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Alien 3, trent’anni dall’esordio di David Fincher

Un film problematico, dalla gestazione lunga e complicata, che ne ha condizionato negativamente il risultato finale. Rivisto a distanza di 30 anni si può ancora confermare la prima, pessima, impressione?

10 minuti di lettura

Nel 1992 David Fincher dirige Alien 3, il terzo capitolo del franchise inaugurato nel 1979 da Ridley Scott ora disponibile in streaming su Disney+. Si tratta di un film problematico, dalla gestazione lunga e complicata, che ne ha condizionato negativamente il risultato finale: è infatti considerato un film non riuscito. Rivisto a distanza di 30 anni si può ancora confermare questa opinione pubblica? Si può veramente parlare di un esordio deludente per il grande regista statunitense?

Come nasce Alien 3: una gestazione complicata

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Leggendo i problemi avuti in fase di scrittura e produzione, non c’è da stupirsi di un risultato deludente.

La saga di Alien comincia con il botto, partendo dal grande capolavoro di Ridley Scott (1979) e poi proseguendo con un ottimo secondo capitolo firmato James Cameron (Aliens – Scontro finale del 1986); a questo punto è veramente arduo proseguire su tali eccelsi livelli qualitativi e sono quindi giustificati i dubbi iniziali della Brandywine Productions una volta approcciata dalla 20th Century Fox che ne vuole realizzare un terzo capitolo.

Per questo motivo i produttori, tra i quali compare anche Walter Hill (mitico regista de I Guerrieri della notte), decidono di realizzare un film che si discosti dai primi due, dando più attenzione al ruolo della corporazione che vuole sfruttare gli alieni come armi biologiche, piuttosto che seguire ancora una volta le vicende che vedono protagonista il personaggio di Ellen Ripley (interpretato dall’iconica Sigourney Weaver).

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Primo tentativo: dopo varie vicissitudini si arriva a coinvolgere come sceneggiatore William Gibson, padre del cyberpunk che già aveva pubblicato opere letterarie importanti come il romanzo Neuromante. La produzione non è soddisfatta e lo scrittore viene licenziato sfruttando come scusa uno sciopero degli sceneggiatori.

Secondo tentativo: si coinvolgono Eric Red come sceneggiatore e Renny Harlin come regista, ma entrambi abbandonano di lì a breve per contrasti con la produzione.

Terzo tentativo: è il turno del regista e sceneggiatore David Twohy che scrive una sceneggiatura che non daà importanza al personaggio di Sigourney Weaver, la Fox non ci sta chiede aiuto (all’insaputa del regista) a altre due figure Vincent Ward e John Fasano. Deluso e tradito il regista se ne va e, poco dopo, anche i due sceneggiatori incontrano dissapori con la produzione che è quindi costretta a ripartire ancora una volta da zero.

Quarto tentativo: infine viene ingaggiato il regista David Fincher e lo sceneggiatore Larry Ferguson, il quale scrive una storia che però non convince né il regista, né l’attrice protagonista. Salgono in cattedra direttamente i produttori Walter Hill e David Giler che con l’ulteriore revisione dello sceneggiatore Rex Pickett realizzano una sceneggiatura “collage” delle varie stesure passate. Se a tutto questo si aggiunge il fatto che nelle sale il film è uscito in una versione pesantemente censurata e tagliata, è facile immaginare come il risultato faccia acqua da tutte le parti.

Alien 3 non osa abbastanza?

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Il problema principale di Alien 3 riguarda una indecisione di contenuto. Si introduce una novità interessante che si discosta in parte dagli illustri capitoli precedenti: la colonia penale. Questo luogo offre, ipoteticamente, una nuova ambientazione e un nuovo contesto di personaggi interessanti. Purtroppo però questi input non vengono sviluppati a dovere e non viene descritta in maniera soddisfacente la genesi del luogo e alla fine sembra di essere nuovamente all’interno dei claustrofobici corridoi delle astronavi dei due film precedenti.

Un discorso analogo si può fare per le persone che abitano la colonia, le motivazioni della loro presenza in quel luogo sono appena accennate e anche le loro psicologie non sono analizzate e sviluppate più di tanto. Con una adeguata caratterizzazione si sarebbero potuti sviluppare dei personaggi molto interessanti, con un passato misterioso.

Semplificando, si ha la sensazione che ci siano delle potenzialità di rinnovamento, ma non si abbia l’audacia di discostarsi dal mood sviluppato nei primi due film e queste potenzialità rimangono soltanto accennate in maniera superficiale.

