Il tempo scorre senza tregua, il frenetico giro serale tra i letti del reparto riempie ogni possibile pausa: il paziente che urla senza terapia, l’anziano confuso che aspetta ansioso una diagnosi o una qualche rassicurazione sul fatto che non sia in fin di vita.
In sala dal 20 agosto grazie a Bim Distribuzione, L’ultimo turno (Heldin), opera terza di Petra Volpe, sfrutta la tensione come faceva Sorry We Missed You di Ken Loach. Una realtà sociale asfissiante e opprimente che scatena, senza preoccuparsene, le sue pedine più vulnerabili, mettendole quotidianamente in lotta tra loro stesse, in un costante capitalismo di vite umane.
L’ultimo turno in un reparto di chirurgia

Floria (Leonie Benesch) è un’infermiera in un reparto di chirurgia svizzero. Quando una collega si ammala, l’ultimo turno serale – cronicamente sotto organico e sovraffollato – ricade su di lei. Ritmi disumani, pazienti esasperati. Ognuno reclama attenzione, esige perfezione di cura.
Ma Floria è una, e i suoi occhi – sempre più logori e affaticati – non riescono a stare dietro a tutti, ai passaggi di consegne, ai troppi farmaci da diluire e stipare sui carrelli ciclicamente igienizzati, ai fuori programma imprevisti ora prioritari. I medici sono irreperibili, i colleghi infermieri oberati di lavoro. Eppure Floria, con una dedizione totale e totalizzante, cerca ancora di mantenere la calma, di concentrare disponibilità e sorrisi ad ogni emergenza (canticchia una ninna nanna per tranquillizzare un’anziana in stato confusionale, porta dei leccalecca ai figli piccoli di una paziente oncologica).
Leonie Benesch conferma ancora una volta il suo talento attoriale nel districarsi – se non dislocarsi – in più luoghi, tra mille volti, storie e narrazioni incompatibili. Ne La sala professori era una maestra divisa tra i tanti punti di vista da conciliare pedagogicamente al meglio delle sue possibilità. In September 5 Benesch interpretava invece una giovane giornalista alla disperata ricerca delle prime immagini di un attentato in diretta. Il tempo convulso del giornalismo, dell’insegnamento conflittuale e ne L’ultimo turno quello di una sanità usurante. In tutti i casi l’etica professionale intrisa nel volto espressivo di Benesch resiste nei tempi contratti fino a ritirarsi del tutto dietro ineluttabili questioni più grandi.
La realtà sociale degli ospedali svizzeri

Quello che ne L’ultimo turno sembra soltanto un’intima dedica in forma filmica alla professione infermieristica rivela presto una realtà sociale ben più catastrofica. La carenza di infermieri descritta è infatti ormai diventata una minaccia reale all’intera sanità globale, di cui la Svizzera, storicamente virtuosa da questo punto di vista, rappresenta soltanto la punta finale dell’iceberg (in Italia per esempio, che in linea teorica dovrebbe prevedere un sistema prevalentemente pubblico, si attendono entro il 2030 fino a 100.000 infermieri in meno, con una spesa sanitaria che già si attesta ben al di sotto della media europea1).
Come nel già citato Sorry We Missed You di Ken Loach – la storia di un fattorino costretto a girare con un furgone per le consegne da lui stesso acquistato – anche ne L’ultimo turno si corre allora come estenuante forma di resistenza, per non collassare sotto il peso di un sistema già di per sé alla deriva. L’ospedale, universalmente in affanno, vive infatti le stesse contraddizioni di una multinazionale, con in testa ingranaggi politici invisibili, palesati soltanto negli effetti massacranti che ogni scelta presa dall’alto provoca ai livelli più bassi della piramide sociale.
Commercializzazione dei servizi sanitari, riduzione del personale qualificato, ossessione per redditività e profitto: l’ospedale rientra ormai perfettamente nelle logiche del capitalismo, la malattia clinica dei tanti in mano ai capricci dei pochi. Ma come nel mito greco di Erisittone quella fame insaziabile (di denaro, di successo, di potere) porterà alla fine a divorare se stessi, ad annullarsi del tutto con le proprie mani.
L’ultimo turno usa i codici del cinema di tensione

Floria si affretta per le scale, si precipita tra le luci rosse in allarme all’ingresso delle stanze di pazienti lasciati soli. Incontra riluttanza, insulti, aggressioni gratuite, ma è sempre pronta a stringere una mano scavata dall’assenza di speranza. L’ospedale stracolmo de L’ultimo turno costituisce in questo senso l’ossimoro spaziale in cui coesistono nello stesso luogo cura e campo di battaglia.
Vorticosi piani sequenza, dettagli stretti su volti stremati, immagini nervose e affannate che si affacciano su porte spalancate con urgenza, con la macchina da presa però sempre un passo indietro rispetto alla folle corsa, aggrappata, almeno per un momento, ad una temporalità escapista, sospesa ed empatica, di prossimità più che di distanza, che in singole inquadrature più ferme annulla tutta la frenesia precedente.
Gli interminabili corridoi attrezzati si trasformano insomma in un quotidiano teatro di guerriglia umana, senza armi né violenza sanguinolenta, ma con la stessa tensione interna. L’ultimo turno sembra quasi un war movie per i codici stilistici bellici che utilizza, ma il nemico è asimmetrico, è accerchiato, è l’infermiera stessa vista dagli occhi dei suoi pazienti, anche se questa vorrebbe invece occuparsi di tutti, senza però riuscirci inevitabilmente.
L’ultimo turno, un thriller umanista

