La Spina del Diavolo

La Spina del Diavolo, fotografie sfocate

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9 minuti di lettura

In tutte le famiglie ci sono bauli pieni di tesori. Spesso si tratta di album di fotografie, ingiallite dal tempo, scattate quando il mondo poteva essere catturato in immagini soltanto privo dei suoi colori. Quelle foto sono infestate da fantasmi. Anche gli oggetti sono crogioli spiritici, prigioni di anime che in un modo o nell’altro restano su questa terra.

Questo uno dei punti chiave de La Spina del Diavolo (2001) di Guillermo del Toro, ripresentato a Il Cinema Ritrovato in occasione della scomparsa di Maria Paredes, spentasi il 17 dicembre 2024. Famosa per aver collaborato assiduamente con Pedro Almodovar, ha conosciuto del Toro proprio tramite il regista spagnolo, produttore de La Spina del Diavolo.

Un film complesso, violento e delicato, pieno di quell’orrore dolce che del Toro ha reso la propria cifra stilistica, La Spina del Diavolo è anche il film dal quale inizia realmente la carriera del suo regista: nonostante avesse già diretto Cronos (1992) e Mimic (1997) è con questo film che del Toro ha sempre dichiarato di essere finalmente riuscito a raccontare qualcosa di onestamente personale senza interferenze esterne durante la produzione.

La Spina del Diavolo e la Trilogia Antifascista

La Spina del Diavolo

La vicenda si svolge in un orfanotrofio per figli di partigiani durante la Guerra Civile spagnola. Protagonista è Carlos, i cui genitori sono stati uccisi dalle truppe franchiste durante gli ultimi disperati giorni del conflitto. In questo nuovo ambiente troverà particolare conforto nell’amicizia con alcuni degli altri bambini e con i pochi adulti sui quali ricade il compito di supervisionarli, il Dottor Casares, un distinto e attempato professore argentino, e Carmen, anziana proprietaria della struttura con una gamba di legno interpretata da Maria Paredes.

Oltre a queste figure positive, il piccolo Carlos incontra anche Jacinto, lo spregiudicato e manesco guardiano, il principale “mostro” del film. Infatti Guillermo del Toro rende immediatamente chiara una delle questioni a lui più care: spesso i reali mostri sono gli esseri umani e non i demoni e le creature che abitano i nostri incubi. Secondo questa stessa linea è rintracciabile una ideale trilogia antifascista: La Spina del Diavolo, Il Labirinto del Fauno (2006) -ambientato durante la dittatura franchista- e Pinocchio di Guillermo del Toro (2022) -ambientato durante il ventennio fascista- compongono un trittico di mostri ideologici, riuniti sotto l’egida del fascismo più spietato.

Carlos scopre fin da subito che l’orfanotrofio nasconde segreti ben più reconditi dei modi violenti di Jacinto: il bambino comincia infatti a sentire singhiozzi distanti riecheggiare per i corridoi e a intravedere oscure presenze scorrazzare per il seminterrato. Un bambino fantasma infesta quel posto e la sua presenza spiritica sembra in qualche modo collegata a quella di una bomba inesplosa conficcata al centro del cortile.

Ne La Spina del Diavolo del Toro gioca con i generi: i film d’avventura, di guerra, horror si mescolano in un unico prodotto dall’ampio respiro. Regia e scrittura sanno come accompagnarsi l’un l’altra, nonostante alcune idee siano soltanto abbozzate, ma soprattutto il regista messicano dimostra di avere un ottimo occhio per la composizione e le immagini d’effetto. Il risultato è un film autoriale eppure popolare, sostenuto da un ottimo ritmo e da personaggi e vicende coinvolgenti, come lo sono quasi tutte le opere di del Toro.

Cos’è un fantasma?

