In attesa dell’uscita in sala di Alpha – il nuovo film di Julia Ducournau in Concorso al Festival di Cannes 2025 – recuperiamo Raw – Una cruda verità, folgorante esordio della regista francese presentato alla Semaine de la Critique a Cannes 2016 e ora disponibile in noleggio digitale.
Come accadrà anche per il successivo e controverso Titane (Palma d’Oro a Cannes 2021), in Raw Ducournau costruisce un body horror che è in sé prospettiva di genere, il luogo filmico privilegiato in cui inquadrare le intercapedini fisiche e femminili in cui si insinua e si manifesta il dolore.
Matricole ovvero carne da macello

Justine (Garance Marillier) ha appena iniziato l’università. Ha un’intelligenza accademica sopraffina, ma la facoltà di veterinaria a cui si è iscritta conserva più le sembianze di una setta, in mano non ai professori, ma agli studenti più grandi e disturbati, con i loro camici bianchi, sporchi e tappezzati di scritte, “veterani e venerabili”.
Come in Midsommar di Ari Aster anche in Raw c’è una comunità, un isolamento esterno (spaziale e ideologico), ma qui gli adulti sono del tutto esclusi, lasciati fuori, mentre dentro si compie un racconto di formazione che è innanzitutto intima metamorfosi interiore. L’essere matricole rappresenta così più l’avvicinarsi ad un rito d’iniziazione, un passaggio obbligato per dimostrare di essere all’altezza di qualcosa, per custodire con cura i segreti di quella carne animale (animale chi però?) che stanno iniziando a studiare e dissezionare sui tavoli autoptici per diventare adulti e professionisti migliori.
Prove, vessazioni, umiliazioni, esercizi di fortificazione. In Raw bisogna imparare a sopportare per non essere emarginati dal gruppo. Solo che Justine, a differenza di tutti gli altri compagni (adepti?) onnivori e carnivori, è vegetariana esattamente come i suoi iperprotettivi genitori. A lei sembra l’unica scelta etica possibile per studiare veterinaria: rispettare ogni forma vivente senziente, anche se ovunque gli esseri umani – matricole in particolare – sono trattati peggio degli animali, o meglio in una forma intercambiabile di corpi ugualmente insignificanti da macellare e sedare sotto sguardi complici e bestiali.
Raw, sguardi che consumano il corpo

Nel mondo degradato e sudicio di Raw, Julia Ducournau dà forma a corpi femminili consumati dagli sguardi, che a forza di essere visti come carne desiderano altra carne, desiderano essere ciò che gli altri si aspettano da loro, sentendolo in prima persona, rivendicandone l’appartenenza sensoriale, oltre quello scafandro inerme attraverso cui hanno scoperto la realtà per la prima volta.
È una condizione percettiva assimilabile a quella di Elisabeth in The Substance di Coralie Fargeat (premio per la migliore sceneggiatura al Festival di Cannes 2024), una star di Hollywood in declino – “sparkled” (lett. “che ha brillato”) per storpiarle il cognome ad un passato di gloria ormai del tutto svanito – che allo specchio si vede vecchia e quindi inaccettabile per il mondo dello spettacolo, in una forma corrugata e umana, e quindi anche conseguentemente troppo normale.
Allo stesso modo anche in Raw il corpo di Justine comincia a mutare, senza che lei possa controllarne i segni e i sintomi organici, viscerali. La pelle secca, desquamata e pruriginosa diventa la reazione allergica del corpo alla sua stessa crescita, espulsa da dentro a fuori, come il rigetto di un trapianto, impossibile da accettare. Justine tradisce la sua stessa teorica promessa alimentare: inizia a cibarsi di quel corpo umano simile al suo, se ne nutre con foga proprio perché è umano, fatto di una materia vulnerabile e fallibile più che di una sostanza vivente e pensante.
Raw, il cibo come scelta esistenziale