La regista Petra Volpe rifugge così la visione epica ed eroica delle figure sanitarie, a cui il titolo originale Heldin (“eroina” appunto) sembra alludere. Non c’è come nella gran parte dei medical drama (da Grey’s Anatomy a DOC – Nelle tue mani) una narrazione romanticizzata dell’atto di cura, quella visione stereotipata dell’ars medica falsamente fatta passare per glorificatoria che normalizza se non addirittura celebra la rinuncia personale in virtù di una qualche indefinita vocazione sacrale.
Nel tossico immaginario collettivo infatti l’ospedale appare normalmente come un moderno Olimpo scientista in cui si confinano in via esclusiva innamoramenti, tradimenti, liaison passeggere (tutto accade lì, tutti flirtano con tutti). In questo sistema chiuso gli operatori sanitari sono visti come paladini invincibili e illimitati attorno cui forzare sovra-riflessioni retoriche sul salvare vite nelle condizioni più critiche o più comunemente giocando ad essere Dio ad ogni diagnosi azzeccata come ad un talk show televisivo dai premi milionari.
Ne L’ultimo turno, che conserva invece sempre un’unicità di sguardo umano e umanista, Floria è un’infermiera come tante altre, un essere umano come tanti altri. La sua expertise non la pone ad un piano superiore che legittimi il suo sfruttamento, il vedersi negati i diritti fondamentali e non poter svolgere la sua professione in condizioni accettabili e sostenibili.
Come in This Is Going to Hurt (serie tv inglese su un sistema sanitario al collasso che rappresenta di fatto il controcampo spietato del vacuo sentimentalismo medico già citato) anche ne L’ultimo turno l’ospedale è infatti una macchina solitaria a scopo di lucro, in cui nessuno si cura di chi dovrebbe curare, perché isola e sfinisce fino ad esaurire i suoi dipendenti come insignificanti bestie sacrificali.
L’ultimo turno, per una nuova sociologia dell’ospedale

Nell’epoca delle diagnosi automatizzate, degli algoritmi e dei protocolli astratti che si accumulano a danno dei pazienti, negli ospedali non viene lasciato il tempo (e la cultura) per le questioni umane. “Come sta oggi?” vorrebbe chiedere Floria con calma rifacendosi ai sempre attuali insegnamenti ippocratici, e invece tra una fiala e l’altra Floria ne L’ultimo turno, al di fuori di risposte monosillabiche, è costretta a prendere i parametri vitali come in una catena di montaggio, in cui, in ogni caso, sarà sempre lei, abbandonata da tutti, a generare prima o poi un errore irrimediabile.
Viene a mancare cioè quello spazio reciproco di ascolto che anche la sociologia della medicina ritiene nevralgico per le questioni etiche contemporanee (traslate straordinariamente in termini filmici nel documentario Our Body di Claire Simon – sulla stessa regista che vede compiersi il tempo della relazione medica in un umanissimo “valzer folle dei destini”). L’intimità cauta rivolta alla morte, la delicatezza di uno sguardo empatico che sciolga la paura.
Come ricorda lo psichiatra Vittorio Lingiardi nel suo piccolo saggio Diagnosi e destino (Einaudi, 2018) – recuperando le tesi di Susan Sontag sul tema2 – le malattie non hanno significato moralistico, non sono colpe o metafore, ma abitano comunque le nostre vite come narrazioni e mitologie personali, che sta poi a chi cura (e a chi si prenda cura) intercettare, perché sia centrale sempre la storia di quel paziente e non del sistema in crisi che se ne sta occupando.
Deporre le armi insomma, riportare l’ospedale alla sua definizione più umana, con le finestre che aprono su un paesaggio esterno, e non stretto nel filo spinato di una trincea.
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- OECD, Health at a Glance: Europe 2024: https://www.oecd.org/en/publications/health-at-a-glance-europe-2024_b3704e14-en.html ↩︎
- Susan Sontag, Malattia come metafora e L’AIDS e le sue metafore, Nottetempo, 2020 ↩︎

Estremamente realistico, denuncia il demansionamento e la carenza del personale infermieristico che in un sistema schizzofrenico quale quello italiano e non solo, mette a dura prova un professionista ormai esausto ed in estinzione. Attrice brillante, ritmo incalzante che fa immedesimare lo spettatore tanto da sentire lo stress provato dalla protagonista a tutte le richieste alle quali è impossibile dare risposta. Trasmette anche una profonda umanita’ e necessità di dialogo tra i protagonisti che viene sottratto dal poco tempo a disposizione. A tratti esilarante e commovente anche nella scena finale