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Don't Look Up Film

E così hai visto Don’t Look Up

Visto-Piaciuto. Ma siamo sicuri che Don't Look Up sia sufficiente per il mondo d'oggi? Forse ci stiamo convincendo parli di vaccini e crisi climatica quando il punto è tutt'altro.

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23 minuti di lettura

Hai visto Don’t Look Up e ora senti di capire qualcosa in più di quella terra amica a cui un tempo rubavamo ambizioni e sogni: l’America. O meglio, gli Stati Uniti d’America. Credevi che il punto del film fosse il cast: Leonardo DiCaprio, Jennifer Lawrence, Meryl Streep e Jonah Hill avrebbero fatto gola a chiunque. Ma ora, dopo le grottesche due ore e mezza trascorse su un divano gentilmente preparato da Netflix – che in realtà aveva distribuito il suo film anche in sala ma senza la marcia trionfale riservata a Sorrentino – parli d’altro. Per lo più di vaccini, diciamo pure di novax, e forse anche di cambiamento climatico.

Insomma, Adam McKay ti ha fregato. La sua fortuna d’altronde è di essere uno dei registi più importanti per Hollywood – un cast così non ti è concesso a caso, no? – eppure tra amici non lo citate mai. E dunque sorpresa. Sorpresa per quelle due ore e trenta di realtà satirica e sardonica, riservata a una nazione che quando riflette su se stessa parla invero di tutto l’Occidente.

Adam McKay è riuscito a farci fare ciò che ogni Natale ci promettiamo di evitare: parlare di politica. Perciò parliamone. Ma con un appunto necessario. Come molti racconti satirici, anche Don’t Look Up finge di dirci che gli stupidi sono gli altri. Che quasi tutti gli Americani sono dei boccaloni, ma che noi – sì, proprio noi che stiamo guardando – siamo diversi, migliori. Già solo per il fatto di essere lì. Ma essere lì è un’illusione che ci trasciniamo da una visione teatrale dello spettacolo. Dove l’audience è piccola e contenuta, dove ci siamo noi e poi gli altri. Là fuori. Attenzione: stiamo guardando il dito e non la cometa. Perché Don’t Look Up parla sì di chi ha i dati e decide di credere ad altro. Ma soprattutto di chi quei dati li diffonde. In parole povere, del sistema. Non è solo un discorso sulla cultura dei popoli, ma sulla politica dei popoli. Sulla platform che distribuisce il sapere e ne conforma il pensiero a piacimento. Dunque, riavvolgiamo il nastro. Partiamo da Game of Thrones, l’ormai storica Serie TV HBO.

Da Jon Snow a Before The Flood, il filo rosso che urla all’emergenza

Don't Look Up Film

You know nothing Jon Snow

Jon Snow non sapeva nulla. Lui, figlio bastardo di Ned Stark, era stato mandato alla barriera. Praticamente l’ufficio pubblico di un sottoministero inventato a Westeros per dar lavoro agli ultimi tra gli ultimi. Gli eventi del reame, quelli che contano, erano altrove. La politica giocava a scacchi guardando una o due mosse oltre la pedina: mai di più.

Ma da lassù Jon scoprì qualcosa di inenarrabile: dalla Barriera, questa immensa distesa di ghiaccio, sarebbe arrivato l’armageddon. La fine della storia, la fine dell’uomo. Non la fine dei tempi, che d’altronde esistono con o senza specie umana. Jon aveva le prove, aveva i testimoni, aveva i dati. Se avete visto Don’t Look Up sapete già come va a finire. Nessuno crede a Jon, anzi.

Tutte fandonie, gli rispondono dalle stanze dei bottoni di Westeros. Jon era ed è un personaggio importante dell’immaginario colletivo contemporaneo. Oggi non mancano figure capaci di parlare delle battaglie che contano, quelle tre o quattro mosse oltre la pedina. Voci disperse nel disinteresse dell’atlante geopolitico. Ogni riferimento alla crisi climatica è puramente ricercato.

Jon Snow – dall’alto di quella barriera che viene sfondata da un nemico dimenticato come ghiacci sciolti dall’aumentare delle temperature – è una figura utile anche per inquadrare i protagonisti di Don’t Look Up. Anche loro, scienziati illustri, hanno scoperto l’inenarrabile armageddon. È da lontano che si osserva l’insieme: ce lo dice Jon Snow, sulla barriera, i protagonisti di Don’t Look Up guardando lo spazio, e persino gli ospiti della Stazione Spaziale Internazionale, guardando in giù, dove il disciogliersi dei ghiacci è una realtà che terrorizza.

