Il Manoscritto trovato a Saragozza

Il Manoscritto trovato a Saragozza, c’era una volta…

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Quando lo scrivo e non lo capisco, è poesia.” Lo afferma uno dei 187 personaggi parlanti de Il Manoscritto trovato a Saragozza, mastodontico capolavoro del 1965 firmato dal maestro polacco Wojciech Jerzy Has. Girato con altissime risorse e facendo riferimento all’omonimo romanzo, si tratta di una delle opere più complesse e stratificate della selezione di quest’anno del Cinema Ritrovato.

Della durata di tre ore, il film ha una struttura narrativa costituita da scatole cinesi: una iniziale storia ne contiene una seconda, che a sua volta ne contiene una terza, una quarta e così via. Nonostante in apparenza questo possa sembrare controproducente, il risultato è talmente curato e affascinante da non poter rimanere indifferenti davanti agli sforzi di Has per rendere continuamente interessante Il Manoscritto.

Il Manoscritto nel titolo e nel film

Il Manoscritto trovato a Saragozza

Come già spiegato, da una prima traccia narrativa Il Manoscritto continua a deviare percorso reinventando genere, stile narrativo e protagonista della sua trama: inizia con due ufficiali di diversi schieramenti che durante la presa di Saragozza da parte delle truppe napoleoniche si imbattono in un libro. Al suo interno, uno dei due sostiene di aver trovato la storia di un suo antenato, vero protagonista del film: si tratta di un nobile francese della Guardia Vallonica il cui viaggio verso Madrid non troverà mai conclusione. L’intero film è infatti composto dalle storie udite dal nobile durante la sua cavalcata spagnola, che progressivamente finiscono per fagocitare l’originale storia di colui che le sta ascoltando.

Il manoscritto si delinea quindi sia come il titolo del film -e quindi l’opera a cui lo spettatore sta assistendo-, sia come un oggetto fisico all’interno di esso; è dunque sottinteso che i personaggi siano almeno parzialmente consci di essere creature di finzione, nati solo ed esclusivamente col compito di intrattenere il proprio pubblico. Sono infatti numerosi i commenti di figure più scaltre o sagge del protagonista di turno circa la possibilità di consultare il manoscritto e “scoprire eventi prima del loro tempo”.

Questi frequenti ammiccamenti alla natura satirica ed autocosciente del racconto trovano il loro punto massimo quando uno degli innumerevoli comprimari si gira direttamente verso la camera per raccontare proprio al pubblico in sala la storia che avrebbe dovuto invece riferire al precedente protagonista. Sempre in questa vena è il cambiamento di registro che avviene con i vari narratori: chi è più magniloquente, chi più irriverente, il film cambia genere e stile registico riflettendo la nuova voce narrante, passando dalla commedia, al film di “cappa e spada”, al “racconto di formazione” fino all’horror e al fantastico.

Senza contare che alcuni dei narratori si rivelano onniscienti oppure inaffidabili: talvolta la “consecutio temporum” degli eventi non ha senso, o il sogno sfocia nella realtà. Lo stesso nobile francese ad un tratto afferma di “non sapere più dove finisce il sogno e dove il reale.” Gli unici indizi forniti allo spettatore verranno dalla colonna sonora, che con i suoi suoni metallici e distorti distinguerà inequivocabilmente l’onirico -o il demoniaco- dalla verità.

Il filo rosso comune è la complessità della messa in scena di Has: sfarzosi costumi d’epoca, grande composizione dell’immagine, una sublime cura per i dettagli visivi e sonori e infine uno spiccato senso per l’umorismo macabro e surreale. Non a caso Il Manoscritto è anche ricordato per essere stato uno dei film maggiormente preferiti da Luis Buñuel in persona. Il segreto di Has per mantenere interessante un film che molto facilmente potrebbe diventare frustrante sta proprio nel continuare a sovvertire le aspettative, sia con lo humor, sia con favolosi tagli di montaggio dal valore altamente simbolico. In fondo a tutto però altro non sta che il primordiale desiderio di narrare per il gusto di farlo.

C’erano una volta i grandi classici…

Il Manoscritto trovato a Saragozza

All’interno de Il Manoscritto è possibile rinvenire elementi dell’intera letteratura classica della storia umana: citazioni a Shakespeare, a Dumas, al Barone di Munchausen, alle fiabe di Sherazade, alla guerra invisibile di Don Quixote, all’Odissea e a innumerevoli altri. Questo gigantesco crogiolo di letterature parla proprio di sé stesso: si tratta di uno dei più grandi esercizi di stile per celebrare l’atto di narrare in sé e per sé. Ottusamente labirintico, inutilmente contorto, Il Manoscritto trovato a Saragozza non scende mai a compromessi con lo spettatore: il racconto deve essere subito, deve travolgere e strappare dal proprio mondo per fornirne temporaneamente una versione più romantica, spaventosa, eccitante.

Non è un caso che non si torni mai all’originale cornice dei due officiali a Saragozza: le loro ultime parole ordinavano ai rispettivi soldati di spostare altrove le ostilità per lasciarli leggere in pace; se la storia non finisce mai, anche la pace durerà per sempre. Altrettanto sensato è che quando si sembra giungere alla naturale conclusione del racconto, Il Manoscritto si inventi un sovversivo finale che, almeno concettualmente, consente al film di non finire mai. Tutta l’epica umana è sapientemente riversata in queste tre ore di pellicola per ricordarci che quando le storie sono narrate bene, non per forza devono avere un senso ultimo.

Il semplice piacere della descrizione dettagliata, del combattimento emozionante, dell’erotico sguardo è sufficiente per reggere in piedi la narrazione. Del resto davanti a un film così ricco ed articolato nessuno si sognerebbe mai di poter restare indifferente. Non importa quanto stancante possa risultare Il Manoscritto, è inevitabile che lasci un marchio indelebile sullo spettatore. L’invito è come sempre quello di recuperarlo, ma in questo specifico caso con un’annotazione a margine: oltre che come grandioso lungometraggio di tre ore, è possibile godere de Il Manoscritto trovato a Saragozza anche a piccoli sorsi, perdendo però il valore più metanarrativo dell’opera.


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Appassionato e studioso di cinema fin dalla tenera età, combatto ogni giorno cercando di fare divulgazione cinematografica scrivendo, postando e parlando di film ad ogni occasione. Andare al cinema è un'esperienza religiosa: non solo perché credere che suoni e colori in rapida successione possano cambiare il mondo è un atto di pura fede, ma anche perché di fronte ai film siamo tutti uguali. Nel buio di una stanza di proiezione siamo solo silhouette che ridono e piangono all'unisono. E credo che questo sia bellissimo.

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