La spina del diavolo

Il film inizia con un montaggio di immagini oniriche accompagnate dalla narrazione di un uomo: la voce si interroga circa la vera natura dei fantasmi. “Cos’è un fantasma? Un evento terribile condannato a ripetersi all’infinito. Un istante di dolore. Qualcosa di morto che sembra ancora vivo. Un sentimento sospeso nel tempo, come una fotografia sfocata, come un insetto intrappolato nell’ambra.” Tralasciando come questa sequenza iniziale sia divenuta evidente punto di riferimento per Hideo Kojima durante lo sviluppo di Death Stranding (2019), videogioco nel quale recita lo stesso Guillermo del Toro, è tramite queste parole che alcune delle possibili interpretazioni del film ci vengono elencate.

Innanzitutto “l’evento terribile condannato a ripetersi” fa riferimento all’ascesa del fascismo nel corso della storia, ripresentatosi ciclicamente e sotto mentite spoglie. Ne La Spina del Diavolo definire con certezza ciò che è vivo e ciò che è morto risulta particolarmente difficile: per esempio, la bomba al centro dell’orfanotrofio è un oggetto freddo e meccanico, portatore di morte e esso stesso “morto” in quanto inesploso -si pensi alla dicitura inglese di “bomba innescata” come “live bomb“-; eppure l’ordigno “parla” al protagonista, i suoi cigolii lo conducono alla cisterna d’acqua dove è bloccata la tormentata anima del bambino fantasma.

Anche la Spagna è un paese-fantasma, martoriato dai bombardamenti ma tenuto in vita da uomini e donne essi stessi vivi eppure morti per via della mancanza di libertà. Ancora, la proprietaria Carmen è al contempo viva e morta, perché parzialmente inumana -la gamba di legno-. Questa duplice natura delle cose viene ovviamente rappresentata alla sua massima potenza dallo spirito del bambino, letterale manifestazione di ciò che continua a resistere anche se morto. Qui impossibile non ricollegarsi alla resistenza alla dittatura franchista, continuata anche dopo la sconfitta delle truppe repubblicane: gli ideali di libertà sono fantasmi, impossibili da uccidere anche quando i corpi che li incarnavano sono stati fisicamente eliminati.

Infine i fantasmi sono fotografie sfocate: Jacinto, il crudele guardiano, ad un tratto trova una foto di sé da bambino in braccio ai suoi genitori; commenta come lui non si riconosca perché ha il volto sfocato e immediatamente diventa chiaro che secondo del Toro l’unico vero spirito de La Spina del Diavolo sia proprio lui. Non perché sia effettivamente morto, ma in virtù della sua innata assenza di umanità: non compare nelle fotografie perché non possiede un’anima. A differenza del suo caso, ogni fotografia diventerà inevitabilmente un epitaffio visivo, un contenitore di spiriti: secondo del Toro questo ha però una valenza positiva. I ricordi sono fatti di fantasmi e gli oggetti che ci circondano possono essere feticci coi quali evocarli.

Vi è una particolare dolcezza in come Il Cinema Ritrovato ha deciso di inserire La Spina del Diavolo nella sua programmazione: utilizzare un film che sottolinei la vita eterna di chiunque si sia lasciato alle spalle qualcosa di buono proprio per ricordare un’attrice scomparsa di recente è forse il miglior omaggio possibile. Specialmente visto che si tratta di Maria Paredes, che ha sempre combattuto per la giustizia e la libertà, e de La Spina del Diavolo, un film in cui giustizia e libertà sono immortali perché non-morte.


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Appassionato e studioso di cinema fin dalla tenera età, combatto ogni giorno cercando di fare divulgazione cinematografica scrivendo, postando e parlando di film ad ogni occasione. Andare al cinema è un'esperienza religiosa: non solo perché credere che suoni e colori in rapida successione possano cambiare il mondo è un atto di pura fede, ma anche perché di fronte ai film siamo tutti uguali. Nel buio di una stanza di proiezione siamo solo silhouette che ridono e piangono all'unisono. E credo che questo sia bellissimo.

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