Bunker è il terzo lungometraggio del regista francese Florian Zeller che, per la prima volta, porta sul grande schermo una sceneggiatura scritta appositamente per il cinema, dopo aver diretto l’adattamento cinematografico delle sue opere teatrali The Father e The Son. Anche se il taglio teatrale rimane in alcuni dialoghi in primo piano di Javier Bardem e Penélope Cruz, coppia nel film e nella vita, che – ha detto Zeller – sono stati «il punto di partenza e di ispirazione per questo progetto».
Bunker sarà distribuito prossimamente nelle sale italiane grazie a Notorious Pictures.
Un’apparente felicità familiare rinchiusa in un bunker
Bunker racconta una storia che sovrappone diversi piani di lettura, condensando in circa due ore l’evoluzione dei due protagonisti alle prese con la loro relazione, l’irrisolutezza delle proprie vite e il rapporto tra la dimensione familiare, la bolla protetta del contesto sociale in cui sono immersi e tutto ciò che accade all’esterno, nel mondo fuori da loro.
La parte iniziale di Bunker potrebbe far pensare alla rappresentazione – pur brillante, intensa e a tratti divertente – di un contesto visto e rivisto: una coppia che si è trasferita con le figlie da Madrid a Londra, lui architetto, vincitore di un prestigioso premio internazionale, lei professionista dell’editoria, con una carriera sacrificata per seguire il marito in Inghilterra. Una grande casa con spazi e vetrate di eccezionale ricercatezza architettonica, una vita sociale di coppia scandita dall’ambiente culturale che entrambi frequentano, tra cene e vernissage, un rapporto che si spegne, nonostante i soldi e l’apparente realizzazione, dentro silenzi, abitudine, piccole ossessioni e un’incompresa domanda di senso.
Il film prende una piega diversa quando questa instabile situazione familiare deflagra con l’apparizione dei due bunker che scandiscono la seconda parte del racconto. Il primo è un bunker inconsapevole, la stessa villa dei protagonisti, sorta in un quartiere popolare di Londra trasformato dalla gentrificazione, che ha espulso a chilometri di distanza chi viveva lì da generazioni, protetta (inutilmente) da cancelli, muri e allarmi che lanciano fumogeni.
La paranoia apocalittica della nuova oligarchia digitale

L’altro bunker è quello che scuote i principi etici, il rapporto con il denaro e l’accumulazione, che la coppia aveva posto, o meglio riteneva di aver posto, tra le fondamenta del proprio rapporto. È il bunker che un oligarca digitale della Silicon Valley propone di far progettare all’architetto interpretato da Bardem, dietro compenso milionario, per sopravvivere all’apocalisse che potrebbe scaturire da una guerra nucleare, dalle conseguenze della crisi climatica o da un collasso sociale. Cioè da quel punto di rottura che si può raggiungere portando sempre più all’estremo le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza, sul piano interno e a livello globale, fino a quel cedimento del sistema in cui salta il patto sociale e «il denaro non conta più niente».
La storia del bunker è una storia vera, una notizia letta da Zeller che, con le stesse parole di Bardem nel film, racconta di essersi chiesto: «Sa forse qualcosa che noi non sappiamo?». Non è un soggetto inedito – basti pensare a Don’t Look Up di Adam McKay, uscito ormai già cinque anni fa – ma il dialogo tra Bardem e il magnate delle big tech è particolarmente efficace per far emergere la mentalità, l’approccio al mondo e all’umano, che caratterizza questa oligarchia del nuovo millennio.
Con un punto di vista spiazzante, la preoccupazione non è solo come difendere il bunker dall’esterno, ma anche come difendere il bunker all’interno: come preservare una gerarchia sociale costruita sul denaro quando quello stesso sistema, e quindi il valore del denaro, collassa. Ovviamente ricercando la risposta nella tecnica e nella tecnologia, ad esempio immaginando un ricambio dell’ossigeno reso possibile solo dai comandi vocali del proprietario del bunker.
Che cosa rimane in un mondo senza legami e umanità?
Eppure, nello svolgersi degli eventi, sarà proprio questa pretesa di immortalità a essere ridimensionata. Tra cento anni non ci sarà più niente di noi. È intorno a questa idea – presa in prestito da un giovane romanziere che scatena tutte le insicurezze più scontate del marito Bardem – che si apre quella domanda di senso che interroga i due protagonisti nel loro rapporto e nel rapporto con il mondo e il tempo che abbiamo tra le mani per una vita. Un aspetto cruciale che meritava di essere scandagliato più a fondo, mentre a volte si ha l’impressione di rimanere in superficie, soprattutto quando il film deve volgere alla conclusione, nell’accelerazione finale degli eventi che a tratti risulta fin troppo schematica.
Ma se il bunker monumentale del magnate digitale, una moderna piramide di Cheope interrata, apre una faglia nella relazione tra i due protagonisti, sarà il varco aperto nelle mura del bunker domestico, per costruire una finestra e conquistare l’accesso al sole di un garage trasformato in monolocale, a condurre alla risoluzione del film. Perché viviamo in un mondo in cui «è più importante costruire finestre che non scavare sotto terra».
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