Don't Look Up citazione

Cambia reame, cambia epoca: resta il risultato. Qualcuno ci crede, molti no. Come in Don’t Look Up, con l’aggiunta di un mondo mediatico ben più complicato e plurale dei piccioni di Westeros. Leonardo Dicaprio e Jennifer Lawrence sono una coppia efficace, interpretano due astronomi con l’arduo compito di avvisare il mondo dell’imminente catastrofe: l’arrivo di una cometa pronta a schiantarsi sulla terra. Adam McKay non li stratifica come fece con il Dick Cheney interpretato da Christian Bale in Vice (2019), racconto brutale della vicepresidenza Bush.

In qualità di personaggi di fantasia può renderli archetipi. Figurine della realtà. E così il paffutello scienziato – che è poco credibile nel volto di DiCaprio, ma ne parliamo dopo – diventa sex symbol. “Lo scienziato più sexy d’America”. L’uomo che ci guida alla salvezza, quella gentilmente sponsorizzata dai potenti della terra.

Poi c’è lei, Jennifer Lawrence. La scienzata presta il nome alla cometa lanciata verso la terra. Giovane studentessa alle prese con l’armageddon, non regge lo stress e si lascia andare in diretta tv. Imperdonabile. Una ragazza coi nervi fuori posto non ha spazio nel flusso mediatico contemporaneo. Dunque lui è sexy, lei è matta. La figura della donna nel film di Adam McKay riassume gli assunti generali del genere femminile in vista, siano esse scienziate o presentatrici: devono essere a modo, preferibilmente sexy (continui i riferimenti agli outfit della ricercatrice) e soprattutto spiritose. Pena l’esclusione, l’invisibilità, che prende oggi le forme della massima esposizione mediatica, la gogna dei meme che ride di tutto ciò che esce dal confine del sistema, e così lo rimedia, lo rimastica; ne riprende il controllo. Adam McKay non si prende il tempo di comprendere i meccanismi insiti in ciò che è ormai una memecrazia, ma preferisce far saggiare, lasciare che gli spazi vuoti si riempino con gli occhi dello spettatore. Il risultato è semplificatorio ma efficace: lo spettatore ha la sensazione di assistere al ritratto puntuale di una realtà colta nei suoi pradossi.

Per un approccio più ampio consigliamo a tal proposito la visione di un documentario illuminante come Feels Good Man, dedicato al fenomeno Pepe The Frog.

Don't Look Up Leonardo DiCaprio

Leonardo Dicaprio non riesce a essere brutto come il film vorrebbe farcelo passare nei suoi primi minuti. Allo scienziato sfigato non crede nessuno. Ma poco importa. Il suo è un casting foriero di significati, soprattutto sul target e le ambizioni del film. Non tanto perché l’attore sia bravo. È bravo, lo sappiamo. Ma Don’t Look Up non lascia spazio alle interpretazioni. Non è un film di dubbi esistenziali.

E anche su questo centra il punto della questione: è la morte della morale, la stessa che invece investiva di senso il finale de La Grande Scommessa, altro grande film di McKay sugli arricchiti all’indomani della crisi del 2008. La riflessione etica è lasciata da parte da ogni schieramento del racconto, fagocitata dalle luci, dalle parole, dai balletti. Lo scienziato più sexy d’America è un boccalone come gli altri, come tutti noi. Impara presto a parlare meglio al pubblico, a esporsi per un bene superiore, che non supera però il primo piano della Casa Bianca.

Quando comprende che il progetto di un simil-TimCook per trasformare la cometa in un tesoro privato dei ricchi del mondo (escluse Russia e Cina) è davvero troppo tardi, e come nulla fosse esplode in un bel monologo che non sortisce alcun effetto perché duplica quello della collega e non dimostra di aver appreso come utilizzare il proprio ruolo d’influenza per cambiare le cose. Certo, apre un congresso dal significativo titolo Just Look Up, ma è sufficiente affidarsi al testo della canzone cantata la notte della fine del mondo dalla pop star interpretata da Ariana Grande per comprendere che sempre nella sfera dei meme ci troviamo. Solo di un valore opposto a quello combattuto.

Turn off that shit Fox News

‘Cause you’re about to die soon everybody

Ooh, I, oh, I

Insomma, lo scienziato subisce quasi tutto – dal sesso da ultimanottedelmondo con la presentatrice in vista ai continui sberleffi della stanza ovale – e diventa l’eroe superfluo e tardivo di un mondo destinato allo sfacelo. Per Adam McKay l’orizzonte è l’inevitabile. Anche per questo lo applaudiamo, e dobbiamo avere il coraggio di dirlo. Solletica quella voglia di cinismo, di fine del mondo, che ci ritaglia un posto privilegiato tra quelli (noi non gli altri) che avevano ragione ma nessuno ha ascoltato. In quel bunker si sta caldi, si sta bene, ma soprattutto si può dire “te l’avevo detto”.

