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Mr Harrigan’s Phone, Ryan Murphy ha capito Stephen King?

8 minuti di lettura

Non sazio del successo profuso dal disturbante biopic seriale sul serial killer Jeffrey Dahmer, il maestro dell’horror Ryan Murphy sceglie di produrre un film già in Top 10 nella classifica settimanale di Netflix. Si intitola Mr Harrigan’s Phone la pellicola di John Lee Hancock (The Founder, Fino all’ultimo indizio) uscita sulla piattaforma il 5 ottobre e firmata alla produzione dalla Ryan Murphy Productions e da Jason Blum, fondatore e amministratore delegato della Blumhouse Productions.

Quest’ultima è la casa di produzione cinematografica conosciuta dagli amanti dell’horror, e non solo, come la culla dei film di genere di maggiore successo negli ultimi vent’anni. Non è un caso, quindi, che punti su un cavallo vincente come Stephen King. Sin dal suo primo romanzo, Carrie, pubblicato nel 1974 e trasposto sullo schermo solo due anni dopo da Brian De Palma, il prolifico scrittore ha sempre incontrato il gusto cinematografico, pur con un rapporto controverso. La stessa Blumhouse ha recentemente investito sul romanzo del 1980 L’incendiaria, per trarne il lungometraggio con Zac Efron, Firestarter (2022).

Sebbene il film non abbia brillato, Jason Blum è tornato alla carica con una scelta ancora più ambiziosa: puntare su un racconto. Ecco, quindi, che Mr Harrigan’s Phone porta sul piccolo schermo il primo dei racconti della raccolta Se Scorre Il Sangue, uscita nel 2021. In una collezione di 150 pagine firmate dall’inchiostro di King, la possibilità traspositiva si colloca su un’asticella più alta. Questa volta sarà la scommessa vincente?

Mr. Harrigan’s Phone: amici fino alla morte (e oltre)

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Nella cittadina inventata di Harlow, nel Maine, ad occupare una delle poche case che costeggiano il piccolo centro abitato c’è Craig (Jaden Martell), bambino orfano di madre che vive con il padre. Siamo nel 2005, Craig ha nove anni e la sua abilità di lettura precoce dei passi biblici in Chiesa lo porta ad essere notato da un miliardario appena arrivato in città: il Signor Harrigan (Donald Sutherland).

L’uomo anziano, scorbutico e solitario, ex magnate della finanza adombrato da un cupo passato tassellato di nemici, prende Craig sotto la sua ala, pagandolo cinque dollari l’ora per leggergli i libri che ha nella sua immensa villa, con un’extra per alcuni lavoretti domestici. Così, quello che inizia come un piccolo lavoro dopo scuola, si trasforma in un’inedita amicizia coltivata per quattro anni. Nel 2009, chiusa la scuola di Harlow per mancanza di iscrizioni, le piccole provincie convergono verso il complesso scolastico di Gates Fall.

Qui, iniziata la terza media, Craig deve confrontarsi con il bullo Kenny Yanko, la sua prima cotta e l’avvento invasivo degli smartphone. Il primo iPhone sfornato dalla Apple è un idolo che i giovani avventori tecnologici desiderano con ardore. Tra di loro Craig che, ricevuto il suo gioiellino in regalo, usa i suoi risparmi per comprarne uno al Signor Harrigan. Non avrebbe mai pensato che, dopo la morte dell’uomo, quel telefono sarebbe stato l’anello conduttore del loro patto di eterna amicizia.

Una riflessione anacronistica sul mondo virtuale

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Nel 2022, la quotidianità si consuma sullo schermo touch di un piccolo compagno tecnologico. Quello strumento versatile, che a inizio millennio sembrava un’illuminazione visionaria, ormai è abitudine. Ecco quindi che King, con Mr Harrigan’s Phone, sceglie di sviscerare una routine ormai consolidata nel presente con uno sguardo alle sue origini dal punto di vista di una piccola comunità di provincia. Il Signor Harrigan ne rappresenta il contraltare, l’uomo di mondo che si è fatto le ossa senza aver bisogno della tecnologia e solo in vecchiaia ne riscopre le potenzialità.

Il suo passato chiaroscurale proietta dunque l’aura oscura di un uomo senza inibizioni in un nuovo strumento comunicativo, lo smartphone. Harrigan è il primo a intuirne le vere potenzialità e i pericoli che ne conseguiranno: non si potrà avere per sempre accesso illimitato a tutti i comfort dello smartphone, prima o poi qualcuno chiederà un prezzo. Arriverà un momento in cui saranno gli uomini a essere posseduti dalle cose, come preannuncia lo stesso Harrigan che, prima dello smartphone non ha mai avuto né una televisione né una radio in casa per questo motivo.

Così la sua profezia si avvera quando lo smartphone prende possesso della sua anima dopo la morte e continua a comunicare con Craig, rendendosi artefice di omicidi che rispondono a una sadica legge del contrappasso: quello che hai fatto di sbagliato nella vita, ti ritorna. Il Signor Harrigan traspone quindi nel mezzo tecnologico il suo affetto distorto per Craig e la volontà di aiutarlo a rendersi giustizia contro i numerosi nemici che intralciano il suo cammino, così come i nemici di Harrigan lo hanno costretto a una vita e una morte solitarie.

Mr Harrigan è un Babbo Natale dark

Nella sua vita post mortem, dunque, Mr. Harrigan diventa un surreale Babbo Natale dark, a cui Craig scrive una letterina digitale per desiderare qualcosa che non sa gestire. Questo rapporto viene costruito nel corso del film con una fedeltà che, seppur scarna di alcuni dettagli, risponde al racconto. La stessa modalità narrativa, affidata alla prima persona di Craig e poi tradotta nel voice over nel film, mantiene lo sguardo di un ragazzo cresciuto che, con la consapevolezza di un uomo ormai immerso nella routine tecnologica, racconta il suo passato.

La trasposizione filmica di Mr Harrigan’s Phone, tuttavia, rimane superficiale nella sua narrazione perturbante. I dettagli tra le righe di una stimolante ghost story si generalizzano in una storia dritta che perde la fascinazione intrinseca della comunicazione spirituale con l’Aldilà. Ecco dunque che il film non incalza sulla componente horror che i suoi maestri produttivi rendono alfiere della loro produzione cinematografica e lascia lo spettatore sospeso e interdetto su una seconda parte che, dopo l’assetto introduttivo, non spinge sull’intrigo disturbante e spaventoso e si chiude in maniera frettolosa.

La pecca di Mr Harrigan’s Phone è quindi quella di non dare il giusto peso agli stimoli narrativi di King e lasciare al suo protagonista il ruolo di Babbo Natale dark in un mondo pre-tecnologico che ci fa riflettere, ma non ci spaventa.


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Classe 1996, laureata in Comunicazione e con un Master in Arti del Racconto.
Tra la passione per le serie tv e l'idolatria per Tarantino, mi lascio ispirare dalle storie.
Sogno di poterle scrivere o editare, ma nel frattempo rimango con i piedi a terra, sui miei immancabili tacchi.

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