Che cos’è l’amore se non un’intesa consensuale attorno al desiderio? Pillion di Harry Lighton, vincitore del premio per la Miglior sceneggiatura Un Certain Regard a Cannes 2025 e ora presentato Fuori Concorso al 43° Torino Film Festival, racconta di desideri fuori norma, di motori roboanti, tute di cuoio e teste rasate attorno cui sedursi e divertirsi con ardore. Maschi decostruiti che scelgono di desiderarsi in forme inconsuete e oblique, in una commedia sfacciata e tenera, e in questo irresistibilmente politica.
Pillion arriverà nelle sale italiane dal 12 febbraio 2026 distribuito da I Wonder Pictures con il titolo Pillion – Amore senza freni.
Pillion, un incontro ai limiti del desiderio

Colin (il timido Harry Melling) è un impacciato cantante bamboccione in un quartetto di soli uomini, che di lavoro fa le multe in un parcheggio sotterraneo. Una sera, in quella solita locanda in cui la madre gli apparecchia improbabili primi appuntamenti, Colin s’infatua al bancone dell’inarrivabile Ray (lo statuario Alexander Skarsgård), giovane motociclista prestante e imperturbabile. In un misto di insicurezza e incredulità Colin inizia con lui una ferrea e inflessibile relazione di sottomissione sadomaso, accettando senza esitazione di essere servo di un padrone rivestito di pelle sintetica. Colin garantisce obbedienza assoluta a ogni comando di Ray, dai capelli tagliati a zero al leccare in profondità i suoi rigidi stivali di cuoio al posto di una comune fellatio.
Nella sua ironia sfacciata, esplicita ma sempre brillante e arguta (si ride e tanto), il regista Harry Lighton, con Pillion all’opera prima dopo diversi premiati cortometraggi, adatta liberamente il romanzo Box Hill di Adam Mars-Jones rappresentando le variazioni sul tema di un desiderio passionale ancora aperto all’alterità, di sguardi infuocati e ossequiose intese. La pratica BDSM raccontata in Pillion (il titolo traduce il sellino posteriore di una moto) diventa un gioco sagace, in cui costruire e reinventare ruoli, a volte soffrirli e rimpiangerli, ma trovando sempre un modo per metterli (e mettersi) in discussione, scoprendosi e provandosi desideranti consapevoli anche quando un sentimento inizia a emergere tra le catene.

Colin e Ray sembrano infatti apparentemente agli opposti: uno così timido e amorevole, l’altro così gelido e programmatico. Si ritrovano però nelle loro parti, nell’anatomia perversa di un disequilibrio (non dissimile dalla satira sessuale di Babygirl), momenti condivisi e affini da passare insieme senza vergogna, prima limitati, poi via via più frequenti. Ray scrive un messaggio in cui indica sinteticamente luogo, orario, lista della spesa, e allora Colin in silenzio e devozione compare svelto, come un fedelissimo cagnolino che gli prepara la cena, ma a cui, a differenza dell’adorato Rottweiler di Ray, non è nemmeno concesso ancora salire sul divano, dormire insieme a lui nel letto.
Pillion racconta così di sfumate frontiere del desiderio, fuori da ogni norma o convenzione (la retorica di Cinquanta sfumature è per fortuna sepolta altrove), entrando a patti, come in ogni intimità che si rispetti, con le proprie leggi più dure e radicate, i traumi accumulati, le consuetudini (di madri invadenti e solitudini raggelate) mai davvero rinnovate. In quella confidenza corporea dove crollano difese e preconcetti, essere umanamente nudi è la premessa, in uno spazio erotico solo in divenire più sicuro e fidato, perché cresce, cambia con noi, si assesta su compromessi personali in cui non esistono vittime e carnefici, ma chi consegna le chiavi del proprio corpo fragile a qualcun’altro, e con i lividi addosso ne rivendica ancora il controllo.
Pillion, contro il potere mascolino
Pillion procede in questo senso contro quella «mascolinità egemone» teorizzata dalla sociologa australiana Raewyn Connell, che sparge potere e lo sedimenta in gerarchie inscalfibili sotto il filtro della fratellanza1. Il gruppo di motociclisti queer che in mezzo al bosco si diletta in effusioni di ogni tipo e sostanza non ha nulla infatti delle solite schiere maschili unite da umori testosteronici che nei simboli stereotipati virili (classicamente motocicli e militari) devono dimostrare di essere i più forti.
Il branco, il clan, la violenza che si incita e si eccita a vicenda, nel produrre dolore con possesso e abuso. Sono quei corpi crepuscolari del cinema di Simone Bozzelli (il suo corto capolavoro J’ador, ma anche la folgorante opera prima Patagonia), sguardi che si affrontano attorno a tregue e seduzioni violente, torture silenziose che passano soprattutto da intesa e complicità, in cui anche il sesso diventa (e rimane) dispositivo politico.

Così anche Filippo Timi ha fatto di questi concetti il suo intero percorso teatrale, un artista totale, che proprio come i protagonisti di Pillion nelle loro stanze, si mette a nudo sul palcoscenico nella sua più ironica vulnerabilità. Una voce profonda e grave, una fisicità (come Alexander Skarsgård) scolpita e definita, che si scontra con la propria immagine portata in scena, in tutti e simultanei personaggi (la casalinga anni ’50 di Favola, il suo Amleto mammone e perverso) che con istrionico diletto raccontano sempre i suoi più grandi fallimenti interiori.
Pillion con eccezionale senso del cinema e dello sguardo (a cui contribuisce la colonna sonora pop che passa da Chariot di Betty Curtis alla Gymnopédie No.1 di Erik Satie che Ray suona al pianoforte) si occupa insomma di “fare e disfare il genere”2 come direbbe Judith Butler, non solo quindi decostruendo criticamente quel maschio forte, con i suoi statici costrutti performativi, ma accedendo soprattutto a una dimensione creativa, innovativa e mordace ancora in grado in quell’altro di costruire qualcosa di nuovo e positivo. E se non è amore questo…
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