La scelta di DiCaprio è esemplare. Parliamo dell’attore più attivo di Hollywood sui temi relativi al cambiamento climatico. “Suo” il documentario Before The Flood. In tal senso Adam McKay e tutta la produzione fanno scelte furbe, facili da sposare per quella sinistra progressista che più sa comunicare all’interno dell’industria culturale americana.

Allo stesso modo Meryl Streep è una perfetta Donald Trump, punto d’arrivo inevitabile dopo un mandato presidenziale trascorso a battagliare il miliardario da un anno sostituito con l’avversario Joe Biden. In tal senso Don’t Look Up è il cinema di un sistema che ne attacca un altro. In parole povere, non è certo Ken Loach. Ma rimane importante. Perché è la natura di una struttura sociale a essere messa in accusa. Quanto dipinto da Adam McKay non lascia spazio a speranze. Il capogabinetto della stanza ovale è il figlio del Presidente, figura ignobile, la responsabile crisi della Nasa è un’ex anestesista senza esperienze nell’ambito spaziale e il candidato alla Corte Costituzionale è già sommerso dagli scandali. Per non parlare delle soluzioni al problema-meteora: in pratica una grande parodia di Armageddon di Michael Bay, un veterano in tuta arancione lanciato dritto contro il “nemico” a suon di detti patriottici.

Don’t Look Up parla un po’ di vaccini, molto di cambiamento climatico, ma soprattutto di strutture di potere

With Hurricane Irma looming last week, one Floridian created a Facebook page inviting other residents to take up arms against the coming storm.

Adam McKay non manca di autoironia e marchia il suo film come “Bash original Content”, ossia prodotto di quella corporation immaginaria che nel film rappresenta una versione ibrida di Tesla, SpaceX, Apple e tutte le realtà aziendali guidate da guru miliardari pronti a promettere grandi ricchezze per la specie umana mentre fanno saccoccia delle proprie. Ammette dunque che il suo film gioca alla critica ma non è esterna al sistema.

Don't Look Up Bash Original Content

Cosa che invece arriva a pensare lo spettatore, suggestionato dall’idea che il mondo sia un branco di scimmie urlatrici: tranne lui. Don’t Look Up si prende cura in tal senso dello spettatore, gli promette che i brutti-cattivi sono altri. E in questo sbaglia. Come sbaglia molta sinistra progressista, che infatti puntualmente perde i dibattiti proprio per un approccio altezzoso, a cui McKay aggiunge la satira trasformando le sfumature di realtà in un’unica grande battuta.

Ogni personaggio è incastrato nel proprio grottesco ruolo sociale, e così perde di aderenza e diventa l’immagine mentale di un mondo caduto in disgrazia per via della stupidità. In realtà McKay approccia il problema anche con maggior sagacia, che sembra però, a leggere molti commenti, non essere giunta a destinazione.

La politica dei popoli non la fa più il rappresentate politico. Questo è il punto. La fa la Bash e il suo dispositivo tecnologico capace di prevedere – e in realtà realizzare – lo stato emotivo di chi lo usa. Don’t Look Up mette in primo piano la grottesca Trump di Meryl Streep – i cartelloni identici alla campagna Make America Great Again non lasciano grande spazio alle intepretazioni – per ricreare quella struttura sociale che finge ancora oggi che al vertice ci sia il potere politico, quando al fianco di quello scranno, lungo il film, prende sempre più spazio il mellifluo CEO interpretato da Mark Rylance.

È a lui che dobbiamo guardare, e infatti è lui che nella scena post credits (attenzione spoiler) sopravvive nel pianeta raggiunto dai ricchi criogenizzati per decenni. Meryl Streep viene uccisa da un alieno qualsiasi. Una morte prevista dagli algoritmi Bash. Dunque tutto rientra nei piani. Nel frattempo sulla terra l’ultimo uomo sopravvissuto è proprio il figlio del Presidente: Adam McKay lo mostra in un mezzo busto, poi allarga su un campo lungo che mostra la terra desolata e distrutta dopo lo schianto della cometa. L’uomo sorride, solleva lo smartphone Bash e parla: “Don’t forget to subscribe”.

