Fuori concorso all’82ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, In The Hand of Dante di Julian Schnabel, regista Leone d’argento (per Prima che sia notte) e a cui quest’anno verrà consegnato il Premio Cartier Glory to the Filmmaker, un riconoscimento attribuito ad autori che hanno segnato il cinema contemporaneo con originalità.

Credits: Stephanie Cornfield
E In the Hand of Dante è di certo l’opera più originale, anarchica e libera di Julian Schnabel. Ma è un bene essere completamente senza freni?
Cosa ci si aspettava da In the Hand of Dante?
A sette anni dall’ultimo film di Julian Schnabel (Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità), l’artista poliedrico sceglie di adattare La mano di Dante di Nick Tosches, ma si sa, l’estro artistico del regista newyorkese ha vita propria.

Allora iniziano ad uscire le prime informazioni sul cast: volti da blockbuster (Jason Momoa, Gal Gadot, Gerard Butler) incontrano ibridi e volti d’autore (Oscar Isaac, John Malkovich, Al Pacino), poi interpreti italiani del passato e del presente (Sabrina Impacciatore, Paolo Bonacelli, Franco Nero, Lorenzo Zurzolo, Claudio Santamaria) e infine il colpo di scena: Martin Scorsese.
Il cast è folle, le prime immagini dal set sono indecifrabili, e a poche ore dalla prima proiezione stampa ci sono solo due immagini: Oscar Isaac vestito da Dante Alighieri, e una locandina che ricorda quelle dei primi Fast and Furious.
In the Hand of Dante poteva essere tutto o niente. Si è rivelato essere tutto e niente.
Anarchia e agonia
L’idea alla base di In the Hand of Dante è quella di mostrare epoche lontane che si avvicinano, sovrapponendosi attraverso l’arte, dalla Divina Commedia (e le vicende personali di Dante Alighieri) fino ai giorni nostri con Nick Tosches, mostrando una certa continuità nello smarrimento dell’artista attraverso il tempo. Tutto ciò viene però eseguito senza percorrere un filo logico o emotivo con i personaggi che Schnabel cerca di analizzare. È anarchia pura, quella dell’arte libera da ogni schema predefinito, ma che finisce perdendosi in se stessa senza individuare cosa vuole essere per davvero.

Un mix complesso, difficile da gestire e da realizzare. Tra gli esempi di opere anarchiche e completamente libere si possono citare Love Exposure di Sion Sono, oppure Megalopolis di Francis Ford Coppola. Nel primo caso la libertà artistica coesiste alla perfezione con il mezzo cinematografico, è cinema libero, ma è puro cinema; nel secondo – difatti più divisivo – la libertà assume dei limiti, ma affascinanti quando contestualizzati all’interno dell’opera stessa. Entrambi i film dicono qualcosa e hanno motivo di essere liberi. L’impressione è che In the Hand of Dante voglia essere libero a tutti i costi, forzandosi, limitandosi a questo, quindi non essendo libero, anzi risultando ingabbiato nella testardaggine del suo autore.
In the Hand of Dante passa – in maniera sconnessa – dal dramma alla commedia, dal pulp tarantiniano al cinema esistenziale che ricorda Terrence Malick, banalizzando i momenti filosofici e prendendosi tremendamente sul serio proprio un attimo dopo aver fatto ridere l’intera sala con una scena che non voleva essere comica.
Cosa resterà di In The Hand of Dante?
Quest’anno al Lido di Venezia Julian Schnabel ritirerà il Premio Cartier Glory to the Filmmaker, un premio alla carriera meritato, nonché adatto alla sua poetica. Si parla di un artista dal grande talento tecnico apparentemente sottostimato e poco considerato. L’impressione è che questo film rischi di etichettarlo nel modo sbagliato. È il suo primo film dall’esplosione cinefila sui social. Con questo cast, i meme e le recensioni su Letterboxd, probabilmente In the Hand of Dante diventerà oggetto di discussione virale, forse un cult, forse un guilty pleasure.
Una cosa è certa: di In the Hand of Dante resterà il ricordo di un’esperienza veneziana memorabile per le risate incontenibili sentite per tutta la visione. E quelle che risuonavano sul finale, in una sala ormai svuotata dai tanti spettatori usciti in anticipo.
Non è chiaro quale fosse l’obiettivo di Schnabel, se quello di fare un film libero o meramente provocatorio, se volesse davvero trasmettere qualcosa o solo spaesare lo spettatore per 160 minuti. È il bello e il brutto di un’arte completamente libera, fuori da ogni convenzione, fuori da ogni regola, fuori da ogni schema, e in questo caso anche fuori di testa.
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