa alzare gli indici d’ascolto.

Anche lo stesso format di Portobello viene problematizzato: una volta giunto in carcere, Enzo Tortora viene messo in cella con un ex brigatista che lo accusa di svendere i sogni della gente, di illudere il popolo di potersi salvare dalla macchina che i potenti hanno messo in moto tramutandoli in ingranaggi. Il rivoluzionario sostiene anche che la stessa vicenda Tortora abbia connotazioni politiche: la Dc aveva bisogno di un capro espiatorio per pulirsi le mani dei loro contatti con la mafia campana.

In secondo luogo, ma certamente non meno importante, la costante ed insistente presenza della chiesa: a partire dal ruolo di Pandico, che sceglie di diventare collaboratore di giustizia dopo essere sopravvissuto al terremoto dell’Irpinia ed essere precipitato in una profonda crisi di fede. Ma ancora l’utilizzo di chiese come set televisivi, la presenza costante di statue religiose e dipinti biblici disegnano un’Italia ancora profondamente attaccata alle proprie tradizioni religiose, nel quale il moralismo del peccato come presunzione di colpa automatica -siamo tutti peccatori- non fa che soffiare sul fuoco del giustizialismo.

Portobello conferma insomma che Marco Bellocchio ha ancora moltissimo da dire e che sa farlo con originalità e urgenza: se i contenuti sono più che mai attuali, anche la forma non sfigura affianco a moderne serie d’autore, riconfermando il regista de I pugni in tasca (1965) una delle voci fondamentali del nostro cinema contemporaneo.


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Appassionato e studioso di cinema fin dalla tenera età, combatto ogni giorno cercando di fare divulgazione cinematografica scrivendo, postando e parlando di film ad ogni occasione. Andare al cinema è un'esperienza religiosa: non solo perché credere che suoni e colori in rapida successione possano cambiare il mondo è un atto di pura fede, ma anche perché di fronte ai film siamo tutti uguali. Nel buio di una stanza di proiezione siamo solo silhouette che ridono e piangono all'unisono. E credo che questo sia bellissimo.

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