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«Dogtooth»: Lanthimos e la dittatura formato famiglia

6 minuti di lettura

A undici anni di distanza dalla sua presentazione al Festival di Cannes – dove vinse il premio Un certain regard – arriva finalmente nelle sale italiane Dogtooth (Kynodontas), di Yorgos Lanthimos. Un’occasione da non perdere per scoprire il talento visionario del giovane regista greco, che in pochi anni ha conquistato pubblico e critica con film di richiamo internazionale come il distopico The Lobster (2015) e il pluripremiato La favorita (2018).

«Dogtooth», la trama

Dogtooth
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In una apparentemente normale famiglia borghese, Madre (Michele Valley) e Padre (Christos Stergioglou) si dedicano personalmente all’educazione e all’istruzione dei figli (Hristos Passalis, Angeliki Papoulia, Mary Tsoni), ormai cresciuti, ma mantenuti in uno stato di perpetua immaturità. Ai tre, infatti, è da sempre severamente proibito oltrepassare l’alta recinzione che circonda il giardino dell’isolata casa di campagna. Per disincentivare la curiosità dei ragazzi, inoltre, i genitori hanno inventato storie raccapriccianti su ciò che si trova “dall’altra parte”.
A turbare il malsano ma stabile equilibrio creato dai due genitori sarà proprio l’unico elemento esterno alla famiglia ammesso nella casa: Christina (Anna Kalaitzidou), donna “assunta” per soddisfare le esigenze sessuali del figlio maschio.

Il linguaggio come strumento di potere

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La totale assenza di un qualsivoglia contatto dei tre ragazzi con il mondo esterno permette ai genitori di avere un assoluto e dispotico controllo sulle loro esperienze, credenze e conoscenze, facendo della villetta famigliare un regime tirannico in miniatura.

In particolare, il mezzo più potente tramite il quale gli adulti esercitano il proprio potere è il linguaggio e, più precisamente, la sua distorsione. Ai figli, infatti, le (pochissime) parole vengono insegnate attribuendo loro un significato errato. Così «il mare è una poltrona di pelle», «l’autostrada è un vento molto forte» e la saliera viene chiamata «telefono».
La schiavitù alla qualle i tre figli sono condannati pone quindi le basi nella privazione di una delle facoltà fondamentali dell’essere umano: il linguaggio come mezzo di conoscenza. Se nella Genesi Dio concede ad Adamo l’autorità su tutto il Creato dandogli il compito di nominare gli animali, in Dogtooth si assiste al processo contrario: i genitori privano i figli dell’opportunità di possedere il mondo, condannandoli all’inabilità di dare un nome alle cose, in modo da riconoscerle, comprenderle e discuterne perché diventino oggetto e strumento di crescita.

Interessante notare, poi, che i protagonisti non hanno un nome. Ciò a volerli spogliare di una propria, definita identità ed ostacolarne un potenzialmente pericoloso processo di autocoscienza.

Una crescita negata

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A dimostrazione di quanto la parola sia fondamentale nella crescita e nella formazione di un essere umano, per i tre giovani, di fatto bambini mai cresciuti, intrappolati in una lingua sconvolta e minimale, non è il dialogo, ma il proprio corpo il principale mezzo per esprimersi. Li si vede dunque in atteggiamenti infantili, primitivi e animaleschi: le giornate vengono trascorse giocando; i litigi tra fratelli sfociano in scontri maneschi e violenti; la scoperta della propria sessualità, priva di consapevolezza, è vissuta in maniera prettamente istintiva.

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Un ulteriore tratto infantile che caratterizza i tre giovani è l’incrollabile fiducia in ciò che viene loro “insegnato”. Non avendo avuto modo di sviluppare un vero senso critico e vedendo messa a tacere ogni domanda inaspettata e inusuale curiosità con una severa punizione (spesso corporale), i fratelli rimangono ciecamente avvinghiati alle parole dei genitori e, di fatto, loro prigionieri.

«Dogtooth»: innamorarsi di Lanthimos

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Surreale e imprevedibile, Dogtooth è un film a cui è difficile attribuire un genere. Abbondano i momenti di satira e pungente ironia (elementi irrinunciabili per Lanthimos) ma, nel complesso, il tono si mantiene cupo e l’atmosfera inquietante.
L’assenza di musica extradiegetica ad accompagnare una recitazione volutamente piatta e monocorde e la particolarissima musicalità della lingua greca (irrimediabilmente persa nella versione doppiata) provocano nello spettatore una condizione di straniamento, turbata, però, da improvvise esplosioni di cruda violenza.

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Dogtooth è un film che non può lasciare indifferenti, diretto da un regista e sceneggiatore dallo sguardo unico e non convenzionale, che, dopo il meritato successo ottenuto negli ultimi anni, ha ancora molto da dire.


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Cristina Sivieri

Classe 1996. Laureata in Filologia Moderna, ama stare in compagnia degli altri e di se stessa. Adora il mare e le passeggiate senza meta. Si nutre principalmente di tisane, lunghe chiacchierate e pomeriggi al cinema.

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