Lo stesso discorso si può fare per quanto riguarda l’arrivo di un elemento “alieno” alla colonia: la donna. La situazione offrirebbe un’ottimo spunto per analizzare le dinamiche emotive, gli istinti primordiali e sessuali e anche i sentimenti tra i personaggi coinvolti. Tutto viene invece spiegato e accennato in poche battute e anche la sceneggiatura sembra povera e sbrigativa quando Ripley e il dottore della colonia (interpretato dal sempre ottimo Charles Dance) consumano un rapporto sessuale. Lei lo fa per eludere alcune domande a cui non vuole rispondere, ma appare comunque tutto molto sbrigativo oltre che eccessivamente semplificato.

Nella seconda metà del film si assiste alla replica degli eventi già visti nei capitoli precedenti, e il tutto si riduce all’ennesima battaglia tra gli umani e lo Xenomorfo. Le scene di azione sono gestite in maniera magistrale, nulla da eccepire, ma il fatto di sentirsi in trappola e vittime di una caccia all’uomo in un luogo claustrofobico è qualcosa di già visto e poco aggiunge alla saga.

Comparto tecnico

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Dal punto di vista registico si nota la competenza del giovane David Fincher e sono già evidenti alcuni suoi elementi caratteristici. Ne è esempio la sua attenzione per le indagini poliziesche (si noti a tal proposito la cura per riprese e dettagli nelle scene della autopsia). La parte migliore di Alien 3 è infatti la prima, quella in cui ancora si studia la situazione e si raccolgono indizi.

Nella seconda parte di Alien 3 si concentra di più sull’aspetto action diventando più piatto e meno interessante. Il montaggio è spesso molto frenetico, condizionato forse dalle precedenti esperienze del regista: si può parlare di estetica da videoclip. In questo di discosta dalla narrazione lenta e insidiosa del film di Ridley Scott, e porta invece quasi al parossismo (in alcune brevi scene a inizio film) lo stile di James Cameron.

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Curiosa la scelta di una fotografia che predilige tonalità calde e soprattuto tonalità vicine al rosso e al marrone. Questo dettaglio crea una ambientazione adatta al bel finale in cui l’elemento del fuoco è protagonista. In contrasto con i primi due film molto più scuri e fotografati con tonalità fredde si apprezza, in questo caso, la forte presa di posizione e la volontà di voler caratterizzare il nuovo capitolo.

Gli effetti speciali sono di natura mista, i paesaggi all’esterno della colonia hanno un piacevolissimo look vintage, mentre gli effetti di esplosioni sono in cgi. Il risultato generale è poco coerente e, tra i due, il comparto di computer grafica sembra essere invecchiato peggio, dato che all’epoca questa tecnica non aveva ancora raggiunto il livello qualitativo garantito oggi.

Ottime le musiche. sempre eleganti e ben a fuoco, del maestro Elliot Goldenthal, compositore di esperienza molto amato dai colleghi (ad esempio da Hans Zimmer). Nonostante la qualità compositiva, negli anni non sono mai riuscite a diventare iconiche forse perché non sono né sperimentali e all’avanguardia come quelle di Jerry Goldsmith (Alien) né epiche e maestose come quelle di James Horner (Aliens – Scontro finale). Quest’ultimo era riuscito a proseguire la ricerca musicale del primo film (musica aleatoria, dissonante, impressionistica, …) portandola addirittura a un livello più elevato e moderno. Elliot Goldenthal invece crea qualcosa di maggiormente ancorato alla classicità, ma si tratta sempre di un ottimo commento musicale.

Alien 3, un risultato complicato

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Alien 3 delle buone intuizioni che purtroppo non sono sviluppate a dovere. La difficile gestazione e il background produttivo molto confuso ne hanno inevitabilmente condizionato la resa in maniera negativa. “Vorrei ma non posso” sembra essere un modo di dire che riassume questa produzione: si prova a osare, ma non si ha il coraggio di andare fino in fondo e alla fine ci si rifugia nella ripetizione di una logica già vista, che ha funzionato nei primi due capitoli ma che in questo caso non basta più.


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Sono un musicista e compositore, attivo soprattutto come batterista nel mondo rock/metal/progressive dai primi anni 2000 e ho avuto il piacere di suonare a livello internazionale con band come Power Quest, Arthemis, Hypnotheticall, Watershape. Sono un grande appassionato di cinema e dal 2014 compongo musica per film. Amo tutto il cinema, ma soprattutto le proposte più visionarie e surreali e da sempre sono legato al mondo del cinema horror. I miei registi preferiti sono David Lynch, Alejandro Jodorowsky, David Cronenberg. Sono laureato in architettura.

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