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Hanno clonato Tyrone

Hanno clonato Tyrone, una commedia irriverente tra blaxploitation e fantascienza

7 minuti di lettura

Dopo aver scritto la sceneggiatura di Creed 2 e Space Jam 2 – New Legends, Juel Taylor si cimenta per la prima volta alla regia di un lungometraggio. Hanno clonato Tyrone è disponibile su Netflix dal 21 Luglio e vanta un cast – quasi esclusivamente afroamericano – di altissimo livello, guidato su tutti da John Boyega, Jamie Foxx e Teyonah Parris, alle prese con tre personaggi decisamente sui generis.

Tra commedia irriverente, giallo fantascientifico e blaxploitation, Hanno clonato Tyrone è un prodotto assolutamente sorprendente, che riesce perfettamente nei propri intenti, divertendo quando sceglie di farlo, ma fornendo anche necessari spunti di riflessione nei momenti di sprezzante critica sociale. 

Hanno clonato Tyrone, misteri e complotti nel Glen

Yo-Yo e Fontaine in Hanno clonato Tyrone

Uno spacciatore, un pappone e una prostituta formano una Mistery Inc. decisamente sopra le righe, investigando su quello che sembra essere un misterioso complotto che coinvolge il loro quartiere, Glen, abitato esclusivamente da afroamericani. Tutto ha inizio quando Fontaine, lo spacciatore, viene crivellato di colpi durante un regolamento di conti. Slick, il pappone che gli doveva dei soldi, e Yo-Yo, una delle prostitute del suddetto, assistono alla scena, restando però sconcertati il giorno seguente quando Fontaine varcherà nuovamente la porta del motel in cui Slick soggiorna, completamente inconsapevole di quello che era successo poche ore prima. 

Inutile dire che, dopo un primo momento in cui Fontaine sembra essere disorientato dalle rivelazioni di Slick e Yo-Yo, i tre comprendono immediatamente che qualcosa di strano sta succedendo nel loro quartiere, decidendo così di formare un improbabile trio per cercare risposte ai propri sospetti. Vestiti di verde, arancione e viola, in quello che sembra essere un omaggio a Scooby Doo, si troveranno a investigare tra laboratori all’avanguardia, fast food di pollo fritto che riportano alla mente Los Pollos Hermanos di Breaking Bad, ascensori nelle chiese e un vero e proprio quartier generale sotterraneo. 

Scopriranno quindi che i loro presentimenti sono assolutamente fondati, e che qualche metro sotto di loro vengono effettuati esperimenti genetici sugli afroamericani, tra clonazioni e tecniche per il controllo della mente. Una cospirazione inquietante, che rivelerà alcune sorprese inaspettate. 

Un pastiche tra Jordan Peele e il cinema pulp

Un'immagine di Hanno clonato Tyrone di Juel Taylor

Negli ultimi anni la blaxploitation sta riuscendo a ritagliarsi un ruolo di primo piano nel cinema mondiale, e soprattutto in quello hollywoodiano. Ci sono autori che alla lotta contro il razzismo hanno dedicato un’intera carriera, vedi Spike Lee, e altri che sono riusciti a prendere il genere e modellarlo intorno alle esigenze del mercato, in modo da raggiungere un pubblico sempre più ampio. Basti pensare a Jordan Peele. Fin dall’esordio con Scappa – Get Out, ma soprattutto qualche anno dopo con Noi – dove tra l’altro i cloni giocano un ruolo fondamentale – il regista afroamericano ha contaminato la blaxploitation con quelli che sono gli elementi tipici del thriller fantascientifico

Hanno clonato Tyrone è chiaramente figlio del cinema di Jordan Peele, a partire dalla comicità e dalla satira – molto più sottili quelle di quest’ultimo, ma comunque ben presenti. Juel Taylor realizza un film pulp, irriverente e dissacratorio, valorizzando al meglio i propri attori – tanto che per John Boyega e Teyonah Parris queste sono sicuramente le migliori interpretazioni della propria carriera – e giocando con i cliché del genere, riuscendo tuttavia a sovvertirli. Una scrittura particolarmente brillante, che soltanto sul finale svela un po’ di inesperienza, lambisce molti generi cinematografici, dando vita a un sorprendente pastiche formato da registri diversi e mutevoli, tra un’estetica anni ‘70 e una narrazione estremamente attuale.

Hanno clonato Tyrone, la rivoluzione secondo Juel Taylor

John Boyega, Teyonah Parris e Jamie Foxx in Hanno clonato Tyrone

Come abbiamo sottolineato precedentemente, se c’è un fil rouge che nella dinamicità del film rimane costantemente il centro nevralgico di Hanno clonato Tyrone, quello è sicuramente il desiderio di omaggiare la blaxploitation. Quella di Juel Taylor non è soltanto una commedia satirica, ma anche un inno alla rivoluzione e alla libertà. Ciò che vediamo sullo schermo è chiaramente un’esasperata metafora di ciò che purtroppo succede tutti i giorni, soprattutto nella società americana. 

La paura blocca il desiderio di prendersi la propria rivincita contro un sistema tiranno e schiavista. Mentre alcuni trovano il coraggio di combattere, altri si abbandonano alla convinzione che non ci sia speranza di sovvertire l’ordine costituito. Ed è qui che Hanno clonato Tyrone inneggia a una lotta che nasca dall’unione di intenti, in cui il coraggio degli uni allevi le paure degli altri. Solo così la rivoluzione può essere attuata. 

C’è un momento, sul finale, in cui una frase pronunciata da uno dei protagonisti apre una riflessione decisamente importante. “Non basta pensarla in modo uguale, dobbiamo essere uguali” viene detto, in relazione al fatto che una convivenza etnica pacifica sarebbe possibile soltanto nella misura in cui quelle etnie non esistessero. Un messaggio forte, una critica lacerante alla società odierna. Ma se quelle parole rispecchiassero la realtà dei fatti? Probabilmente è così, ed è inquietante pensare che qualcuno possa essere pronto a rinunciare alle parte più profonda del proprio io, pur di raggiungere quella tanto agognata pace. Così come è altrettanto ingiusto, e Fontaine lo sa bene, non può permetterlo. 


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Sono Filippo, ho 22 anni e la mia passione per il cinema inizia in tenera età, quando divorando le videocassette de Il Re Leone, Jurassic Park e Spider-Man 2, ho compreso quanto quelle immagini che scorrevano sullo schermo, sapessero scaldarmi il cuore, donandomi, in termini di emozioni, qualcosa che pensavo fosse irraggiungibile. Si dice che le prime volte siano indimenticabili. La mia al Festival di Venezia lo è stata sicuramente, perché è da quel momento che, finalmente, mi sento vivo.

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