Bárbara Lennie e Victoria Luengo interpretano Elsa e Patricia in una scena del film Amarga Navidad

Cannes 79 – Amarga Navidad, come i film contengono chi li scrive

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6 minuti di lettura

Scrive Emmanuel Carrère in Un Romanzo Russo: «fino a che punto uno scrittore può dare in pasto al pubblico i suoi cari e sacrificarli per il proprio piacere? Mi chiedo se per me scrivere non voglia dire necessariamente uccidere qualcuno»1. È il principio stesso del genere dell’autofiction, quel moto narrativo ambivalente di cui Carrère è oggi uno dei massimi rappresentanti contemporanei e su cui lavora anche Amarga Navidad, nuova opera di Pedro Almodóvar – che in Francia titola proprio Autofiction -, in Concorso a Cannes 79 e in uscita nelle sale italiane dal 21 maggio 2026 grazie a Warner Bros.

Il regista spagnolo torna con Amarga Navidad a ragionare su se stesso, sulla morte dell’artista e l’ipotetica fine di una carriera, ma soprattutto sui modi e sui meccanismi artistici e privati dietro alla scrittura di un film che intersecano e reinventano, tra rabbie, rancori e paure, il proprio mondo e quello degli altri.

Amarga Navidad, dolori paralleli

Elsa (Bárbara Lennie) è una regista convertita alla pubblicità, ha diretto appena due film di culto e soffre di un’emicrania invalidante che continua a non darle tregua. Ma Elsa, insieme alle amiche Patricia (Victoria Luengo), Natalia (Milena Smit) e il compagno Bonifacio (Patrick Criado), vigile del fuoco che arrotonda lo stipendio facendo lo stripper nei weekend, è un personaggio della finzione, una sceneggiatura ancora in divenire, Amarga Navidad appunto, scritta da un regista del nostro presente, Raúl (Leonardo Sbaraglia), che a sua volta soffre nella stessa maniera – fisica, sentimentale e artistica.

Amarga Navidad interseca queste storie parallele, come le madri che titolavano uno degli ultimi lavori di Almodóvar: malattie comuni (mal di testa, crisi di panico), geografie simmetriche (Madrid e la turbolenta isola di Lanzarote), tempeste e lampi triggeranti, ma soprattutto narrazioni multiple e sceneggiature che devono compiersi insieme, una dietro l’altra, con le didascalie in sovraimpressione ad anticipare e accompagnare le immagini, tra parole digitate – come il titolo stesso impresso all’inizio sullo schermo, che è una sceneggiatura dischiusa da un cursore di testo prima ancora di diventare un film.

Bárbara Lennie e Patrick Criado sono la coppia Elsa e Bonifacio in una scena del film Amarga Navidad

Amarga Navidad, i meccanismi dello scrivere

Almodóvar racconta e si chiede quale sia il limite per contenere se stessi in un’opera di finzione, fino a che punto sia lecita l’autobiografia, nonostante generiche omissioni, variazioni, nomi alterati per la tutela degli interessati. Perché i dolori, i lutti e i fermenti, vicini e lontani, rimangono sempre lì, ben riconoscibili, in quella contaminazione dal reale che si fa necessaria dopo anni di niente, quelli di antichi registi di culto, nel caso di Elsa, passati facendo film per pochi affezionati, o, nel caso di Raúl, inseguendo premi cospicui che non hanno però più alcun significato quando vengono ritirati.

Amarga Navidad funziona in questo senso come il controcampo teorico di Dolor Y Gloria: dove quest’ultimo ragionava su un personale materico, di ricordi dolorosi che riprendevano vita sullo schermo, il primo ne è invece il continuum concettuale e semiologico, nel modo in cui affronta i tanti possibili processi di riscrittura almodovariana – chi ha avuto successo ma fatica a trovare ancora ispirazione, chi teme il rischio ma rifiuta l’immediatezza delle piattaforme, evitando sempre una carriera esibita in sola funzione del proprio passato («non sono ancora morto» urla Raúl).

Una scena del film Amarga Navidad

Così, a un certo punto nel film, in mezzo all’intreccio fittissimo di tanti parallelismi melodrammatici, compare a tutto schermo, in grande, la scritta rossa «FINE», ma il racconto sin lì appare mediocre (agli occhi di Raúl, tra le mani di Elsa): la storia deve allora ricominciare dalla consapevolezza che in quegli errori di continuità e inesattezza narrativa si nascondono in realtà tutte le fragilità personali che si è cercato prima accuratamente di celare.

Amarga Navidad è forse inficiato paradossalmente proprio da questo livello iperteorico, che nella prima parte racconta in astratto di una storia incompleta e minore – di cui avvertiamo tutta la frustrazione a entrare in sintonia -, e che invece esplode straordinariamente nella seconda metà quando si palesa in un metacinema assoluto che riguarda anche la modalità di percezione del film stesso, i suoi meccanismi, l’analisi critica (di chi scrive, di chi guarda) che rivela il perché di quella confusione interna.

Leonardo Sbaraglia è Raùl, un regista in crisi, nel film Amarga Navidad di Pedro Almodóvar

Amarga Navidad è allora un film utile per studiare Almodóvar, il suo metodo intellettivo, la sete insaziabile a raccontare, ancor prima che le storie si accendano di iconiche e sgargianti cromie (anche qui, comunque, presenti e straordinarie). «Quando dura il dolore?» chiede Natalia. «Dipende dalla persona» risponde Elsa. Dipende dal tempo di una buona sceneggiatura, sembra idealmente ribattere Almodóvar, che continua a scrivere ancora e oltre i titoli di coda, il battito sulla tastiera di mani inarrestabili.


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  1. Emmanuel Carrère, Romanzo russo, Adelphi, 2023 ↩︎

Classe 1998, piemontese, passo costantemente dal buio della sala a quello della camera oscura, sognando sempre un mondo in bianco e nero stampato a mano con la grana fine. Sospeso tra l'immaginazione visionaria di Leos Carax e il realismo magico di Alice Rohrwacher, quando non scrivo di cinema (e per il cinema), studio medicina.

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