Don't Look Up post credits
Don’t Look Up Post Credits

La politica dei popoli non è più della politica. La conversazione tra il CEO di Bash e l’astronomo è significativa: lui non vuole essere un business man. Lui è il responsabile “della specie umana”. È lui quello ad avere un piano, un’agenda, una visione. Non la Casa Bianca. Se pensiamo a Jeff Bezos, a Elon Musk, a Tim Cook, scopriremo che i loro libri sono autobiografie politiche, le loro dichiarazioni sono comizi e la loro influenza sul territorio è controllo. Esistono città degli USA dove il partito con il maggior gradimento è Amazon, perché è il fulcro di uno sviluppo demandato dalla politica prima che se ne disinteressasse. A risolvere la crisi climatica, oggi, speriamo sia Elon Musk. E non c’è nulla di male nel richiedere alle grandi corporation di partecipare a una transizione obbligata dall’emergenza. Il problema è investirli di un potere che non gli compete, poiché privo di ogni contrappeso, privo di quella struttura che permette al popolo di controllare la politica. Il fondatore della Bash – il CEO che non è un Business Man ma un profeta – è il protagonista di Don’t Look Up quanto lo è nella nostra società. Le sue inquadrature sono le più rigide, come lo è la recitazione di Mark Rylance, perché statuaria è induscussa è la posizione che occupa nella realtà.

Sa che Bash ha oltre 40 milioni di dati su di lei, su ogni decisione che ha preso dal 1994? So quando ha dei polipi al Colon mesi prima che lo sappia il suo medico […]. Ma cosa più importante, so cos’è lei. So chi è lei. I miei algoritmi hanno determinato otto profili di consumatore tipo. […] I nostri algoritmi possono prevedere anche come morirà, con una precisione del 96,5%, e la sua morte sarà insignificante e noiosa. […] Lei morirà solo.

Certo, il film si fa beffe della più sciocca combricola da pagina facebook che parla di vaccini e crisi climatica senza competenze nell’una o nell’altra. Ma prima, in un anfratto che non ci piace perché riguarda anche noi – noi che votiamo per i verdi, ci siamo vaccinati e andiamo al Friday For Future -, parla di chi quella conversazione l’ha impostata, predetta, realizzata. La piazza delle nostre conversazioni, persino quella dove il Deputato Borghi conferma di non aver capito il film dicendosi contento che non sia “pro Climate Change” (??), è definita da strutture di algoritmi che impongono un rapporto estenuante a ogni tema e minano le possibilità di confronto in virtù di una “modalità vita” fondata su un’unica emozione: la tristezza. Quella che, quando riconosciuta dal dispositivo Bash, invia video buffi, ma soprattutto ci porta a comprare, a sopperire, a credere alla versione conciliatoria (“la cometa sarà un’opportunità”) della realtà.

Chi vince in Don’t Look Up

Ma allora l’eroe della storia è sconfitto davanti all’ineluttabile? No. McKay è cinico ma rispetta la propria storia, che altrimenti sarebbe del tutto inutile. All’astronomo paffutello era stata predetta una morte solitaria, insignificante e noiosa. La lunga sequenza dedicata al cenone prima della fine del mondo non è una soluzione stucchevole per chiudere in preghiera il racconto di un armageddon: è la vittoria dell’eroe, smarcatosi dall’algoritmo, capace di rivendicare la propria autonomia dalle predizioni tecnologiche. L’eroe si autodetermina e muore tra i propri affetti, vincendo. Non ci resta che questo: a voi decidere se sia una magra consolazione.

Don't look up Bash Ceo citazione
Don't Look Up finale

Il limite di Don’t Look Up, che nell’attaccare le architetture di un mondo algoritmico è sottile ma efficace, è nel non distaccarsi da questa modalità di racconto. E infatti Adam McKay lo sa e si autoincensa facendo scherzosamente produrre il film alla Bash Original Content. Don’t Look Up, che diverte come poco cinema da soggiorno oggi riesce a fare in confronto a molto intrattenimento serializzato, urla e conferma: parla a chi ha già una visione del mondo che coincide con la morale del film. È un rafforzatore come un talk show qualunque. Bello, purché ci si renda conto che ci stiamo scambiando ancora una volta le solite strette di mano autocompiaciute.

“Don’t forget to subscribe”


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Studente di Media e Giornalismo presso La Sapienza. Innamorato del Cinema, di Bologna (ma sto provando a dare il cuore anche a Roma)e di qualunque cosa ben narrata. Infiammato da passioni passeggere e idee irrealizzabili. Mai passatista, ma sempre malinconico al pensiero di Venezia75. Perché il primo Festival non si scorda mai.

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