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Foley, l’arte dei suoni sullo schermo: i segreti dei Rumoristi del cinema

9 minuti di lettura

Immaginate davanti a voi un uomo con degli scarponcini da montagna sulle mani. Li sta sbattendo rumorosamente su un cumulo di farina sparsa per terra. Tutt’attorno a lui, il ciarpame più variegato: sedie, scope, tubi, cuscini, secchi, posate, rami. In lontananza, notate anche una vasca quadrata piena d’acqua. Vi lambiccate cercando di capire cosa mai stia facendo quest’uomo, che sembra soltanto un pazzo stravagante. Ebbene, quest’uomo è un Foley artist, e sta facendo il suo lavoro.

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Cos’è il Foley e cosa significa

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Concepito da alcuni come una sorta di recitazione successiva, il Foley è la tecnica di registrazione di suoni nei film, serie tv o videogiochi in post-produzione, ovvero quando il prodotto è giù ultimato. Nel campo cinematografico, la maggior parte dei suoni udibili durante un film sono aggiunti successivamente, in fase di montaggio e mixaggio sonoro, dopo essere stati registrati in uno studio opportunamente attrezzato. Il termine Foley è oggi così diffuso in inglese da fungere sia da nome, da aggettivo e persino da verbo; spesso nello scritto si perde la maiuscola iniziale, a dimostrazione del suo uso frequente. In italiano, il foley artist è il rumorista.

Jack Foley e i primordi dell’era sonora

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Nel 1927, Il Cantante di Jazz, il primo film sonoro della storia, registrò un successo strepitoso. Il pubblico ne rimase incantato, sebbene nella pellicola persistessero ancora le didascalie e delle scene in muto.

Gli Universal Studios, bramosi di emulare il trionfo dei rivali Warner Bros, avviarono la produzione di Mississippi (Show boat) che, nella sua seconda versione, conteneva scene di dialogo e diverse canzoni. Al progetto prese parte anche Jack Foley, già regista e produttore per Universal, che per l’occasione noleggiò una cinepresa con un Movietone sound system incorporato, che permetteva di registrare audio e video in sincrono. L’etimologia di “Foley” non può che essere chiara ora.

Il Foley come pratica segreta

Jack Foley prese gusto nell’inventare e modellare i suoni per il grande schermo. Comprese che il suo lavoro richiedeva non solo creatività, ma anche ritmo e coordinazione. Eppure, nonostante i suoi guizzi ingegnosi, Jack Foley non venne mai menzionato nei titoli di coda – questo perché imperava una segretezza attorno a questa professione non ancora del tutto delineata, che consisteva nel far credere al pubblico che quello che vedeva sullo schermo aveva davvero prodotto quel suono specifico, quando in realtà non era quasi mai così. Il Foley artist era, ed è tutt’oggi, un truffatore, un mago che strega il pubblico con i suoi trucchi acustici.

Come lavora un Foley artist

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Un Foley stage negli Adelaide Studios di Adelaide (Australia)
© Sam Oster

Soltanto negli anni Novanta ci fu un pieno riconoscimento del Foley come tecnica, e del Foley artist come tecnico altamente specializzato nell’ideazione di suoni ad hoc. Oggi, ogni professionista ha a disposizione uno studio – definito foley stage – dove può registrare le tracce audio che gli occorrono.

A tale scopo, un armamentario di oggetti tra i più disparati ornano le pareti della stanza, talora riuniti in cassetti e catalogati per essere più facilmente reperibili. Uno schermo proietta le scene del film, sopra le quali il rumorista dovrà cercare di riprodurre il suono più confacente. Secondo John Roesch (sul cui curriculum troviamo Ritorno al futuro, La Bella e la Bestia, Schindler’s List, Interstellar e Top Gun: Maverick), il compito di ogni Foley artist è di “realizzare la rappresentazione sonora più onesta” di qualsiasi cosa accada sullo schermo. Se il lavoro è fatto bene, noi spettatori non ce ne accorgiamo nemmeno, perché il risultato è la veridicità.

I passi – il suono più comune realizzato da un Foley artist

Spesso e volentieri il Foley artist ricorre a stratagemmi davvero curiosi, anche per riprodurre i suoni della quotidianità. I passi, ad esempio, sono difficili da catturare in presa diretta, o comunque il rumore che fanno nella realtà non è ritenuto abbastanza efficace dal rumorista.

Pertanto, è importante che abbia sottomano una gamma di scarpe, stivali e ciabatte, da affiancare a diverse superfici; dovrà inoltre considerare la stazza di un personaggio (naturalmente, un bambino non può avere la stessa andatura di un adulto).

Una seconda difficoltà legata ai passi sono i cambi repentini di superficie: se un personaggio passa velocemente da un marciapiede a un prato, il rumorista dovrà fare altrettanto, ponendo un piede sul cemento e l’altro sull’erba. E non dimentichiamoci degli animali: lo zampettio di un cane, ad esempio, può essere ottenuto pestando sul pavimento dei guanti con delle graffette alle dita.

Foley in azione – l’esempio di A Quiet Place

A quiet place – un posto tranquillo è un film horror del 2018, diretto da John Krasinski. La presenza di alieni carnivori con un udito ultrasensibile fa sì che il suono – o l’assenza di esso – diventi parte integrante della storia, e non soltanto un mero accessorio.

Nonostante il titolo, la pellicola non è affatto silenziosa; anzi, le soluzioni adottate per dare vita ai mostri sono state brillanti. Dei gambi di sedano o delle foglie di lattuga stritolate producono il crepitio del loro enorme orecchio che si spalanca; delle chele di granchio spezzate rendono invece il loro movimento furtivo e inquietante.

Il suono più inaspettato, però, è quello ideato per il loro sistema di ecolocalizzazione: un dissuasore elettrico puntato su degli acini d’uva, poi rallentato in modo da percepirne le singole onde elettriche.

Il potere immersivo del Foley

“Let’s foley it si usava dire negli anni Cinquanta, quando c’era da sonorizzare una scena. Per fortuna, il tempo ha dato dignità e rispetto a questa professione che si configura un tutto e per tutto come un’arte performativa.

In maniera sinestetica, Gary Hecker (rumorista per L’impero colpisce ancora di cui già abbiamo parlato qui e tutte le manifestazioni cinematografiche di Spider-Man) qualifica il Foley come la pittura di una “tela di suoni, che rende la nostra esperienza da spettatori immersiva e unica.


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Classe 1998, ho studiato Lingue e Letterature Straniere all’Università Statale di Milano. Ammaliata da quella tragicità che solo la letteratura russa sa toccare, ho dato il mio cuore a Dostoevskij e a Majakovskij. Viale del tramonto, La finestra sul cortile e Ritorno al futuro sono tra i miei film preferiti, ma ho anche un debole per l’animazione. A volte mi rattristo perché so che non mi basterebbero cento vite per imparare tutto ciò che vorrei.

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