Per la prima volta Justine assapora – sbalordita, incredula – un dito mozzato grondante sangue, staccato inavvertitamente alla sorella più grande. È il primo passaggio di una consapevolezza sensoriale ormai irreversibile. Ma come ne La vegetariana di Han Kang (Premio Nobel per la letteratura nel 2024) si mangia non per scelta etica, di sostentamento o gusto, ma come inconscia operazione esistenziale. La protagonista Yeong-hye sceglieva lì di rinunciare asceticamente a tutto: alla materialità del proprio corpo pulsatile, al proprio peso di donna neutrale perché di fatto agli occhi esterni (maschili soprattutto) trascurabile. «Uno spettrale, sfiancante sfoggio di resistenza, non più reale di una serie televisiva» lo definiva Han Kang nel romanzo1.
Justine invece, all’opposto realizzativo ma partendo dalla stessa premessa scatenante, è costretta a dare in pasto qualcosa che sente sbagliato e ripugnante a quella carne alterata dall’interno, perché spenta se non addirittura estinta darwinianamente dagli altri attorno. In quale momento allora l’appetito del desiderio diventa insaziabile fame? Fino a che punto è sostenibile un digiuno dal proprio trauma?
In Raw il desiderio fuori norma diventa libertà

Justine desidera fisicamente il suo compagno di stanza omosessuale, forse proprio perché, di nuovo, proibito, inattuabile a livello sostanziale. Lo guarda, sfiora il suo collo, lo scruta mentre gioca a calcio a petto nudo nel cortile, ma poi è costretta dai grandi a consumare un rapporto con un altro sconosciuto in una stanzetta chiusa come in tante forzate prime volte adolescenziali. Lì il sesso diventa un meccanismo automatico, procedurale, una vernice melmosa sul corpo esposto all’altro che in uno scambio non consensuale dai colori primari crea i secondari, prima di degenerare.
Nella società attuale qualsiasi desiderio femminile, soprattutto se diverso dall’ordinario, è inaccettabile e incomprensibile in quanto considerato in ogni caso indecente e immorale, perché non formalmente addomesticato. È la stessa condizione della ricca imprenditrice protagonista di Babygirl di Halina Reijn che ha tutto dalla vita ma nel letto (e fuori da esso) vuole ancora essere dominata. E così Raw racconta proprio di questa sovversione: l’alimentazione fuori norma come atto politico, femminile e femminista, ingiustamente giudicato colpevole fino a prova contraria.
Il destino di Justine è infatti lo stesso di tutte le altre, di sua sorella più grande innanzitutto, per cui quella forma di alimentazione trasformata, sfigurata, quasi aliena diventa la nuova norma sociale. Il cannibalismo di superficie – rivoltante, esplicito, selvaggio – rappresenta così soltanto l’inevitabile conseguenza di questo sistema disumanizzato e terrorizzante: un patto segreto tra iniziati in cui si smette di essere prodotto e merce destinata ad altri, la libertà sopita che finalmente riesce a sbrogliarsi delle sue catene più radicate.
L’orrore di una biologia stravolta

In Raw la macchina da presa panoramica di Ducournau vede tutto, in campi lunghi e lunghissimi, eppure l’orrore – chirurgico, scientifico – è tutto lì, senza che nulla possa essere più lasciato all’immaginazione, tanto più nel pudore conformato. Justine di notte e di giorno si gira e si rigira in preda al panico: quell’orrore è reale, sulla sua bocca sempre più sporca del sangue di altri. Le lenzuola candide che dovrebbero accogliere il sonno diventano invece incubo repulsivo claustrofobico, asfissiante.
Quella che ne La vegetariana era la botanica di una persona ordinaria che nella dieta restrittiva fino all’assoluto nulla si trasformava in vegetale, in Raw è una biologia stravolta che nel mangiar(si) tutti ritorna ad essere animale, istintuale.
Si mangia, si desidera, si esiste. E forse si è finalmente più di un semplice pezzo di carne.
Seguici su Instagram, Facebook e Telegram per sapere sempre cosa guardare!
Non abbiamo grandi editori alle spalle. Gli unici nostri padroni sono i lettori. Sostieni la cultura giovane, libera e indipendente: iscriviti al FR Club!
- Han Kang, La vegetariana, Adelphi, 2016, p. 161 ↩︎
