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Burning, Lee Chang-dong e il gioco del mondo

Un film che arde nel fuoco dell'amore e del mistero

5 minuti di lettura

Se il mistero e il segreto hanno sempre permeato e attraversato il cinema di Lee Chang-dong, con Burning si arriva a esplorare i confini più reconditi dell’inesplicabile e dell’incomprensibile. Burning non ripercorre a ritroso la storia di un uomo come in Peppermint Candynon segue la storia di due emarginati come in OasisBurning è qualcosa che brucia lentamente, che arde senza mai mostrarsi, un grande puzzle che incastra pezzi che non hanno incastri. 

Lee Chang-dong parte da Haruki Murakami e arriva a Julio Cortázar, parte dall’ambiguità narrativa orientale e finisce per costruire un sanguigno mondo argentino, con l’amore e linguaggio e il mistero che si mescolano per dar vita a un incendio di luoghi e di corpi irreversibile. Burning, dal 23 dicembre disponibile sul catalogo MUBI, è arrivato dopo otto anni dall’ultima opera di Lee Chang-dong, è arrivato per chiudere il cerchio di una poetica cinematografica che lascia spazi vuoti e linee incapaci di incontrarsi.

Burning è un film che brucia

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Burning inizia con una rincorsa, con la cinepresa che insegue di spalle il vagabondare di Jong-su, il suo camminare a testa bassa in una città troppo grande per lui e la sua caduta nell’orbita di una ragazza che aveva dimenticato, il suo cadere in un amore ritrovato e arrivato all’improvviso, quegli amori che neanche si degnano di bussare alla porta. Hae-mi è un oggetto caleidoscopico, un vero mistero, colei che balla nuda al tramonto credendo e sperando di essere un uccello per volare via, colei che piange facilmente, che si addormenta ovunque.

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È lei a far partire il gioco, a coinvolgere e far innamorare Jong-su, a entrare nella sua povera vita come un treno in corsa, a tornare da un viaggio in Africa insieme a Ben, spezzando così un legame fragile appena nato e costruendo un triangolo amoroso fatto di imbarazzo, distanze sociali e lotta di classe. A cambiare le prospettive e le dinamiche del gioco sarà sempre Hae-mi, che con la sua scomparsa smuoverà gli altri due vertici del triangolo e li costringerà a ballare un valzer a tinte thriller dove i confini della realtà e del mistero diventeranno sempre più sfumati e vicini. 

Un lento gioco tra fuoco e mistero

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Burning è un film di personaggi, di interazioni e legami che si costruiscono e si sfilacciano. Jong-su è un ragazzo chiuso, un aspirante scrittore specchio dell’invisibile povertà che prova invano a uscire dai suoi ranghi sociali. Ben è il suo opposto, personificazione di una ricchezza spudorata che brucia serre e vuole incendiare quel poco che è rimasto alle altre classi sociali.

Entrambi sono soggiogati da Hae-mi, personaggio alieno che non sembra appartenere a questo mondo, una maga cortázariana che vuole giocare con le sue regole, costruite sulla superficialità e l’infantilità di una persona che vuole solo evadere verso la felicità. La sua aurea ipnotica e la sua sparizione innescano una lotta di classe involontaria, uno scontro relazionale che mette da parte un amore mai sbocciato e lascia spazio al tentativo di prevaricazione della propria prospettiva su quella dell’altro. 

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Lee Chang-dong è maestro nel muoverli, nel farli giocare, nello spostarli come maschere per poi bruciarli e farli ardere come pedine di una scacchiera più grande di loro. Lee Chang-dong costruisce incertezze, continue velature di mistero che aleggiano in una narrazione che non contempla appigli. Esiste il gatto? È mai esistito il pozzo? Hae-mi è veramente innamorata di Jong-su o l’ha solo sfruttato? È scappata o è morta? È vero quello che si può immaginare? Domande che il film pone continuamente e costantemente lascia aperte perché l’incomprensione del mondo è al centro di tutto, e allora all’interno di questa incomprensione si può solo giocare, muoversi a tentoni, bruciare, perché come ha scritto T.S Eliot:

Noi viviamo, noi respiriamo soltanto se bruciamo e bruciamo.


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Il cinema e la letteratura sono gli unici fili su cui riesco a stare in equilibrio. I film di Malick, Wong Kar Wai, Jia Zhangke e Tarkovskij mi hanno lasciato dentro qualcosa che difficilmente riesco ad esprimere, Lost è la serie che mi ha cambiato la vita, il cinema orientale mi ha aperto gli occhi e mostrato l’esistenza di altre prospettive con cui interpretare la realtà. David Foster Wallace, Eco, Zafón, Cortázar e Dostoevskij mi hanno fatto capire come la scrittura sia il perfetto strumento per raccontare e trasmettere ciò che si ha dentro.

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