«Il giardino delle vergini suicide», rivedere l’esordio di Sofia Coppola

Ha senso parlare oggi de Il giardino delle vergini suicide? Sì, perché è un film che ha in sé una grande forza, che Sofia Coppola ha saputo sviluppare nei successivi film. Riguardato oggi il film mantiene sempre la sua carica onirica, straniante e perturbante.

Il giardino delle vergini suicide è una fotografia sbiadita. Un film su un mistero inespresso. Perché l’incomprensibilità, per sua natura, non ha spiegazione.

Il giardino delle vergini suicide è l’opera di esordio di Sofia Coppola ed è il compendio di tutta la sua filmografia. In questa pellicola, la regista presenta quelle che saranno le sue tematiche predilette e i suoi tratti estetici caratterizzanti. Interessante che la Coppola abbia deciso di esordire con un’opera già romanzo (di Jeffrey Eugenides) e già fatto realmente accaduto. Una storia non originale, ma in cui ha probabilmente ritrovato i sentimenti e gli stati d’animo che più le interessa affrontare e mettere in scena: la noia e la solitudine.

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Il giardino delle vergini suicide

«Il giardino delle vergini suicide»: trama

Il giardino delle vergini suicide racconta la breve storia delle sorelle Lisbon e del loro suicidio collettivo. Narratore esterno è uno dei ragazzi che le hanno conosciute in adolescenza e che hanno cercato, invano, di aiutarle. Quella dei ragazzi è quasi un’ossessione, loro stessi lo ammettono. Un’ossessione per un’esistenza e un epilogo incomprensibili a cui, a fine visione, nemmeno lo spettatore saprà dare una spiegazione.

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La Coppola non realizza un film a tema, non vuole indagare le ragioni psicologiche, famigliari, sociali che hanno spinto le cinque sorelle a togliersi la vita. Il suicidio rimane un fatto in sé concluso e il film, per questo, non è un film sul suicidio. Non è nemmeno un film sull’adolescenza, tema che non viene spiegato o esplorato.

Ma quindi cosa ci vuole raccontare la regista? Qual è l’argomento centrale del film? E qual è la sua forza tanto dirompente?

Incomunicabilità e incomprensione

Il giardino delle vergini suicide

I film di Sofia Coppola parlano tutti della solitudine che condiziona l’esistenza di persone agiate, determinata di volta in volta da fattori differenti che possono essere famigliari o sociali.

L’operazione che compie non è mai indagatrice, il suo intento non è di spiegare lo stato d’animo ma di rimandare l’incomprensibilità che permea queste esistenze. È sua caratteristica riuscire a realizzare film che sono sempre in bilico tra realismo e metafora, evocazione. Ne Il giardino delle vergini suicide ha fatto diventare la storia del suicidio di cinque sorelle massimo esempio di questo sentimento, l’unico che le interessa.

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Il tempo scorre lento e i fatti che accadono sono pochi. Tutti i tratti tipici dell’adolescenza sono svuotati di senso, così come i dialoghi, che sono vuoti e inutili. Se la comunicazione, la comprensione sono assenti le cinque sorelle non possono che chiudersi in loro stesse, in un isolamento imposto e autoimposto. Appaiono, e sono, inavvicinabili. Questo le rende incomprensibili agli occhi dei coetanei, che non riescono ad aiutarle e nemmeno a raccontarle, ma ne sono, però, totalmente affascinati.

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E anche lo spettatore rimane affascinato da queste ragazze, che non mostrano emozione alcuna, ma procedono impassibili e distaccate. Come in molti altri film della Coppola, i protagonisti sono inermi e immobili di fronte alla vita. Il contatto con i coetanei sembra sempre in qualche modo voluto a metà, non cercano comprensione perché sanno di non poterla trovare. Non provano niente. Non lasciano trasparire emozioni, nemmeno Lux che cerca di imitare i coetanei con le trasgressioni più tipiche. Ogni esperienza resterà priva di senso e di emozione. Non lascia niente. Non fa provare niente.

Estetica per comunicare

Si è accennato a come la caratteristica stilistica di Sofia Coppola sia ambigua, tra realismo ed evocazione. L’autrice non dice e non spiega mai niente, procede per simboli e per metafore visive. Riesce a comunicare l’interiorità dei personaggi attraverso l’estetica visiva del film. Quello che rimane dopo la visione è un senso di desolazione e melanconia.

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L’atmosfera è sognante, sospesa, evanescente, il ritmo è lento. Il tono visivo è caratterizzato da colori pastello delicati e romantici. Coppola fa ampio uso di sovrapposizioni, controluce, lens flare. La colonna sonora degli Air è leggera, rarefatta. La scelta di ricorrere a questi mezzi visivi ed espressivi per raccontare una tragedia accresce ulteriormente il valore drammatico e straniante della storia. Il contrasto che si crea è il segreto della potenza evocativa del film. Tutto appare immobile e controllato, le protagoniste non si ribellano e non mostrano emozioni, ma dietro a tutto questo si nasconde una vitalità repressa, un impeto frustrato che può solo implodere.

Ci sono inquadrature che la Coppola utilizza in questo film e diventeranno suoi marchi di fabbrica. La più iconica probabilmente è quella in cui compare la protagonista con aria pensosa, mentre guarda fuori dalla finestra di casa o dal finestrino della macchina. Persa nei suoi pensieri guarda un mondo a cui non appartiene.

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Frequenti sono anche le inquadrature statiche, svuotate di azioni e di dialoghi. Sono delle fotografie perfettamente costruite che ritraggono le sorelle nell’intimità delle loro stanze. Vengono ritratte in momenti di abbandono, di noia, non fanno niente, perché non possono fare niente, solo rimane una addosso all’altra in un languido abbandono. Sono inquadrature molto potenti, che riescono a rimandarci esattamente questa ambiguità tra l’apparente apatia e una potenza erotica latente come simbolo dell’energia vitale repressa. Ed è l’intero senso del film, un desiderio viscerale condannato a rimanere soffocato in una gabbia artificiale, inespresso nella noia quotidiana della vita.

Questa è la forza del film, che è bellissimo da vedere, ma lascia nello spettatore una sensazione sgradevole, di tristezza incomprensibile.


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Chiara Cazzaniga

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