C’è un’eredità che lega tutte le donne, che si trasmette di madre in figlia, da una sorella per scelta all’altra, un senso di ribellione trasfigurato in potere, che per la sua semplice natura soprannaturale qualsiasi uomo definirebbe stregonesco, malefico, malvagio. Que ma volonté soit faite (titolo internazionale Her Will Be Done) di Julia Kowalski, in Concorso al 43° Torino Film Festival dopo essere passato dalla Quinzaine des Cinéastes a Cannes 2025, è un profondo e sospeso ritratto virato all’orrore sul desiderio bruciante di evadere e disobbedire a un mondo che non ci appartiene.
Que ma volonté soit faite ha vinto il Premio per la miglior intepretazione (Maria Wróbel) al 43 TFF.
Que ma volonté soit faite, un villaggio sperduto tra gli uomini

In un piccolo villaggio della Francia, Nawojka (Maria Wróbel con la stessa innocenza sporchevole di Garance Marillier) è una ventenne polacca che, insieme alla famiglia professante, gestisce una fattoria. Un mondo di soli uomini dedito e devoto: fratelli rozzi e volgari che la schiavizzano per gioco, un veterinario che allunga le mani sui buoi e sulle altre donne. Persino il padre (Wojciech Skibiński), con la sua amorevole autorità, sembra volerla proteggere a ogni costo, nasconderla in casa anche contro la sua volontà, per impedire che le accada lo stesso destino tragico della madre, morta diversi anni prima, bruciata viva nel fuoco purificatore del demonio davanti agli occhi sgranati e recettivi di Nawojka quando era appena una bambina.
Quando la giovane emarginata Sandra (Roxane Mesquida) ritorna nel villaggio per mettere in vendita la casa dei suoi genitori dopo anni di assenza, qualcosa si risveglia in Nawojka, non solo il desiderio sessuale di avvicinarla, ma esattamente quella spiritualità ereditata dalla madre (e forse anche da altre donne prima di lei) che in un corpo femminile scalpitante, di crisi nervose e incubi traumatici, vorrebbe scappare, emanciparsi. Il bestiame della famiglia di Nawojka inizia a quel punto a morire misteriosamente, tra mefitiche macchie fungine di consistenza resinosa, appiccicate a terra in mezzo al letame. Il cambiamento tanto bramato da Nawojka muta irreversibilmente dentro il suo corpo.

Que ma volonté soit faite è una storia d’immigrazione sedimentata, che prende spunto dall’infanzia della regista (di famiglia polacca trapiantata in Francia) per reinventarla in un dramma da camera che si svolge all’aperto, nella prigione ai margini del cielo, nei paesaggi viscerali della provincia da cui è impossibile fuggire. Con l’ipnotica colonna sonora doom jazz di Daniel Kowalski, che incrocia trombe malinconiche con suoni elettrici martellanti, Que ma volonté soit faite assume ben presto i connotati di un horror di concetto, controllato e soffocato, in una forma di tensione che sfuma ogni volta un attimo prima di esplodere, prima che il sangue sgorghi e il mostro riveli contorcendosi la sua orrenda forma.
Que ma volonté soit faite non nasconde le sue evidenti (e a tratti limitanti) ispirazioni (il folk horror di The Witch, la materia corporea di Cronenberg che in Julia Ducournau si trasforma in teoria e pratica femminista) e così anche per la regista Julia Kowalski quel contemporaneo «mostruoso femminile», che da definizione si sottrae al controllo dell’uomo e diventa «una smisurata minaccia»1, significa accettare i propri desideri più profondi, anche quando sono inammissibili agli occhi degli altri, persino dei propri padri. Come chiamare allora casa un luogo che è al di fuori del proprio perimetro esistenziale? Quali demoni interni ci trattengono dal riuscirci?
Que ma volonté soit faite, essere posseduti ovvero possedere la libertà
In Que ma volonté soit faite nasce così trasversalmente una riflessione sulla crisi della fede, dell’incagliarsi della mistica nei paradigmi tradizionalmente maschili, fin dal titolo chiarissimo «che la mia volontà sia fatta» che trasla la consuetudinaria iconografia di un dio fattosi uomo in una lotta magica, diabolica, tutta concepita al femminile. La possessione come nell’ultimo Nosferatu di Robert Eggers (o ancora prima il Possession di Żuławski, molto vicino per toni e ideali a Que ma volonté soit faite) conserva allora una dimensione litografica, di una repulsione chimica tra desiderio e rifiuto, tra distacco e simbiosi, di opposti che poi a contatto stampano la nostra rivalsa.
Abbiamo invocato il Diavolo nel primo istante in cui ci siamo sentiti soli, l’abbiamo condotto nel nostro corpo per trovare conforto alla nostra oppressione. In fondo è la Storia, che in Que ma volonté soit faite diventa contemporanea, a insegnare fin dal Medioevo il tragico destino di donne ribelli accusate di essere streghe, di diffondere peste e maledizioni, demonizzate sotto il filtro di un’isterica eresia, con l’unica colpa di essere apparse, di aver desiderato altro, da qualche parte, in qualche modo.

Anche Rosalía nel suo ultimo album LUX rappresenta fin dalla copertina su sfondo celestiale quest’immagine di donna dal tradizionale sguardo ieratico in adorazione con addosso bianchissimi abiti di suora che la stringono in un intimo abbraccio con se stessa. Eppure quegli stessi abiti fungono anche da camicia di forza, di contenzione, perché troppo stretti nel relegarla spiritualmente a una singola identità e funzione, che deve invece esplodere ovunque, verticale, in un’ascensione inversa, diretta verso la Terra, che in una collettività assoluta abbraccia sante e mistiche, da Giovanna d’Arco a Teresa d’Ávila.
In Focu ’ranni Rosalía dice intrecciando spagnolo e siciliano «Non sarò la tua metà / mai di tua proprietà / sarò mia / e della mia libertà». Nawojka in Que ma volonté soit faite, in maniera non dissimile, sente quello stesso desiderio scalpitare dissidente nel suo corpo, si rivolta, si riappropria di un personale percorso verticale di consacrazione spirituale, che passando dal cielo è ritornato grezzo e primordiale all’umano. Ma a differenza di LUX in Que ma volonté soit fait non ci sarà candore in quella preghiera di indipendenza. Dovrà scorrere il sangue sopra il fango e i liquami. «That’s gonna be the energy» canta ancora una volta Rosalía, prima del finale caos orchestrale.
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- Jude Ellison Sady Doyle, Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne, Tlon, 2021, p. 19 ↩︎
